Come siamo passate da vittime a carnefici?

Questa ci mancava. Svegliarsi un giorno – a Roma – e leggere lì, in stampatello, nero su bianco, che la prima causa di femminicidio al mondo è l’aborto. In un paese che da pochi anni ha riconosciuto il reato di stalking e i cui casi di femminicidio – per intenderci, «qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico» – anche quest’anno vantano cifre sconvolgenti (a marzo l’Huffpost scriveva che per femminicidio si moriva nel nostro paese in media ogni 60 ore), è curioso scoprire che in realtà per qualcuno sono le donne stesse oggi ad essere le principali colpevoli della propria morte e di quella delle loro potenziali bambine. Insomma: si scrive aborto, si legge omicidio, magari doppio, che è anche meglio.

La campagna choc

«L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo», recita così il cartello affisso ieri mattina sulla via Salaria a Roma, solo il primo di un’annunciata campagna choc avviata dalla Fondazione CitizenGO, nata in Spagna e sbarcata recentemente in Italia. Una campagna che si fa sulle strade ma anche sui social, tramite la pagina twitter della Fondazione che ci tiene, in quei 140 caratteri, a chiarire il punto: «Spesso usato per sopprimere le donne in modo mirato, [l’aborto] lascia tragici traumi, milioni di bimbi uccisi e donne ferite». Il tutto si chiude con un’hashtag che ha tutta l’aria di diventare virale: #StopAborto. La campagna non arriva nelle strade più trafficate del nostro paese in modo casuale: è un segno, una protesta dal forte impatto emotivo, che giunge pochi giorni prima del quarantennale dell’entrata in vigore della legge 194, che tutela il diritto all’aborto.

Le proteste non mancano e c’è chi ha già chiesto con insistenza alla sindaca Virginia Raggi di rimuovere immediatamente i manifesti. Eppure, il caso è aperto e fa riflettere un po’ tutti, dai medici, alla società civile, dalle associazioni territoriali, ai consultori pubblici e privati, che adesso guardano alla politica per ricevere qualche risposta. C’è chi ripensa al concorso pubblico per i medici del futuro, chi invita a guardare il Lazio di Zingaretti – che lo scorso anno ha attuato una politica di assunzione a favore dei non obiettori – chi chiede un potenziamento dei consultori pubblici, considerati più “liberi” e meno influenzati dalla morale cattolica, chi – il centrodestra, specialmente – chiede una modifica della 194.

Obiettori di coscienza e casi di aborto in calo

I nodi cardine della querelle sono sempre gli stessi. Tra i protagonisti indiscussi di una campagna dai toni aspri contro la 194 ci sono gli stessi medici. Nel 2017 l’Istat riportava che circa 7 ginecologi su 10 si dichiaravano obiettori di coscienza e, anche se oggi il numero degli obiettori sta diminuendo (in parte anche grazie al graduale pensionamento di una “vecchia guardia” restia alla pratica dell’aborto), in alcune parti d’Italia abortire in un ospedale pubblico non è solo un tabù, è anche un’operazione estremamente complessa, a causa dello scarso numero di professionisti disposti ad eseguire l’intervento. Si pensi al Molise, i cui dati ci dicono che ad oggi il numero degli obiettori di coscienza nella regione rappresenta circa il 97% dei ginecologi.

Interessante è notare che gli studi rivelano che in Italia il numero dei casi di aborto è in calo. Complice di ciò probabilmente anche la famosa “pillola di cinque giorni dopo”, disponibile dal 2012 nelle farmacie italiane anche senza bisogno della ricetta medica, che ha rivoluzionato la vita di migliaia di donne: secondo i dati Aifa la distribuzione della pillola è passata da circa 7,7mila confezioni nel 2012 a 189mila confezioni nel 2016. I dati parlano da sé anche quando parliamo dell’ancor più celebre “pillola del giorno dopo” che ha visto un aumento considerevole delle vendite negli ultimi anni.

È giusto accostare aborto e femminicidio?

È forse la prima volta, in questi 40 anni di dibattito aborto si/aborto no, che il tema viene accostato in modo così diretto al femminicidio. Ciò che è veramente sconvolgente dei manifesti di CitizenGO non è l’accanimento contro l’aborto, bensì l’accostare in modo così semplice una “scelta”, quella di abortire – che sicuramente può aprire un dibattito interessante e complesso sulle scelte etiche e morali delle donne – al femminicidio, per definizione un omicidio doloso preterintenzionale, spesso caratterizzato dalla violenza fisica e psicologica.

Una grande donna della nostra recente storia italiana, Rita Levi-Montalcini, ha detto che «le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale». Mai nessuno le aveva rese, con poche parole riportate su un manifesto, le più grandi carnefici delle future donne del domani.

A Filippo Savarese, direttore delle campagne di CitizenGO Italia, qualcuno dovrebbe forse ricordare queste parole e aggiungere anche quelle di Mary Wollstanecraft, leggendaria fondatrice del movimento femminista inglese: «Vorrei che le donne avessero potere non sugli uomini, ma su loro stesse!».

 

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Classe 1993, brianzola di origini siciliane. Musicologa, progettista, studentessa di storia e scienze politiche. Una passione insana per il caffè, il cinema francese e lo shopping esagerato.