Di cosa parliamo quando parliamo di Trump?

Diciamocelo: quando ormai più di un anno fa Donald Trump vinceva le Presidenziali, pochi o nessuno di noi hanno saputo trattenersi dal provare un sentimento di incredulità misto a paura misto a ribrezzo misto a «io l’avevo detto che sarebbe successo». Insomma, un sentimento molto vago e indefinito,  generato più dall’abito che dal monaco, più da ciò che Trump rappresenta che da ciò che Trump è. Perché diciamoci anche questo: pochi o nessuno di noi sapevano – e forse sanno – chi realmente Trump sia, cosa davvero abbia detto/fatto, da dove Trump provenga e soprattutto perché si sia candidato.

Tra i primi ad alzare la mano per ignoranza in materia c’è chi scrive, che delle Presidenziali si è interessato ben poco, come ben poco si è interessato di Trump prima (o, almeno, fino a qualche giorno prima) che Donald stringesse con così imbarazzante disorientamento la mano di Barack Obama, per poi prenderne il posto alla Casa Bianca. Certo, Trump è il magnate plurimiliardario dai capelli di un ventenne, la sintesi perfetta di ciò che l’Imprenditore con la I deve e vuole essere, lo showman che non ha la coda che s’avvolge attorno al corpo come Minosse, ma in compenso condanna chi non è ancora abbastanza squalo per sopravvivere al darwinismo del Mercato – ormai è famoso il suo «You’re fired»,  sententia che farebbe gola perfino ad un Sallustio. Certo, dicevamo, Donald Trump è tutto questo; ma tutto questo non basta per guardare con consapevolezza, con coscienza, per capire il fenomeno Trump, nonché l’ora 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

Un libro utile

A darci una mano c’è Di cosa parliamo quando parliamo di Trump (acquista il libro), un bel libro scritto da Fabio Mengali (giovane dottorando che studia a Trento, si occupa di filosofia e pensiero politico) e pubblicato per l’editore Villaggio Maori. Che cos’ha di bello il testo di Mengali? È utilissimo, e lo è per due ragioni: 1) l’ampia introduzione (una sessantina di pagine) che precede la parte più corposa del testo offre un’efficace vista su chi Trump sia, come si sia presentato ai suoi elettori, quali siano i nomi degli uomini che lo attorniano e tante altre cose importanti e decisive per capire di cosa parliamo quando parliamo di Trump. E poi 2) altre centocinquanta pagine circa riportano una buona fetta di interviste, discorsi, dichiarazioni eccetera rilasciati da Trump prima della candidatura, durante le Presidenziali ed infine il giorno del suo insediamento. Con un lavoro certosino – e certosino per davvero: qualsiasi amanuense del ‘300 riconoscerebbe l’acribia, la pazienza, la solerzia, anche, del lavoro di Mengali – il testo permette ai lettori di accedere alle forme retoriche che, importantissime, hanno costituito parte del successo politico di Trump. Altra cosa: numerose note a piè di pagina accompagnano la trascrizione dei discorsi di Trump, note d’altronde imprescindibili per chiunque sappia cosa siano, ad esempio, la vicenda del Sergente Bergdahl, la Fed, il Veterans Health Administrarion Scandal solo per sentito dire.

