Enea, profugo nostro contemporaneo

«Immagina… Succede a te. È già successo»: è questo il refrain dello spettacolo Il viaggio di Enea, del giovane drammaturgo Olivier Kemeid, origini egiziane e naturalizzato canadese. Un invito che non richiede nemmeno un notevole sforzo di fantasia. Perché l’opera è una riscrittura della prima parte del poema virgiliano (il viaggio), ma fin da subito è chiaro che l’Eneide è un pre-testo per la riflessione sull’oggi.

Enea archetipo del profugo: ieri come oggi

I piani temporali continuano a intrecciarsi: la città in fiamme invasa dai nemici è l’antica Ilio, ma anche Aleppo, Palmira e le città-martiri di tutte le guerre. La sensazione è quella di un’immagine sfuocata, che guizza d’un tratto vivida grazie all’inserzione di un dettaglio: ad esempio il clangore delle armi nemiche non è solo quello di lance e scudi, ma si mescola a detonazioni e spari. È lo stesso volto della guerra, ieri come oggi. L’orrore, che è già accaduto, immortalato negli splendidi versi di Virgilio, continua a succedere sull’altra riva del Mediterraneo. Una sera come tante. Forse anzi sei andato a dormire più felice del solito. E senza alcun preavviso la guerra ti entra in camera, con lingue di fiamme, spari, grida. Che cosa fai? Ti precipiti, accecato dalla vendetta e dall’odio, per affondare il pugnale nel cuore del furioso Achille, sapendo già che tutto è vano? Oppure hai un sussulto di razionalità e corri via, caricandoti della responsabilità degli affetti? Lasci il tuo mondo, un grumo di cenere e sangue, già irriconoscibile. Dici addio al passato e ti avvii a un futuro incerto, di fuga e di esilio.

È questo l’incipit tumultuoso e di impatto dello spettacolo, una rilettura del secondo libro dell’Eneide filtrato attraverso la storia personale di Kemeid (il nonno lascia l’Egitto dopo il colpo di stato del 1952 e si trasferisce in Canada). L’operazione poggia sull’effetto-eco: i nomi dell’antica epopea galleggiano come tracce memoriali di un tempo remoto riattivato però dal presente. Ciò accade grazie ai cortocircuiti temporali ma anche alla recitazione, che la regista Emanuela Giordano ha voluto rendere attraverso una “staffetta” corale: il narratore comincia il racconto in forma oggettiva, ma ecco che la storia acquista corpo e carne nella voce che subentra e sovrasta la precedente, quella di Enea (l’io della storia), e ancora, il suo punto di vista è pronto a sciogliersi nella visione degli altri personaggi. Questa rifrazione narrativa rinvia alla fluidità dell’evento, che “parla” a ognuno in variegate sfumature e sfaccettature.

© Luca D’Agostino (Teatro Carcano)

Siamo tutti in esilio

Esilio è la parola-chiave, nei suoi risvolti più drammatici e a volte anche comici, quando ad esempio i profughi approdano nella linda spiaggia privata di un Club Méditerranée. La regista ha qui puntato a un effetto straniante, portando Enea (Fausto Russo Alesi) e i suoi, disperati e bianchi, in un’oasi paradisiaca frequentata da turisti di lusso, che hanno la pelle nera. Un ribaltamento di prospettive che, attraverso la distanza e l’ironia, mostra il paradosso del nostro mondo, anch’esso “in esilio”, quando si tiene lontano dai problemi: a parole siamo tutti solidali, ma poi nei fatti quei migranti che «sporcano il mare con i loro cadaveri» sono un fastidio da rimuovere. Anche Didone, la regina di Cartagine, è una immigrata, che ha attraversato il deserto su un camion insieme ad altri disperati, per sfuggire alle persecuzioni del fratello: eppure non esita ad accogliere Enea.

© Luca D’Agostino (Teatro Carcano)

I nuovi Inferi

Gli dèi e il Fato arbitro delle vicende umane sono oggi rappresentati, nella visione di Kemeid, dalle autorità capricciose che non concedono il permesso di soggiorno e costringono a una vita in sospeso in terribili campi di detenzione. Qui la Furia Aletto sparge discordia fra i diseredati e scoppiano contese sanguinose per la conquista di uno “spazio vitale” fra le tende: negli Inferi contemporanei la fratellanza fatica a resistere.

Questa versione italiana dell’opera di Kemeid sembra ispirata a un profondo pessimismo. La scenografia minimale è costituita da una rudimentale pedana in legno, che diventa la zattera di una umanità alla deriva. Nella dominante penombra la recitazione è raggelata in pochi gesti, come a indicare la paralisi di una situazione che anche a livello politico non ha per ora vie d’uscita. E infatti cade nel vuoto l’appello di uno dei profughi: «dateci calce e mattoni, una terra da coltivare e la dignità, e potremo ricostruirci una vita e scambiare con voi canzoni». Ma Enea, accorato, non può che scuotere la testa: «Se solo fossimo capaci…». La solidarietà forse non è inscritta nel dna dell’uomo.

 

 

Il viaggio di Enea
di Olivier Kemeid (dall’Eneide di Virgilio)
regia di Emanuela Giordano
Teatro Carcano, Milano
22 novembre-3 dicembre 2017

 

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Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi.
Sono spazi fisici e dell’anima dove amo sempre tornare.