Cronenberg su Cronenberg, il regista de «La Mosca» si racconta a Venezia

Sarà domani, 6 settembre, il grande giorno del regista canadese, il quale, tra i sicuri applausi della Sala Grande, riceverà da parte della giuria della mostra del cinema di Venezia il Leone d’oro alla carriera. Ma mentre schiere di attori anticipano la propria entrata in scena con lunghe e silenziose camminate sul morbido redcarpet, David Cronenberg, pioniere del Bodyhorror, si siede in cattedra e si offre ad un pubblico in visibilio con una masterclass intensa e coinvolgente .

Sembrerà banale dover sottolineare come il tema principale di questa lunga conversazione, conclusasi con i divertenti aneddoti raccontati a quasi duecento giornalisti in piena adorazione, ponga al centro il cinema ed il suo universo. Ma in un mondo (reale e virtuale) in cui ognuno dice la sua, vendendo verità, Cronenberg parla con parole semplici ed illumina le menti, ricordando come il futuro stia cambiando ed abbia già un nome: Netflix.

Dopo pochi giorni dall’accesa discussione con il regista Spike Lee riguardo il tema delle piattaforme streaming e la moralità delle produzioni finanziate da esse, Cronenberg torna infatti sulla questione scegliendola come centro del suo appassionante monologo. «Netflix è una Tesla. – afferma con accademica pacatezza– le macchine elettriche rendono superati i motori a scoppio, ma molti ancora non lo capiscono. È il futuro, e crea scompiglio. Come Netflix.» Ecco allora che il futuro apre al passato ed il regista inizia a raccontare se stesso attraverso la sua personale, e mai sufficientemente discussa, idea di arte e cinema. Iniziando dall’inizio. 
 
«Quando mi stavo formando sono rimasto influenzato dalla scrittura, non dal cinema. Poi un giorno, da bambino, uscendo dal teatro dove amavo vedere i film di pirati, ho visto degli uomini adulti andarsene dal cinema di fronte piangendo. Non capivo come qualcosa potesse aver fatto piangere degli adulti. Compresi solo qualche anno dopo; in quel cinema avevano dato La Strada di Fellini. Quando lo vidi piansi anch’io. Lì ho capito che il cinema poteva essere Arte, non solo intrattenimento per bambini.».  Non bastò però quest’illuminazione a rendere Cronenberg Cronenberg, anche perché, ricorda, «io dovevo diventare uno scrittore. Mio padre era uno scrittore e io mi addormentavo ascoltando la sua macchina da scrivere». Da qui un’adolescenza fatta di letture sempre più profonde e segnanti –
 «amo gli esistenzialisti, Sartre e Heidegger hanno capito il mondo» – riconoscibili in forme diverse in ognuno dei ventisei lungometraggi che puntellano una carriera di successi e scandali. Ricorda così con piacere il festival di Cannes in cui presentò Crash, era il 1996 e «in giro per il festival 
c’era un sacco di odio verso quel film; è stato bellissimo».

La voglia di osare, di spingere la cultura oltre le proprie presunte conoscenze sembra così il vero centro della sua opera artistica. Ma attenzione, «ogni artista che spinge in là il codice dell’accettazione sociale va in contro a molti ostacoli. Ma è normale. Sono certo che anche nel neolitico ci fosse uno scultore di pietra che faceva cose che non erano accettate, magari rappresentava un Dio che nessuno voleva, o forse non faceva alcun dio».

Foto di Alessandro Cavaggioni. Tutti i diritti riservati.

Cronenberg ride, scherza, si burla con (e mai di) un pubblico che è lì ad ascoltarlo e ad amarlo. Allora parla di remake, ricordando come essi siano spesso un segno di mancanza di idee nell’universo di Hollywood, seppur con qualche eccezione. «Tipo la Mosca, quello è un remake brillante». La sala non riesce a trattenere le risate per la falsa sbruffonaggine di Cronenberg, il quale, un po’ accettando le domande, un po’ guidando il discorso, torna lì. Perché è quello il vero tema,
«ancora Netflix, ancora Netflix, spero mi assumano almeno; è da un po’ che non lavoro». 

Appare così folgorato da quello che definisce «il canone di ciò che mina ogni certezza». Quasi come se questo nuovo mondo fosse, seguendo la sua poetica, un’arte di per sé.; «Perché non sappiamo ancora nulla di questo futuro», incerto e fatto di innovazioni come la realtà virtuale e i droni. Anche se, con una certa sorpresa, possiede grandi riserve sulla prima. «Il problema per me, e per altri, è che soffro di mal di macchina. Se puoi vedere solo tre minuti prima di vomitare c’è un problema, un muro insormontabile. Siamo comunque davanti ad un modo nuovo di fare film, ora deve nascere però una grammatica nuova per raccontarlo».

Grammatica e modi; appare a tratti un professore oltre quella cattedra da cui racconta e rivela un mondo ampio e sorprendente. Ma che sia la retorica opportunista di chi ha compreso l’aria che tira, o la profonda credenza di un grande regista, una sola cosa è certa: Cronenberg sorprende ed invita alla sorpresa. Ecco perché tanto quanto stranianti appaiono i suoi film, arrivando sotto pelle e lasciando il segno, tanto emozionanti risuonano la sua visione delle cose, anche le più imprevedibili.

Chiude così su un sogno, il più recente che ricorda:  «ero attaccato ad un drone mentre lo comandavo dal mio iPhone. Guardavo sotto di me, senza violenza, senza bombardare nessuno, semplicemente volavo e guardavo. Era da un po’ che non facevo un sogno di volo. Forse sarà l’arrivo di una nuova prospettiva, o perché no: di un nuovo inizio».

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Alessandro Cavaggioni

Appassionato di storie e parole. Amo il Cinema, da solo e in compagnia, amo il silenzio dopo una proiezione e la confusione di parole che esplode da lì a poche ore. Un paio d'anni fa ho plasmato un altro me, "Il Paroliere matto". Una realtà di Caos in cui mi tuffo ogni qual volta io voglia esprimere qualcosa, sempre con più domande che risposte. Uno pseudonimo divenuto anche canale YouTube e pagina instagram.