L’erotismo triste di Egon Schiele

Il Novecento è un secolo in cui il dibattito intellettuale mette in discussione le certezze di ogni uomo: l’analisi dell’esistenza umana e della sessualità sono temi sempre più importanti, come si può vedere ne L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud (1900) o in Commedia della seduzione di Arthur Schnitzler (1924). Di conseguenza, l’arte enfatizza molto il corpo, le sue pulsioni, le emozioni: sono molti gli artisti che rielaborano queste tematiche, tra cui l’austriaco Egon Schiele (1890 – 1918). Se nelle sue prime opere il pittore si ispira molto a Gustav Klimt – che non conosce mai ma di cui riproduce molti quadri – Schiele trova poi la sua strada verso l’espressionismo tedesco, sviluppando uno stile unico e immediatamente riconoscibile, seppur in un breve periodo di tempo – si spense infatti a soli ventotto anni a causa della febbre spagnola, lasciando però circa 3.140 opere tra dipinti, acquerelli e disegni.

Egon Schiele, Nudo femminile, 1914.

Egon Schiele, Ragazza nuda accovacciata, 1917

Nel 1912 Schiele è condannato per «immoralità e corruzione di minorenne» proprio a causa dei suoi dipinti “scandalosi” eseguiti grazie all’aiuto di modelle molto giovani, appena adolescenti. Eppure per l’artista «nessuna opera d’arte erotica è una porcheria, quand’è artisticamente rilevante, diventa una porcheria solo tramite l’osservatore, se costui è un porco». Si tratta quindi di un’arte provocatoria, che vuole opporsi alla moralità della società e trasgredire, ma che al tempo stesso vuole indagare in profondità le emozioni umane, oltre che dell’artista stesso, animo tormentato e incompreso.

L’erotismo di Schiele è caotico ma affascinante: spesso non è facile capire dove inizia un corpo e dove finisce l’altro, gli amanti intrecciati si fondono tra loro in linee che li ritraggono in modo non del tutto realistico, spesso sproporzionato e dai tratti irregolari. La mancanza di uno sfondo preciso rende poi le sue opere ancora più astratte e per certi versi oniriche: non abbiamo i letti disfatti di Henri de Toulouse-Lautrec, gli amanti aleggiano e si contorcono nel nulla, come appartenessero a un’altra dimensione fatta di colori innaturali ma evocativi.

Egon Schiele, Nudo con calze verdi, 1918

Le figure, oltre a non essere ben proporzionate, sono poi spesso mutilate: ad alcune donne vengono “tagliati” i piedi, ad altre le mani, ad alcune addirittura la testa; i dipinti di Schiele incorniciano la protagonista nei modi più disparati, focalizzando l’attenzione in punti ben precisi e con colori accesi posti in punti “strategici”, come le calze (forse l’indumento preferito dall’artista) verdi della modella o le labbra e i capezzoli rosso fuoco.

Egon Schiele, Amicizia, 1913

Egon Schiele è ossessionato dal corpo, sia maschile sia femminile: i protagonisti senza veli (o quasi) dei suoi dipinti sono avvinghiati tra loro o solitari, seducenti ma al tempo stesso malinconici, la nudità non è mai censurata ed è quasi aggressiva, brutale. I corpi ritratti non sono poi perfetti e pieni di vita, ma emaciati, stanchi, imbruttiti. «Tutto nella vita è morte» scriveva il pittore, e proprio un senso di morte e decadenza è presente nei suoi lavori, probabilmente influenzati dall’esperienza personale dell’artista, breve e travagliata. Per esempio le donne, spesso prostitute o modelle, non sono estremamente provocanti: hanno al contrario uno sguardo malinconico, perso nel vuoto, rassegnato, come se qualcosa di terribile stia per accadere.

Egon Schiele, L’abbraccio, 1917

Un esempio della passionalità soppiantata dal tormento è L’abbraccio (o Gli amanti). L’opera nasce nel 1917, in pieno conflitto mondiale, e raffigura il momento appena successivo all’atto sessuale. Il dipinto non lascia però allo spettatore una sensazione di passionalità e amore, al contrario l’emozione che si percepisce è la disperazione. Sembra che i due amanti, dopo quel momento, debbano lasciarsi per sempre. Chi guarda non ne conosce il motivo, ma le loro espressioni delineate da pochi tratti sembrano annunciare un addio straziante, rendendo l’opera incredibilmente dinamica.

La morte del resto è, insieme all’erotismo, uno dei temi più affrontati dall’artista, ne sono un esempio i suoi corpi scarni e macabri, come fossero sul punto di lasciarci per sempre. Per questo motivo la sessualità in Schiele si trasforma in un erotismo triste, fatto di addii, di sofferenza, di donne sole o di abbracci strazianti. Niente a che vedere con il maestro Klimt, abile nel ritrarre la seduzione e l’amore: i corpi di Schiele non attraggono, repellono, eppure questa macabra repulsione affascina lo spettatore pervadendolo di malinconia.

 

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Dalila Forni

1991. Studentessa di Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee a Milano. Vivo di letteratura, pastasciutta e buona birra.