De André: il principe libero dei nostri giorni

Fabrizio De André – Principe libero, verrà trasmesso in televisione il 13 e il 14 febbraio su Rai1. Una buona occasione se lo avete perso in sala. L’accurato biopic diretto da Luca Facchini si addentra nell’uomo, nel figlio, nel padre e nel marito che si celano dietro un artista inquieto. Grazie al fondamentale apporto di Dori Ghezzi, l’attore romano Luca Marinelli è riuscito a rievocare l’anima di uno dei più grandi cantautori di sempre.

La lotta contro il sistema e la libertà: “Storia di un impiegato”

«Cosa avrebbe potuto fare alla fine degli anni Cinquanta un giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, amico delle bagasce, cantore feroce di qualunque cordata politica, sposo inaffidabile, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata? Se fosse sopravvissuto e gliene si fosse data l’occasione, costui, molto probabilmente, sarebbe diventato un cantautore. Così infatti è stato ma ci voleva un esempio».

Così De André parla di se stesso. Con un consueto tono descrittivo tra l’ironico e l’enigmatico. Il Faber era un artista per tutti e per nessuno, un uomo che faceva musica innanzitutto per sé e poi per gli altri, eppure al contempo era un uomo altruista e disposto a dare se stesso per una buona causa: la denuncia. De André era un poeta-procuratore – oltre che un risvegliatore di animi e intelletti – che faceva le pulci anche ai secondini, quei torturatori salariati, che ridotti ad apparentemente innocenti strumenti del sistema erano invece “coinvolti” nella privazione della libertà di altri uomini.

La libertà. Questo termine era forse la parola chiave della personalità di Fabrizio, un uomo che non poteva vivere “come” un uomo libero perché era libero, incarnava la libertà con il suo stesso essere nella sua façon de vivre. Sempre nel rispetto del mondo e della vita, De André non riusciva ad agire in altro modo se non da libero, come Catone che non agiva rettamente per la ricompensa né per giustizia morale, ma perché non avrebbe potuto fare altrimenti.

Musica, istituzione e “Anima Salve”

Anime salve (1996) è l’ultimo album di De André, ma non la fine delle sue canzoni perché «i pezzi scartati sono più di quelli resi pubblici». Il problema politico per De André non aveva a che fare con decisione di schieramenti né, come si potrebbe pensare, soltanto con velleità anarchiche. La politica è nella musica di Faber quello che era per i Greci e per la Arendt: azione in comune, l’agire che mette in comunicazione gli uomini. La politica è un fatto civile e sociale ed ha a che fare, di nuovo, con la libertà. Con un darsi regole prima che te ne diano gli altri. Oltre alle ballate e alla musica la libertà era per Faber la via per l’ironia, per l’esser fresco di pensieri anche sulle piccole cose, anzi soprattutto su queste. Poiché sta nelle piccole cose e nei gesti quotidiani la vita dei dimenticati, che Faber definisce anime salve, ovviamente, da cosa se non dall’inquinamento mentale del sistema?

Libertà di parola e pessimismo: “Le Nuvole”

«Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare». C’è una citazione del pirata britannico Samuel Bellamy iscritta nelle note di copertina di uno dei dischi più belli di Fabrizio De André, Le nuvole. E a questa frase si ispira il titolo di Fabrizio De André – Principe Libero, il biopic a lui dedicato in arrivo sul grande schermo in concomitanza con i due anniversari che ne racchiudono il viaggio: quello della scomparsa, l’11 gennaio 1999, e quello della nascita, il 18 febbraio 1940.

In questi 60 anni De André ha fatto di tutto dal direttore amministrativo nelle scuole del padre all’attore di cabaret, ma la sua intenzione era chiara: dire al mondo qualcosa di essenziale. Questo è il compito di ogni grande artista. Non si tratta di fare qualcosa di bello come una canzone ben riuscita e neppure di suscitare emozioni e basta. Il primo proposito è comunicare qualcosa di importante e cioè che la vita può essere altro oltre alla caducità e alla sofferenza del tempo che incalza tutti, oltre la frustrazione del compito eseguito per costrizione.

Si tratta di restituire alla vita un senso che sorpassi la disperazione dell’esistenza. Un proposito invero religioso, non a caso i testi delle canzoni di Fabrizio sono impregnate di religiosità con citazioni anche dirette dal cristianesimo, la religione della gente comune. L’esempio più eclatante della religiosità messa in musica è l’album del 1970, La buona novella. Per questo Fabrizio in un intervista del 1984 (l’anno dell’album Creuza de ma) alla domanda sul suo pessimismo rispose sorridendo che «ho conosciuto persone più pessimiste di me… non credo di essere l’emblema del pessimismo …»

La varietà e la gente: “Non all’amore, non al denaro né al cielo”

Un altro aspetto molto importante per la poetica e soprattutto per la personalità di Fabrizio è la vasta gamma dei caratteri e delle personalità, la polivocità caleidoscopica delle reazioni che diversi uomini possono avere rispetto a una stessa condizione che è quella esistenziale.

Per far emergere questo carattere esistenziale a lui così caro, Faber scelse l’Antologia di Spoon River, di mettere cioè in musica degli epitaffi, raccolti da un tizio che era vissuto in un villaggio e aveva deciso di fare la cronaca delle vite e delle morti dei suoi compaesani. Il giudice, l’invidioso e l’istrionico. Il chimico, il cinico e il freddo. Il malato di cuore, il dolce e il nobile. Il medico, il buon samaritano destinato al disincanto.

Ognuno di questi uomini, ridotto a professioni o a etichette (come il blasfemo) rappresentano delle personalità universalizzate di uomini, o corrotti dal sistema o messi ai margini come quelle “anime salve” (che ricordano molto le anime belle hegeliane, innocenti e semplici in un mondo canaglia e complesso) e alla fine, Faber stesso, il suonatore Jones, che ha sempre continuato ad essere se stesso, e cioè libero: senza cedere né al denaro, né all’amore né al cielo.

Se la libertà significa incondizionatezza, obbedienza alla legge della propria essenza particolare senza costrizioni né dall’interno né dall’esterno che possano o riescano a modificarla, allora De André era un uomo libero e mostrava la sua libertà nella sincerità dei suoi fastidi e delle sue ambizioni, così come delle sue gioie e delle sue sofferenze, senza mai nascondere le proprie sensazioni.

Per questo Fabrizio può autodefinirsi il principe libero dell’isola di Musica, questa patria dove la libertà e la spontaneità danzano insieme all’ironia e alla purezza del sentimento e delle azioni.

 

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