L’Apocalisse della classe borghese

La borghesia è la classe in ascesa per eccellenza: ovunque si parli di classe media essa viene sempre dipinta come l’organismo sociale in procinto di emergere e che per realizzare tale riscatto è pronta a qualsiasi cosa. In questo movimento sociale essa si è inizialmente scontrata con l’élite aristocratica fino a spegnerla del tutto e sostituirsi ad essa. Oggi, quindi, che la nobiltà non esiste più e la borghesia altro non è che la maggior parte della popolazione, contro cosa lotta? Ma soprattutto, è ancora necessario per il borghese emergere e perché non può fermarsi?

Da questi assunti parte nella sua analisi il saggio di Alberto Raffaele Ventura, Teoria della classe disagiata, uscito recentemente per la minimum fax.

Da classe agiata a classe disagiata: i beni posizionali

Nel saggio in questione Ventura delinea una spietata quanto realistica fotografia dello status quo della classe medio-borghese nella situazione di crisi economica e sociale attuale. Per farlo parte dal saggio di Thorstein Veblen, Teoria della classe agiata (1988), in cui si teorizza l’esistenza dei beni posizionali, ovvero quei beni la cui domanda cresce all’aumentare del prezzo: sono i marcatori di status, costumi improduttivi e beni immateriali, primo tra tutti la cultura. Impossessarsi di questi beni significa riconoscersi in un preciso gruppo sociale e allo stesso tempo differenziarsi dalla massa indistinta, per il semplice fatto che «ce li si può permettere». All’interno della classe media la necessità di questi consumi posizionali diviene endemica, nel momento in cui il loro possesso significa riconoscersi all’interno stessa e salvarsi dal declassamento.

Perché posso definirmi borghese? Perché posso permettermi determinate pose sociali, concepire talune ambizioni, aspirare a lavorare nel terziario avanzato, perché posso fare l’intellettuale: questi i costumi posizionali additati da Ventura. Tuttavia, inserendosi in un mercato in crisi permanente ed essenzialmente saturo anche di borghesia, i figli della classe media cadono nella trama di una mobilità sociale non più in ascesa, ma in declino, caratterizzata da una spietata competizione di tutti contro tutti. Solo uno su mille riesce a conquistare i sempre più inflazionati beni posizionali che ne determinino lo status e soddisfino le ambizioni.

Teoria della classe disagiata

fonte: www.illibraio.it

La disforia di classe

Gli altri, ovvero tutti coloro che non sono stati in grado di auto-realizzarsi attraverso la conquista di quei costumi posizionali, sono i disagiati. Il declassamento del borghese non porta quasi mai, secondo Ventura, alla caduta nel proletariato, ma piuttosto inserisce l’individuo in un limbo di disforia di classe, cioè lo sfasamento tra la propria condizione sociale e le risorse economiche necessarie a finanziarla.

«Abbiamo creduto di poter ignorare la contabilità e inventarci una vita all’altezza delle nostre aspirazioni: troppo ricchi per rinunciare alle nostre ambizioni ma troppo poveri per realizzarle, oggi ci troviamo a contemplare l’estensione del nostro fallimento.» La tragedia borghese si delinea come l’incapacità di venire a patti con il reale, per cui si preferisce la frustrazione socio-economica ad una presa di coscienza e cambiamento de facto. Di qui ecco comparire le schiere di operai cognitivi prestati a lavoretti occasionali, di scrittori e musicisti auto-prodotti, di freelancers su blog gratuiti, nell’illusione di ottenere prima o poi il riconoscimento del proprio talento.

J’accuse: tra capitalismo e sistema educativo

La domanda che sorge spontanea al lettore è: qual è il motivo di tutto ciò? Per rispondere Ventura mette alla sbarra due grandi imputati: il sistema economico capitalista, tra modello keynesiano e neoliberismo, ed il sistema educativo.

Mettendo nel mirino la classe dei consumatori la disamina del sistema capitalista appare doverosa: si viene così delineando il profilo della società occidentale come quella di un sistema economico in crisi permanente, caratterizzata da precariato lavorativo e sociale. La spinta alla competizione propria del liberismo ha portato ad una produzione sempre maggiore e indifferenziata di merci, al punto che i beni materiali sono disponibili nelle forme più svariate e accessibili a vari livelli di prezzo. Questo il motivo alla base del volgersi a beni immateriali in qualità di beni posizionali, primo tra tutti la cultura sotto forma di titoli di studio.

Si innesta così il cortocircuito che porta alla seconda accusa. Il libero mercato ha consentito una mobilità sociale nuova, allargando le fila della classe media nei periodi di crescita. Dall’altro lato la democratizzazione della società ha richiesto ed ottenuto «più cultura per tutti», ovvero consentito l’accesso ai titoli di studio a chiunque, nell’ottica che l’istruzione porta a innovazione, in un mercato del lavoro sempre più specializzato. Di fatto l’inganno è sempre lo stesso: non esiste una possibilità che tenda all’infinito, nemmeno per l’innovazione. Il risultato è un surplus di capitale umano senza precedenti: un apocalittico esercito di borghesi laureati in lotta gli uni contro gli altri per realizzare l’immagine di sé che essi sono stati portati a crearsi.

