Cosa hanno in comune Roberto Saviano e Liberato?

Non appartengo alla schiera di detrattori di Roberto Saviano, anzi, ho letto (quasi) tutti i suoi libri, da Gomorra, all’ultimo best seller Bacio feroce, che staziona attualmente sul mio comodino.
La premessa, di questi tempi, pare necessaria, se non fosse che per una mera questione di onestà intellettuale.

Il caso Gomorra

Dal 2006, anno in cui usciva quel caso letterario chiamato Gomorra, ad oggi, l’opinione pubblica si è sempre spaccata in due attorno al nome dello scrittore partenopeo; sulla sponda più affollata, i detrattori, il cui elenco vanta svariati nomi illustri della politica e non. Qualche esempio: il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, l’ex capitano azzurro Paolo Cannavaro, infine, Matteo Salvini, che in tempi non sospetti aveva proposto di togliergli la scorta.
Ebbene sì, sul tema un singolare accordo bipartisan.

Chiaramente, la schiera è destinata a crescere ogni giorno, ed infatti basterà googlare le ultime sullo scrittore, per constatare che gli ultimi, in ordine di tempo, ad aver parlato male, anzi malissimo di Saviano, sono Don Aniello Manganiello, ex parroco di Scampia («ci hai stancato») e il fratello di Pino Daniele (che ha azzardato un meno elegante«Vai a farti fottere»).

Mentre metà dell’opinione pubblica lo ritiene responsabile indiretto di questo terribile gioco di emulazione che è alla base del fenomeno baby gang, che sembra aver registrato un picco improvviso in città, l’altra impazzisce sul web per i lavori preparatori di Gomorra 4Questa la sintesi perfetta.

Il caso Liberato

Intanto, il 20 gennaio è uscito Me staje appennenn amo, il nuovo singolo di Liberato, definitivamente orientato al clubbing, dopo i successi un po’ più melodici di Tu t’è scurdat e me, Nove maggio e Gaiola portafortuna.

L’uscita, come al solito a sorpresa, non ha fatto che buttare benzina sul fuoco mai sopito del tormentone «chi è Liberato?».

A tal proposito, diverse sono le voci che si sono rincorse, da Calcutta, indiziato principale dopo l’esibizione al  MIAMI festival la sera in cui era prevista la prima uscita pubblica del rapper, a Ivan Granatino, che starebbe usando l’anonimato per riscattarsi dai pregiudizi sul suo conto, fino ad arrivare a Livio Cori.

La versione definitiva parla di un progetto collettivo perfettamente studiato, di un fenomeno di grande intelligenza musicale e commerciale, i cui ideatori fino ad ora comprovati sarebbero Emanuele Cerullo, poeta di Scampia ed autore dei testi, e Francesco Lettieri, regista, già noto alla scena indie per i video dei TheGiornalisti e di Calcutta, appunto.

La storia ci racconta che, da Saviano, grande cultore ed assiduo ascoltatore della musica indipendente, Liberato ha ricevuto un’investitura immediata con un tweet «Non so chi sia, ma da giorni mi inietto nei timpani Nove maggio e Tu t’è scurdat e me».

Per giorni si è sussurrato che Livio Cori, rapper 27enne dei Quartieri Spagnoli e attore in Gomorra nei panni di O’selfie, avrebbe nell’ultima puntata, svelato la propria identità misteriosa, chiudendo definitivamente il cerchio. 

In definitiva, cosa hanno in comune Liberato e Roberto Saviano?

Napoletano 2.0

Liberato e i protagonisti di Gomorra parlano un dialetto ricco di espressioni e slang, molto diverso da quello classico; espressioni come M’è sfunnat (mi hai distrutto) o M’staje appennenn amo, (mi stai lasciando), senza contare le numerose frasi messe in bocca a Genny e Scianel, divenute ormai celebri, appartengono ad uno slang che si differenzia notevolmente dal patrimonio idiomatico classico, ma anche dalla lingua comunemente parlata in città, la cui bellezza e unicità è stata riconosciuta anche dall’Unesco.

Divario

I video di Francesco Lettieri e la serie di Sky raccontano di una città sospesa tra le visioni di Posillipo e le piazze di spaccio del centro. Se le prime due stagioni della serie state girate prevalentemente all’ombra delle Vele di Scampia, nella terza la serie punta dritto al cuore pulsante della città: Forcella, i Quartieri e il centro storico.

Ma c’è posto, nella narrazione, anche per la Napoli bene dell’outsider, Valerio Misano, interpretato da Loris De Luna. Valerio proviene da un altro ambiente, è un ragazzo della borghesia affascinato dall’idea di entrare nel giro; parla un italiano forbito (non a caso il clan lo ribattezza U’Vucabula) ed incarna il classico figlio di papà. Nonostante questo, il feeling con Sangue Blu, Enzo, è immediato.

Nel video di Tu t’è scurdat è me un adolescente di Piazza Mercato, umile epicentro di Napoli, seduce una ragazza del Vomero, prima di essere lasciato, in quella che ha tutti i connotati di una fiaba al contrario. In una delle scene, i due si baciano, con le spalle appoggiate alla serranda di Corso Vittorio Emanuele, arteria nata per unire l’alto Vomero ai Quartieri, luoghi della stessa città, che storicamente hanno sempre rivendicato a gran voce la propria identitàQuesta narrazione sembra voler raccontare di uno strappo che si ricuce, e di distanze che si assottigliano.

Retorica ultras

Liberato tifa Napoli e non ne fa mistero sui social. Nei credits di Tu t’è scurdat e me, c’è un ringraziamento diretto a Mertens, Insigne e Callejon e il suo account Tumblr porta il nome di liberato1926. Nei video di Liberato ricorre spesso l’iconografia ultras, più che l’SSC Calcio Napoli;
le riprese del murales di Maradona, raccontano del Napoli attraverso il filtro della mitologia, così come quelle del San Paolo, ricorrono al filtro dell’architettura brutalista, (caro anche a Garrone e Sollima) che talvolta trasforma lo squallore in bellezza.

In una delle scene topiche della terza stagione, i guaglioni del clan durante una tavolata cantano una canzone che spesso si intona nella curva A dello Stadio San Paolo, Siamo figli del VesuvioMolto più che semplice tifo, è football e appartenenza.

La stessa faccia di Napoli

Se Roberto Saviano fosse Liberato, probabilmente avremmo fatto la scoperta del secolo. Per il momento osiamo affermare, senza azzardo alcuno, che, camorra e stese a parte, entrambi raccontano la stessa faccia di Napoli, e volutamente al singolare, perché Napoli, in quanto mondo, è una realtà complessa difficilmente riducibile ad unità.

Entrambi ci raccontano che un nuovo contagio emotivo si sta diffondendo in tutta la città, si possono coglierne i segni nel linguaggio, nei luoghi, nei suoni. In queste vesti, Napoli è un prodotto perfettamente vendibile, che strizza l’occhio ad un target ben preciso.

I ragazzi che sfrecciano sugli scooter senza casco, i panorami da mozzare il fiato, mischiati ad incredibili brutture, i monumenti coperti dai murales del tifo, il mare, i ragazzi che si passano gli spinelli in mezzo alle piazze. Saviano e Liberato dipingono, in sostanza, la stessa oleografia.

Un nuovo stereotipo, the new sole, pizza & mandolino.

 

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Giurista di formazione, giornalista per vocazione. Napoli è la mia città natale e la mia fonte d'ispirazione.