Dal Film d’Art al sogno hollywoodiano: l’economia e la storia del Cinema

Se le prime forme cinematografiche nascono come puro esperimento tecnologico che analizza l’effetto visivo che provoca una sequenza di immagini fotografiche, qual è il momento in cui il cinema diventa effettivamente un’arte capace di generare un proprio indotto economico, ingenti fonti di reddito e icone di stile immortali nella memoria?

All’alba del XX secolo, un primo passo di avvicinamento del cinema a un tipo di produzione di stampo industriale si verifica già in Europa, in particolare in Francia, verso il 1907, con la società Pathé che va a costituire una solida amministrazione, nuove figure professionali e un vero e proprio circuito di sale di proiezione fisse, rivoluzionando in tutto e per tutto il mestiere del cinema, che fino a quel momento era stato una derivazione della fotografia o dello spettacolo teatrale. Negli stessi Ecrits autobiographiques: souvenirs et conseils d’un parvenu di Charles Pathé è interessante notare il linguaggio pratico e l’uso di termini prettamente economici della sua cronaca, che introducono una nuova concezione del cinema come processo industriale. Attraverso questa gestione di tipo imprenditoriale Pathé permette allo stesso cinema di conquistare un proprio posto nella cultura e nella vita quotidiana della città, grazie al prezioso connubio che unisce l’arte dell’immagine alla produzione industriale, cimentandosi poi nella creazione di nuovi generi che possano parlare al proprio pubblico, ovvero al cliente. Un chiaro esempio è la società SCAGL (Société Cinématographique des Auteurs et Gens de Lettres), ovvero una sezione della Pathé totalmente dedicata alla realizzazione di adattamenti teatrali e letterari destinati a un pubblico borghese dotato di un alto capitale culturale. Tra le produzioni di maggior rilievo ricordiamo L’Assassinat du duc de Guise (1908) di André Calmettes e Charles Le Bargy e Les Amours de la reine Élisabeth (1912) di Henri Desfontaines e Louis Mercanton.

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Una delle sale del circuito della società Pathé – foto :www.4.bp.blogspot.com

Dopo una intensa fase di ascesa, dal 1912, con l’avvento della Prima Guerra Mondiale, la concorrenza del cinema americano inizia a farsi sempre più pressante, soprattutto dopo il 1927 con la realizzazione del primo film parlato, Il cantante di jazz di Alan Crosland. Il conflitto ha, infatti, pesantemente rallentato l’industria cinematografica in Europa, mentre negli Stati Uniti, dopo la crisi del 1929 e il New Deal del Presidente Franklin Delano Roosevelt, lo Stato diventa un’entità fortemente presente nel sistema di produzione culturale americano, soprattutto nel caso del cinema, che diviene attrazione principale per più di un terzo dei cittadini americani, che ogni giorno affollano con passione e curiosità le sale di proiezione.

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Il cinema diventa una delle più grandi passioni del pubblico americano – foto: www.hollywoodrevue.files.wordpress.com

Ben presto Hollywood, al tempo un piccolo ranch divenuto da poco villaggio, diventa il volto di questo immenso star system in pieno sviluppo. Perché venne scelto proprio Hollywood e come nasce il mito che da anni ormai la rende capitale internazionale del cinema?

Inizialmente considerato un’anonima località della lontana California, Hollywood non solo ha sempre garantito condizioni climatiche favorevoli e un ambiente ideale per le riprese, ma la varietà del paesaggio e soprattutto la grande disponibilità di una terra ancora vergine e di una manodopera a basso costo, la rese al tempo meta di elezione per tutti i nuovi registi e produttori che cercavano una valida alternativa all’impero pressoché monopolistico che Thomas Edison aveva creato nel campo della distribuzione di lungometraggi nella cosiddetta East Coast.

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Hollywood, Los Angeles, California

La maggior parte dei nuovi produttori che iniziano a stabilirsi in California negli anni ’30 sono principalmente europei, spesso reduci dalle persecuzioni razziali imposte dai regimi nazista e fascista nel vecchio continente. La loro forte motivazione, il loro ricco bagaglio culturale e loro genialità imprenditoriale permettono al cinema di vivere una nuova fase della sua storia, dove le case di produzione, potentissime macchine economiche centralizzate, controllano l’intero processo di realizzazione di una pellicola, fino alla sua distribuzione, secondo un sistema economico liberale. É questo il momento in cui vengono realizzati i primi grandi studios ad opera di produttori del calibro di Adolph Zucker, Louis Mayer e Jack Warner, i cui nomi sono ancora oggi punto di riferimento dell’industria del cinema. Di lì a poco, si andrà a costituire il gruppo dei Big Five, ovvero i cinque maggiori studios che domineranno per decenni il campo della produzione cinematografica: Century-Fox, Warner Bros, Paramount, Metro-Goldwyn-Mayer e RKO-Radio.