La bolla educativa

Uno dei punti più interessanti del saggio di Ventura è proprio il tentativo di teorizzare l’esistenza di una bolla educativa pronta a scoppiare. Una classe media sempre più numerosa ed indifferenziata tenderà ad investire nei titoli di studio come bene posizionale, spinta dalla retorica sociale circa la cultura. Il fatto è che anche l’istruzione, trasformatasi in bene economico, inizia così a rispondere alle leggi del mercato: molta offerta (più istruiti) a fronte di una domanda bassa (per saturazione) genera inflazione.

Il paradosso democratico è presto svelato: non esiste davvero uguaglianza sociale e l’unico modo per raggiungere le ambizioni di cui ci nutre la società è partire un po’ più avvantaggiati degli altri. Investire sull’istruzione richiede dunque un costo più alto di quanto renda ed il sistema educativo alimenta quelle differenze socio-economiche che pretende di attenuare. Eppure laurearsi ed aspirare a lavori intellettuali pare essere l’unica strada per l’appartenente alla classe media, futuro disagiato: inserito in un mondo trionfante di retorica da self-made-man egli si è ammalato incurabilmente di bovarismo e non sa capacitarsi del fatto di non essere speciale.

Teoria della classe disagiata

fonte: www.semana.com

Il risentimento borghese

Secondo Ventura tutto il sistema non è altro che un’immensa macchina da frode e noi siamo caduti nella tela del ragno. Siamo spinti al consumismo anche quando pensiamo di fruire dell’alternativo o dell’indipendente: persino la cultura è divenuta industria. Il borghese non ha la forza della rivoluzione proletaria, perché si è abituato alla povertà relativa. La sua reazione è il risentimento: non spinta propulsiva a migliorare, ma auto-commiserazione che sfocia in forme di depressione collettiva, nazionalismi o nichilismo prostrato.

Davanti a tale ritratto il lettore medio non potrà fare altro che riconoscersi nell’auto-inganno e fare a sua volta un mea culpa, chiedendosi come sia arrivato fino a quel punto della sua vita senza avvertire di essere così disagiato. Tuttavia al termine del saggio rimane un che di amaro, riassumibile in un: e quindi? Che si fa? La risposta non è nemmeno abbozzata.

Non sputiamo nel piatto in cui mangiamo

La sensazione è quella che Ventura in parte non faccia altro che discolpare i così detti millennials rispetto al loro stato di disagio e immobilità, registrando la colpa nel sistema in cui sono inseriti. Più che una teoria siamo di fronte ad una disamina tra il filosofico, il retorico ed il citazionistico. Si sente la mancanza di scientificità, si vorrebbero più dati, indagini statistiche, modelli socio-economici da proporre come pars construens.

In particolare nel definire questa classe disagiata mancano del tutto indicatori precisi: qual è il reddito dei componenti? Quali di preciso le sfere occupazionali? Dire “intellettuali” risulta vago. Soprattutto perché Ventura pare considerare solo quell’industria culturale che si appoggia alle scienze umanistiche, o meglio alle velleità ad esse legate. Non considera che il sistema economico tardo-capitalista è in buona parte basato sull’informazione ed il suo flusso. In un mercato di questo tipo i laureati specializzati, gli intellettuali di certa formazione, trovano posizioni soddisfacenti e remunerate: importante è non lasciarsi cadere in nostalgie passatiste ed essere consapevoli del cambiamento a cui il mondo sta andando incontro. Per non parlare delle lauree scientifico-tecnologiche, non certo interessate dal discorso dell’inflazione dei titoli nell’era della quarta rivoluzione industriale.

Certo, è bene rendersi conto della situazione generale, ma sarebbe auspicabile una reazione che vada al di là della testimonianza disfattista. La cultura ha l’innegabile vantaggio di essere uno strumento per analizzare la realtà, estrapolarne modelli interpretativi e formulare nuove soluzioni. Se la critica è rivolta all’intellettuale come posa sociale, come costume gentrificato, allora è più che lecita. Ma abbattere in toto ciò che da millenni permette all’uomo di crescere in quanto essere razionale non è tanto provocatorio, quanto irriverente. È pur sempre vero che l’unico modo per comprendere in che direzione stiamo andando è inserirsi nel tanto criticato sistema educativo e ricevere una formazione che stimoli l’intelligenza critica dell’individuo. Affiancando a questo una disillusione consapevole, quanto mai necessaria, si potrebbe davvero aspirare ad un cambiamento.

 

Foto in copertina: www.nbcnews.com

 

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Costanza Motta

Laureata triennale in Lettere (classiche), ora frequento un corso di laurea magistrale dal nome lungo e pretenzioso, riassumibile nel vecchio (e molto più fascinoso) “Lettere antiche”.
Amo profondamente i libri, le storie, le favole e i miti. La mia più grande passione è il teatro ed infatti nella mia prossima vita sono sicura che mi dedicherò alla carriera da attrice. Per ora mi accontento di scrivere e comunicare in questo modo il mio desiderio di fare della fantasia e della bellezza da un lato, della cultura e della critica dall’altro, gli strumenti per cercare di costruire un’idea di mondo sempre migliore.