“Dentro Caravaggio”, mostra regina del 2017

Inaugurata il 29 settembre, giorno del compleanno dell’artista lombardo (1571-1610), incoronata dalla stampa e dal pubblico come regina delle mostre del 2017, Dentro Caravaggio, ormai in chiusura, ha rappresentato un vero e proprio evento che ha richiamato a Palazzo Reale, a Milano, un interesse e un’affluenza di visitatori – oltre 320.000, come annuncia il Comune di Milano in un suo recente comunicato stampa –  tale da necessitare una proroga fino al 4 febbraio 2018, con un’estensione dell’orario di visita fino a mezzanotte.

Dentro Caravaggio

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Salomé con la testa del Battista, 1607 o 1610, olio su tela, National Gallery, Londra

20 tele provenienti da importanti istituzioni internazionali, tra cui il Metropolitan Museum of Art di New York, la Galleria Doria Pamphili di Roma o la National Gallery di Londra, vengono riunite in Italia per la prima volta anche nel tentativo di ripercorrere Mostra del Caravaggio e dei caravaggeschi, la grande esposizione curata da Roberto Longhi nel 1951 nello sale dello stesso Palazzo Reale, con un occhio di riguardo nei confronti della tecnica pittorica e delle ultime scoperte effettuate grazie all’utilizzo di sofisticati strumenti e analisi all’avanguardia.

La mostra è curata Rossella Vodret, accompagnata da un comitato scientifico di tutto rispetto, che conta studiosi del calibro di Keith Christiansen, è promossa dal Comune di Milano–Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira, con la collaborazione del MiBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.

La chiara volontà di rendere l’indagine diagnostica protagonista e, allo stesso tempo, filo conduttore del percorso museale è una scelta innovativa e interessante, che invita il visitatore a osservare la tela da un punto di vista diverso, e che completa e arricchisce la suggestione dell’inconfondibile stile del “maledetto” pittore lombardo.

Già dalle prime tele esposte, infatti, è facile intuire la burrascosa e tormentata personalità di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Formatosi dal 1584 fino al 1588 presso la bottega di Simone Peterzano, diretto allievo di Tiziano Vecellio, le influenze venete e lombardo risultano fondamentali nella definizione del suo stile. A partire dal 1596, l’artista si trova a Roma, probabilmente per sfuggire all’accusa di aver ucciso un suo compagno in oscuro episodio. L’incontro con il potente Cardinal del Monte lo rende uno dei pittori più richiesti (e rissosi) di Roma: le commissioni pubbliche e private aumentano a vista d’occhio, ma le numerosi liti lo costringono poi a lasciare l’urbe per lavorare a Napoli, Malta e Genova.

In virtù di questa personalità dai tratti contrastanti e affascinati, la mostra si apre proprio con uno dei suoi massimi capolavori, Giuditta che taglia la testa a Oloferne (1598–1599), proveniente dalle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma, che rappresenta un momento tragico e estremamente violento, di cui il volto protagonista è quello della prostituta Fillide Melandroni nei panni di una audace Giuditta, giovane vedova della città di Betulia, che vendica il suo popolo decapitando il generale assiro Oloferne. In questo caso, le indagini tecniche rilevano delle interessanti incisioni tracciate con uno strumento appuntito e numerose modifiche compositive.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne, 1602, olio su tela, Gallerie Nazionali Barberini Corsini, Roma

Tra le altre opere giovanili, tutte caratterizzate da un forte realismo e da un accentuato uso del chiaroscuro, ritroviamo poi il Riposo durante la fuga in Egitto (1597) e la Maddalena penitente (1594–1595) appartenenti a Girolamo Vittrice, cognato del pittore Prospero Orsi, dipinti probabilmente nei primi mesi del 1597.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto, 1597, olio su tela, Galleria Doria Pamphilj, Roma

Accanto ai quadri esposti e alle relative schede e supporti multimediali, possiamo notare una serie di citazioni e documenti provenienti dall’Archivio di Stato di Roma e di Siena che danno una chiara idea delle tappe del vissuto umano di Caravaggio.