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Metro-Goldwyn-Mayer è una delle più importanti case di produzione nel cinema – foto: www.blog.bananaming.com

Il cinema diventa, quindi, un vero e proprio sistema di produzione, organizzato secondo una divisione dei ruoli, una gerarchia che si traduce in un preciso metodo secondo standard ben definiti che corrispondono al gusto e alle aspettative del grande pubblico. A capo di ogni casa di produzione ritroviamo un produttore esecutivo, sotto il quale si sviluppa una complessa struttura piramidale organizzata per settori, secondo una definita “catena di montaggio”. Non si tratta solamente di un prodotto artistico, ma di un nuovo mezzo mediatico che agisce, che coinvolge e che emoziona lo spettatore. Nascono dei precisi modelli di produzione selezionati in base al genere di riferimento che consacrano la nascita del cinema Hollywoodiano.

Uno dei due principi base di questo modello è il concetto di “differenziazione”, ovvero l’emergere di personaggi e figure emblematici e riconoscibili da parte del pubblico, come ad esempio l’iconico Charlie Chaplin, che alla gag comica seppe aggiungere una complessità emotiva tale da permettergli di scavalcare alcuni importanti predecessori, tra cui l’attore statunitense Buster Keaton. Le nuove stelle del firmamento del cinema vanno a costituire il cosiddetto star system, dove apparire diventa l’unica cosa che conta, la fotografia si presta al culto dell’immagine e degli ideali cinematografici maschili e femminili, come Rodolfo Valentino o Mary Pickford, in cui lo spettatore si immedesima e proietta se stesso come naturale prolungamento dei suoi valori e dei suoi desideri. Si afferma un nuovo modo di fare comunicazione e giornalismo, che va oltre il mestiere della recitazione, e che segue e racconta con partecipazione la vita dell’attore fuori dalla proiezione dando forma al fenomeno di un divismo tipicamente americano.

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L’attore Charlie Chaplin diventa a Hollywood uno dei simboli dello star system americano – foto: www.theredlist.com

I nuovi studios rivoluzionano il modo di fare cinema, puntando su grandiose superproduzioni accompagnate da scenografie che mirano a stupire il proprio spettatore. Primo protagonista di questa ostentazione hollywoodiana è stato sicuramente il regista e produttore David Wark Griffith, considerato padre del cinema come lo conosciamo oggi e convinto difensore di un’ideale identità americana dai risvolti spesso xenofobi e razzisti. Dopo il discusso Nascita di una Nazione (1915), omaggio all’anniversario della Guerra di Secessione e occasione per riconfermare la sua ideologia della superiorità della “razza bianca”, Griffith dirige Intolerance (1916) un lungometraggio che si propone di ritrovare un senso di umanità condannando ogni tipo di odio e di violenza. La pellicola, che attraverso un tipo di montaggio per analogie unisce tre periodo storici differenti, necessita di più di 14 mesi di riprese, coinvolgendo 4000 figuranti e una scenografia imponente. É il film più costoso realizzato a quel tempo.

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Il meraviglioso set di Intolerance (1916) di David Wark Griffith

Anche grazie alla spinta dell’ambizione e della grandiosità di Griffith, il cinema americano comincia a sognare e a far sognare, il mito di Hollywood attraversa gli oceani, arriva persino in Russia presso i cineasti Dziga Vertov e Sergei Eisenstein, non smettendo mai di rinnovarsi, anche dal punto di vista tecnologico, e di trarre insegnamento dagli stimoli culturali che giungevano dalle Avanguardie europee.

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Valentina Cognini

Nata a Verona 21 anni fa, ancorata alle sue radici marchigiane, in sintonia con il sentire del conterraneo Giacomo Leopardi. Affetta da sempre dalla sindrome dell'ebreo errante di Kafka e Chagall, veneziana d'adozione, ora vive a Parigi sulle tracce della "Génération perdue" di Ernest Hemingway e Gertrude Stein. Studia Conservazione dei Beni Culturali, fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.