Poeti italiani, poeti latini: se Ceronetti traduce Orazio

Guido Ceronetti ha curato, scelto, tradotto le Odi orazione appena uscite per Adelphi (acquista). Il volumetto ne contiene qualche decina tra le più belle, e val la pena comprarlo per due ragioni. La prima è che Orazio è una lettura che passati gli anni delle imposizioni liceali si apprezza come si apprezzerebbe un poeta moderno, un Raboni, un Calogero (il che, poi, è vero per tutti i classici, che si chiamano così per questo). La seconda ragione è che quando sono i poeti a tradurre i poeti, ciò che ne esce rischia di accrescere il proprio valore tanto da rendersi indipendente dall’opera originale – come un altro Orazio, un Orazio ceronettiano, diverso, non migliore, ma bello.

Ceronetti possiede il raro dono dell’esattezza e raffinatezza lessicali. Ogni sua parola è come una veste che ricopre d’eleganza il latino oraziano, lo sfuma, ne adombra un lato rimasto taciuto. Ma questo, poi, è richiesto strutturalmente al traduttore di poesia, il quale non mira alla precisione, ma  a legare con un filo il più trasparente possibile parola e sentimento – e il sentimento è di per sé qualcosa di ascoso, che svapora e si perde nell’espressione. Il poeta dà forma al sentimento scavalcando l’ordine logico del discorso. Poesia è risuonar del dire oltre il concetto, diceva Leopardi.

Il tradimento richiesto dalla traduzione è qui necessario, ed anzi, il poeta vero che traduce il poeta non si astiene dal consumarlo, il tradimento, ma lo forza, e da esso plasma un’opera nuova. Ceronetti l’ha fatto benissimo, come Montale con Shakespeare, Ungaretti con Blake, Campo con Donne. Ed è sciocco volergli rimproverare una mancata attinenza al testo, cosa di cui Quasimodo venne rimproverato nelle sue traduzioni dei lirici greci. Nonostante cose come questa (il frammento è di Saffo):

A me pare uguale agli dèi
quell’uomo che siede di fronte a te
e ti ascolta, da vicino, parlare e dolcemente sorridere.
E questo, certamente, mi sconvolge il cuore nel petto:
come infatti io ti vedo, così non ho più voce

Se Ceronetti traduce Orazio ne esce una raccolta di poesie autonoma, che tuttavia ci avvicina ad Orazio e insieme a Ceronetti. Forse più al secondo che al primo. Ma niente di grave, se il risultato è questo:

Non scrutare la fine
A me, a te, Leucònoe, decretata
Dagli Dei: saperlo è un’empietà;
Non perderti in oroscopi caldei. 
Qualunque cosa capiti soffrirla
È molto meglio

E ci dia Giove molti inverni ancora
O sia già questo che le onde sfianca
Sui lisci scogli della costa tirrena
L’ultimo, tu rimani
Nel concreto, fìltrami i vini; 
La speranza senza misura
Escludila dalla vita, è breve

Noi parliamo e la rapinosa vita
È già fuggita
Godi oggi la luce, la futura
Credimi è niente. 

 

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Giovanni Fava

22 anni, studente di Storia e Filosofia presso l'Università di Trento.