Se, di seguito, nella Buona ventura (1594) il pittore rappresenta una scena di genere caratterizzata da una notevole complessità psicologica, nel celeberrimo Ragazzo morso dal ramarro (1593-1594) ciò che viene colto è il frangente di una scena drammatica e teatrale, tipico dello stile barocco. L’emblematica smorfia, nata dal forte contrasto tra dolore e giovinezza, pone un’importante riflessione sulla caducità della vita secondo un’espressione accigliata e sorpresa. La natura è descritta minuziosamente, il movimento del piccolo rettile dai fiori è addirittura percepibile dall’agitarsi dell’acqua nel vaso.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Ragazzo morso dal ramarro, 1597, olio su tela, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi di Firenze

La seconda sezione della mostra determina un punto di svolta per la tecnica di Caravaggio. Con il 1600, infatti, Caravaggio viene chiamato a dipingere la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi: primo incarico pubblico e su tele di grandi dimensioni. Già nel sacrificio di Isacco possiamo notare l’utilizzo di preparazioni scure a cui l’artista aggiunge soltanto i chiari e i mezzi toni, dipingendo solo le parti in luce e forgiando così un nuovo stile di pittura caratterizzerà d’ora in poi tutta la sua produzione.

Nella settima Sala, accanto allo straziato San Girolamo penitente (1605), i due grandi protagonisti della mostra milanese vengono messi a confronto. I due San Giovanni Battista, uno conservato presso il Nelson-Atkins Museum of Art, a Kansas City, e l’altro alle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma, sono stati realizzati negli anni più tumultuosi della permanenza di Caravaggio a Roma, trascorsa tra osterie e bordelli. In entrambe le rappresentazioni il battista porta il crocifisso in canna, simbolo della passione, e il caratteristico agnello viene eliminato dalla scena, così da concentrare l’attenzione dell’osservatore sul pensieroso sguardo del santo, che sottolinea in questo caso il tema della penitenza, tipico dello spirito della controriforma. La versione romana del dipinto, attribuito da Roberto Longhi, manifesta una maggiore rapidità esecutiva e una natura morta molto semplice e essenziale, assente nella versione di Kansas City. In entrambi i casi, il rosso del panneggio che avvolge il battista a torso nudo e la violenza dei contrasti di luce che si stagliano su un fondo scuro donano alla rappresentazioni un senso di mistero che sembra scavare nell’interiorità del santo.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, San Giovanni Battista, 1604 circa, olio su tela, Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, Galleria Corsini, Roma

 

 

Michelangelo Merisi da Caravaggio, San Giovanni Battista, 1604 circa, olio su tela, The Nelson-Atkins Museum of Art, Kansas City, Missouri

Grazie a un percorso di esposizione intenso, dai colori caldi e decisi, le tele di Caravaggio appaiono oggi come riflesso della sua vita e dei suoi eccezionali trascorsi, a partire dalla Flagellazione di Cristo (1607), dipinta a Napoli, dove si nasconde nell’ottobre del 1606 a seguito all’uccisione di Ranuccio Tomassoni, all’innovativa composizione della Madonna di Loreto (o Madonna dei Pellegrini) (1604-1606) rifiutata dalla famiglia Cavalletti per la sua presunta volgarità, dove Maria altri non è che la sua bellissima e sensuale amante Lena.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Madonna di Loreto (Madonna dei Pellegrini), 1604-1605, olio su tela, Basilica di Sant’Agostino, Roma

Possiamo dire che Dentro Caravaggio non è solamente un’esposizione che ha voluto cavalcare l’onda dell’entusiasmo per la riscoperta di questo artista dai mille volti, ma ha rappresentato l’occasione per mettere in luce attraverso la ricerca nuovi aspetti della sua misteriosa produzione attraverso una ricostruzione storica, geografica e tecnica che ha fatto emergere elementi esecutivi inaspettati e finora del tutto sconosciuti, rivisitando il processo creativo di Caravaggio, attraverso lo studio dei suoi pentimenti, rifacimenti e aggiustamenti nell’elaborazione delle composizioni.

 

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Valentina Cognini

Nata a Verona 22 anni fa, ancorata alle sue radici marchigiane, in sintonia con il sentire del conterraneo Giacomo Leopardi. Affetta da sempre dalla sindrome dell'ebreo errante di Kafka e Chagall, ha vissuto tra Venezia e Parigi, sulle tracce della "Génération perdue" di Ernest Hemingway e Gertrude Stein. Dopo uno stage al Museo del Louvre, ora la Pinacoteca di Brera è la sua nuova avventura. Laureata in Conservazione dei Beni Culturali, fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.