L’eros nell’arte giapponese: le ardite immagini degli shunga

L’arte giapponese approdò in Europa nella metà del XIX secolo, quando, grazie alla restaurazione Meiji, il Giappone si aprì a nuove influenze; gli artisti del nostro continente, in particolare gli impressionisti e i pittori dell’art nouveau, rimasero affascinati dalle delicate raffigurazioni giapponesi, tanto da trarne ampio spunto per le proprie opere. Contemporaneamente, come spesso accade, prese avvio una vera e propria caccia al tesoro, nella quale i collezionisti cercavano di aggiudicarsi i pezzi più belli e rari: obiettivi molto ambiti erano le celebri stampe giapponesi.

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Ukiyo-e – questo il loro nome in giapponese – significa letteralmente “immagini del mondo fluttuante“, con riferimento sia all’impetuosa cultura che li produsse, sia allo stile che, non prevedendo l’utilizzo del chiaroscuro, rende ogni scena quasi surreale. Gli ukiyo-e fiorirono durante il periodo Edo (1603-1868) ed erano destinati prevalentemente alla popolazione meno ricca del Giappone, dal momento che il loro prezzo contenuto li rendeva ottimi sostituti dei dipinti più costosi. I soggetti prediletti dagli artisti di ukiyo-e erano i paesaggi; soprattutto questo tipo di stampe entrarono nell’immaginario e nella memoria degli europei: ancora oggi tutti abbiamo in mente le famose vedute del monte Fuji o la Grande Onda di Hokusai. Altrettanto rappresentate, però, erano le scene di vita cittadina e, tra queste, un particolare tipo acquisì molta popolarità: quelle ambientate nelle case di piacere.

Questo particolare genere prese il nome di shunga, cioè “pittura di primavera“, un modo per indicare eufemisticamente il rapporto sessuale. Le persone coinvolte nei rapporti raffigurati dagli shunga erano generalmente una cortigiana (la geisha) e il suo cliente: il pittore li coglieva mentre erano intenti a sperimentare diverse posizioni, alcune anche molto curiose e ardite. Non si sa quale fosse lo scopo originario di queste realizzazioni, ma nel momento della loro massima fioritura gli shunga erano utilizzati dalle prostitute per illustrare i “servizi” offerti oppure per far eccitare il cliente. In altri contesti, essi potevano servire anche per l’educazione dei giovani uomini, non ancora iniziati ai rapporti intimi, oppure per il divertimento della popolazione; a questo scopo gli shunga venivano raccolti in album.

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Sebbene la maggior parte degli shunga rappresentino un uomo e una donna, non è raro trovarne anche di altro genere: l’apertura culturale del mondo giapponese verso la sessualità, infatti, impediva di provare sdegno anche per le pratiche più fuori dal comune. Non mancano, ad esempio, le raffigurazioni di rapporti omoerotici tra cortigiane, piuttosto frequenti soprattutto nei periodi in cui erano costrette a rimanere lontane dal loro protettore; gli uomini, lungi dal trovarle riprovevoli, si soffermavano volentieri su immagini di questo tipo. La fantasia degli artisti si spingeva fino alla pratica della zoofilia: è il caso di Sogno della moglie di un marinaio di Katsushika Hokusai, che raffigura una donna che si intrattiene con un grosso polpo.

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Veniva poi considerata eccitante anche l’idea di una terza persona che, più o meno volontariamente, assisteva al rapporto tra i due principali soggetti del dipinto. Se il terzo incomodo si trovava lì per sbaglio, di solito il dipinto raffigurava un pannello leggermente scostato, dietro il quale i due amanti avevano cercato invano di nascondersi; se, invece, il personaggio assisteva volontariamente, poteva cogliere l’occasione per masturbarsi o, anche, di unirsi alla coppia: alcuni shunga, infatti, presentano un rapporto a tre, generalmente con un uomo e due donne. E proprio su questo tema si imperniava l’album erotico di Suzuki Harunobu, intitolato Le romantiche avventure di Man’emon. Esso narra le avventure di un uomo, Man’emon appunto, che riceve da due fate una pozione grazie alla quale può diventare piccolissimo: il protagonista, dunque, utilizza questo potere per infilarsi nelle case e assistere non visto alle più svariate scene di passione. Il lettore poteva divertirsi, oltre che a trovare Man’emon – in alcune tavole davvero ben nascosto, ad assistere agli scherzi del piccolo protagonista e a leggere i suoi commenti riguardo alle performance di cui era spettatore.

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Nonostante le immagini siano molto esplicite e i genitali siano messi in bella mostra – a volte persino esagerati – è raro trovare negli shunga personaggi completamente svestiti. I giapponesi, infatti, grazie alla pratica dei bagni pubblici a cui donne e uomini partecipavano insieme, erano abituati alla nudità e non la trovavano oscena o provocante; molto più sensuale era invece il “vedo-non-vedo” di una veste scostata o di un pannello socchiuso. Ciò che colpisce in queste immagini è innanzitutto il profondo rispetto per qualsiasi tipo di sessualità e il rapporto paritario tra uomo e donna. Tutto ciò è frutto di una cultura che, a differenza di quella occidentale contemporanea, non vedeva nel sesso una trasgressione, ma piuttosto un atto importante, simbolo della nascita e della vita stessa, attraverso cui esorcizzare la paura della morte; qualcosa da celebrare nella sua bellezza, anziché da nascondere con vergogna. Per questo ai giapponesi dovette risultare del tutto incomprensibile la censura che colpì gli shunga attraverso una serie di editti, emanati tutti durante lo shogunato Tokugawa, con i quali si vietava la circolazione dei libri erotici; tali divieti, tuttavia, non intaccarono la produzione di dipinti erotici. Solo con l’avvento della fotografia la fortuna degli shunga declinò, ma nello stesso periodo essi approdarono in Europa, che li accolse con scandalo e anche con grande curiosità. E dalla tradizione della pittura erotica degli smunga – durata quasi quattro secoli – secondo molti nacque il manga erotico giapponese, un genere ad oggi molto fiorente.

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Classe 1990, nata a Milano, laureata in Filologia, Letterature e qualcos'altro dell'Antichità (abbreviamo in "Lettere antiche"). In netto contrasto con la mia assoluta venerazione per i classici, mi piace smanettare con i PC. Spesso vincono loro, ma ci divertiamo parecchio.