Donald Trump

Il fenomeno Trump

Donald Trump, dunque, classe 1946, perfetto businessman, che in politica milita da poco – e nel tempo che vi ha trascorso si è barcamenato tra Democratici, poi tra i Conservatori, poi di nuovo tra i Democratici, poi con John McCain, e più o meno dal 2008, con i Repubblicani (anche questi comunque accusati di essere tutto fumo e niente arrosto). Ecco un’altra cosa interessante di Trump: è come se parlasse per categorie dello  spirito. Leggendo quanto riportato nella seconda parte del testo, è facile constare come Trump non nomini mai direttamente la cosa di cui si domanda, ma indichi la risposta con una vaghezza che è splendida: ci sono i Politici, ci sono gli Altri, c’è la Cina, c’è il Giappone (e il nome “Cina”, lo noterete, è sistematicamente accompagnato da un «ci stanno massacrando»). C’è l’America, che non è più l’America di una volta, quella bella, viva, quella dove non è necessario discutere di salario minimo perché problemi di salario non ce ne sono (altra cantilena sempre presente), ma tutto resta avvolto da una magica aura di indeterminatezza, di universalità, che per davvero smuove la coscienza. E chi scrive non sa (cosa probabile) se questo – questo modo retorico trumpiano – sia una comune a tutti gli uomini politici; ma sa che di certo a Donald Trump riesce molto ma molto bene. Quando Trump, come riporta Mengali, apre le risposte (che risposte non lo sono mai) alle obiezioni\domande sollevate dall’intervistatore di turno, quando Trump attacca con un «siamo in guai seri», ecco, questi Guai Seri restano sempre nell’ombra; sono nominati ma per poi rivolgersi ad altro (e questo altro è di solito «L’intero mondo ci sta sbranando», oppure «Abbiamo dei pessimi negoziatori», o ancora «Nessuno riuscirà a fornire il lavoro come me»).

Donald Trump oppure catastrofe

Mengali crede che il successo riportato da Trump derivi in parte, se non del tutto, dalla sua provenienza estera alla politica. Trump è ciò che fino ad ora non c’è mai stato, è la polarità opposta  ai Politici, è l’immane potenza del Negativo. Donald Trump non appartiene alla categoria del Politico, ma a quella dell’Economico (per dirla forse con una superficiale semplificazione); ed è questo probabilmente che lo ha reso un magnete: il Politico ha stancato; nuove speranze non possono nascere che da un Altrove lontano; questo Altrove è Donald Trump. E si badi: a votare Trump non è stato chi ci si aspetterebbe. In effetti, come dice Mengali, e, soprattutto, come dicono le statistiche, «il supporto di Trump ha goduto di una trasversaltà tra diverse categorie e classi sociali» e dunque Trump «non è frutto di stupidità ma di una mutazione nella percezione e nelle visioni del mondo delle persone». Pier Paolo Pasolini parlerebbe qui, come fece negli Scritti corsari , di mutazione antropologica, mutazione che ha interessato «la maggior parte delle persone bianche che hanno finito una carriera universitaria» che, «se uomini, ha preferito Trump». Sì, è così, tanti giovani, tanti laureati hanno votato Trump e questo in qualche modo, mostra come «la sollevazione delle classi operarie e dipendenti a favore di Trump sembra essere più un mito che altro».

Donald Trump

Insomma Donald Trump si è autorappresentato come «l’unica via di salvezza all’incertezza», e lo ha fatto con efficacia: «Trump oppure catastrofe», altre vie di fuga non ce ne sono. E lo ha fatto, anche, parlando all’altezza del Popolo, con le sue frasi spezzate, con il suo tono sempre famigliare (spuntano ovunque fra i testi, come per dare un tono di rassicurante conforto, periodi composti da: «I miei amici», «la mia famiglia», Tizio «è fenomenale», Caio ieri «è venuto a trovarmi in ufficio» – allusioni continue a gesti della quotidianità), ed infine l’epico, sempre scandito al secondo, We. Will make. America. Great. Again.

Tutto questo, e con più precisione, nel testo di Mengali che, lo ribadiamo, è un utile strumento per avvicinarsi al fenomeno Trump; e in effetti «leggere nero su bianco le frasi che hanno segnato il corso della politica istituzionale statunitense ci mette di fronte alla possibilità di conoscere il nostro presente». Una genealogia dunque, spoglia di pregiudizi, un esercizio utile alla «trasformazione di cose presenti per scongiurare esiti restrittivi nel campo dei diritti e delle libertà», e sì, ahinoi, se c’è uno status quo da fronteggiare, questo va prima di tutto conosciuto. Solo nella consapevolezza lucida nasce il giudizio lucido, solo nella consapevolezza è possibile essere morali senza essere moralisti e guardare, comprendere il fenomeno Trump, per poi, eventualmente, pronunciarsi… quousque tandem abutere, Catilina?

 

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Giovanni Fava

21 anni, studente di Storia e Filosofia presso l'Università di Trento. Vitam impendere vero. Buoni libri. Passeggiate in montagna.