“Come un gatto in tangenziale”: una commedia intelligente (finalmente)

Probabilmente non sarà un film da Oscar, destinato a entrare nell’Olimpo del cinema, ma i limiti tecnici sono compensati da una storia accattivante, ben scritta e, cosa non da poco per una commedia, che fa riflettere. Stiamo parlando di Come un gatto in tangenziale (regia di Riccardo Milani con Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Sonia Bergamasco, Luca Angeletti e Antonio D’Ausilio), una pellicola uscita nelle sale italiane agli sgoccioli del 2017 e che fin da subito ha riscosso un grande successo al botteghino. E non è difficile capire il perché.

La trama

Giovanni, la teoria. Intellettuale impegnato e profeta dell’integrazione sociale vive nel centro storico di Roma. Monica, la pratica. Ex cassiera del supermercato, con l’integrazione ha a che fare tutti i giorni nella periferia dove vive. Non si sarebbero mai incontrati se i loro figli non avessero deciso di fidanzarsi. Monica e Giovanni, entrambi vittime di spietati pregiudizi sulla classe sociale dell’altro, sono le persone più diverse sulla faccia della terra, ma hanno un obiettivo in comune: la storia tra i loro figli deve finire.

Per portare a termine il comune proposito, i due cominciano, loro malgrado, a frequentarsi e a entrare l’uno nel mondo dell’altro: Giovanni, abituato ai film impegnati nei cinema d’essai, si ritroverà a seguire sua figlia in una caotica multisala di periferia, tra ragazzini urlanti, spintoni e cestini di pop corn che rotolano per terra; Monica, invece, da sempre abituata a passare le sue vacanze a Coccia di Morto, tra distese di corpi stipati come sardine e aerei che scaricano carburante sopra la testa, si ritroverà nella scicchissima riserva naturale di Capalbio, tra intellettuali, vip e improbabili conversazioni sull’arte contemporanea. Finché improvvisamente qualcosa tra di loro cambia. Entrambi capiscono di non poter fare a meno uno dell’altra anche se forse la loro storia durerà come “un gatto in tangenziale”.

Le due Italie

Come un gatto in tangenziale è un film forse addirittura necessario in questi giorni di avvio della campagna elettorale che ci condurrà alle elezioni del 4 marzo 2018, più indecifrabili che mai. In un momento in cui il Paese appare sempre più spaccato, con la politica incapace non solo di risolvere i problemi strutturali ma spesso anche di capirli; in un momento in cui da ogni parte cominciano a piovere gli slogan – e con il passare delle settimane sarà sempre peggio – ecco allora un film che offre uno ritratto crudo, seppur mitigato dal filtro della comicità – delle due Italie, delle diseguaglianze che attraversano iil nostro Paese

Un’Italia è quella rappresenta da Giovanni (Antonio Albanese): istruita, europeista, cosmopolita, che vive in centro; l’altra è rappresentata da Monica: coatta, apolitica, che vive in periferia (a Bastogi, Roma, in questo caso) e che i problemi dell’integrazione li vive sulla propria pelle… a partire dall’odore acre della cucina dei vicini di casa bengalesi. Due mondi diversissimi e all’apparenza inconciliabili, che però nel corso del film si avvicinano, imparandosi a conoscere e contaminandosi. Perché alla fine puoi anche discutere di diseguaglianze sociali e di periferie da salvare da una spiaggia di Capalbio, ma solo dopo essere stato a Coccia di Morto puoi capire davvero ciò di cui parli. E alla fine il messaggio che viene veicolato – in modo per niente velato – è che la Politica, quella con la maiuscola, non è poi così distante dalla gente comune.

Un film politico, ma leggero

Un film politico, dunque, senza la pesantezza dei film politici, grazie alla leggerezza comica apportata da un Antonio Albanese nei panni insoliti del borghese. Esperimento riuscitissimo, tra l’altro: da Cetto Laqualunque al think-tanker che lavora con il Parlamento Europeo il passo non è né breve né scontato, ma quando c’è il talento genuino si riesce anche a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Certo, i personaggi sono stereotipati quasi all’estremo e il finale appare abbastanza scontato, ma il risultato è un film gradevole e ragionato, in grado di strappare risate anche al pubblico più intransigente.

Come un gatto in tangenziale si inserisce con intelligenza nel filone della commedia italiana contemporanea, proponendo un affresco sociale che – a differenza di quanto accade ad esempio con i film di Checco Zalone – non si limita a grattare la pancia del pubblico, ma ha l’ambizione di parlare alla testa. Ma non alla testa già sovraffollata dei tanti Giovanni d’Italia, quanto soprattutto a quella delle tante Monica, maltolleranti verso film politici e sociali in senso stretto. 

Ecco spiegato allora il successo che il film sta riscuotendo nelle sale. Come un gatto in tangenziale infatti è un film che piace a tutti, in grado di riscuotere un successo trasversale. Probabilmente non entrerà nell’Olimpo del cinema, già, ma di sicuro è un film che merita una visione, senza pregiudizi.

 

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Michele Castelnovo

Classe 1992. Laureato in Filosofia. Giornalista pubblicista. Faccio cose che non so spiegare ai miei nonni. Direttore di Frammenti. Irrazionalmente innamorato dei borghi medievali.