Filosofi italiani. Emanuele Severino: oltre la morte e l’estrema follia

[Inauguriamo con quest’articolo una serie di uscite per la rubrica di Filosofia interamente dedicate a filosofi italiani. Di Emanuele Severino, del quale Pietro Regazzoni ci parla in questo articolo, abbiamo già scritto qualcosa. Emanuele Severino, nato a Brescia nel 1929, ha costruito la sua filosofia, incentrata su concetti come nulla, eternità, nichilismo, con raro rigore, forse ineguagliato, imponendosi come uno dei più importanti pensatori del nostro tempo.]

La morte e l’Occidente

Secondo il suggerimento di Ludwig Wittgenstein: «su ciò di cui non si può parlare si deve tacere».

Eppure, riflessioni intorno all’evento della morte hanno da sempre animato ideologie, confronti e dibattiti su tutti i fronti. Questo perché, parafrasando Elias Canetti, «di tacere della morte non ne siamo capaci». Tutti, infatti, sentiamo il bisogno costante di comprendere che cosa ne sarà del nostro io.

In particolare, lungo l’intera storia dell’Occidente, a partire dai Greci passando per il Cristianesimo e fino ad arrivare ai giorni nostri, la morte si inserisce nella corrente del divenire delle cose, del mondo. La morte rientra nella convinzione che gli essenti nascano e muoiano, ossia escano dal nulla per poi ritornarci.

Nella logica del pensiero occidentale, l’ultimo evento della vita non è altro che la rappresentazione del divenire altro. Questa considerazione è ciò che nel pensiero di Emanuele Severino si identifica con l’estrema follia, la forma più rigorosa dell’errare che si allontana dalla struttura originaria in cui ogni essente è eterno. Dove per eterno non si intende «la potenza sovrastante del padrone; perché tutto è eterno. Non vi sono servi; non c’è nemmeno un padrone».

Quando pensiamo al nostro passato, dalle azioni più umili a quelle più grandiose, riteniamo che oggi quelle azioni non ci siano più e, nonostante il permanere dei ricordi, abbiamo fede nel fatto che esse siano divenute un niente. Per semplificare, riteniamo che la partita di pallone di ieri, oggi sia già divenuta un niente ma con ciò non crediamo che la partita di ieri fosse un niente, mentre calciavamo la palla non ci saremmo sognati di scambiare quel momento per un niente. Eppure quello che era un non-niente, il calcio al pallone, oggi si identifica col niente, proprio questa è la follia a cui tutto il sottosuolo occidentale presta fede. 

Legna e cenere

Severino, per dare evidenza al suo pensiero, utilizza la metafora della legna e della cenere, affermando che:

«La legna sta al vivente come la cenere sta al cadavere. La cenere è il cadavere della legna. Ma quando si esperisce la cenere, non si esperisce l’annientamento della legna. Quando si esperisce la cenere, questo esperire è il compimento di una serie di esperienze in cui appare la legna spenta, poi la legna accesa, poi la legna meno accesa, poi il suo cadavere, la cenere».


Severino                                          

I singoli passaggi della combustione ci appaiono come il destino di ciò che già conosciamo: la morte, in realtà il divenire, inteso come annientamento, non può apparire e quindi non può nemmeno essere considerato un contenuto di esperienza. Ogni singola sequenza di questo processo, per Severino, non è altro che il manifestarsi di ogni essente nel cerchio dell’apparire.

La legna integra, dopo averla posta sulla brace, esce dal cerchio dell’apparire lasciando al suo posto dei carboni ardenti, e così via fino ad arrivare alla cenere.  Non c’è un “divenir altro” o “un’entrata e un’uscita dal nulla”, bensì un entrare e un uscire dal cerchio luminoso dell’apparire.

Severino

Il destino dell’uomo

Qual è allora l’autentico destino dell’uomo?

Per Severino, ogni essente di cui si fa esperienza è e non può divenire altro da sé. Di conseguenza l’uomo è eterno e il suo destino non può che essere un ritorno poiché siamo già da sempre oltre la vita, più che la vita. Il destino dell’uomo non è dunque la morte, come considerata dal sottosuolo del pensiero occidentale, ma l’apparire dell’esser sé di ogni essente.

Anche per Tommaso d’Aquino il corpo che muore, non certo l’anima che resta immortale per il Cristianesimo, se ne va nel niente («in nihilum cedit»). La riduzione della morte a un niente oscura l’orizzonte autentico in cui si troverebbe l’uomo se non avesse fede nell’estrema follia che lo considera un mortale, obbligandolo così a «mendicare la propria salvezza dal baratro del niente presso un Dio oppure, come accade ora, presso la scienza. Siamo re che si credono mendicanti».

L’uomo è il contenuto di questa credenza e non si riscoprirà “re” fino a quando non squarcia il velo che lo circonda. Si tratta di capire, in fondo, se la morte è un puro annientamento o un infinito proseguire oltre quella che oggi chiamiamo vita.

                                                                             

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Pietro Regazzoni

Nato a Lecco tra lago e monti nel 1997. Studio Scienze politiche interessandomi di mille altre cose. Amo passeggiare e immaginare il futuro.