Identità fluide o in gabbia? “MDLSX” dei Motus

Per nominare il proprio percorso creativo hanno scelto la parola Motus, cioè erranza, transito, ricerca nomade di senso, flusso e mutamento. All’inizio (1991) erano solo in due, Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, ma ora sono un collettivo che miete successi. Il loro è un teatro sovversivo e fuori dalle regole, per l’uso dello spazio (una cella frigorifera, stanze di hotel, una tenda) e soprattutto per lo sguardo “politico” in senso lato, pronto a carpire la bruciante attualità (immigrazione, movimenti Occupy, crisi e rivolte urbane in Grecia, primavere arabe). L’oggi è filo rosso indispensabile anche nelle riletture dei classici, da Shakespeare a Pasolini, passando per la ribellione di Antigone alla luce delle proteste di Atene 2008 dopo l’uccisione del giovane Grigoropoulos da parte della polizia (Alexis. Una tragedia greca, 2010). L’esito è un mix di linguaggi, perché il passato dialoga con il presente, e inoltre la fiction narrativa con la realtà e il multimediale.

Dal 2006 i Motus hanno una punta di diamante, Silvia Calderoni, attrice dal fascino magnetico e dalla vibrante corporeità: un fascio di muscoli e nervi scattanti, icona androgina di una sessualità inquieta. Lo spettacolo MDLSX è stato calibrato su di lei, sola su una scena impostata come un DJ-VJ set: sul fondo, un tavolo da cui manovra l’impianto suoni, dipanando l’arco sonoro della musica che ha segnato la sua adolescenza (gruppi anni ’80-’90 fra cui Placebo, Talking Heads, R.E.M., The Smashing Pumpkins…).

Il mistero è fin dal titolo: una serie di consonanti che potrebbe essere una data romana, un codice fiscale o una sequenza cifrata. C’è libertà di interpretazione. Ma se aggiungiamo delle vocali, la parola sbocconcellata si avvicina a “Middlesex”.

Middlesex (Mondadori 2003) è lo strepitoso romanzo dell’autore americano di origini greche Jeffrey Eugenides, che gli è valso il Premio Pulitzer e un successo globale, ponendolo fra i titoli fondamentali della letteratura americana del nuovo secolo. Si tratta della storia di Cal, allevato però come Calliope, che scopre la propria natura di ermafrodito. La narrazione però si ramifica, coinvolge personaggi secondari, si sfrangia in una polifonia di modelli letterari (romanzo di formazione ma anche saga famigliare). «Come il suo narratore ermafrodito, anche il libro è un ibrido: in parte epica in terza persona, in parte romanzo di formazione in prima persona», afferma l’autore in un’intervista (Bomb magazine, 2002). L’autobiografia di Cal ruota intorno alla tensione del “middle”, fra le opposte tensioni di natura (o destino genetico) e architettura culturale dell’identità. Eugenides sfrutta il privilegio ambiguo del suo narratore ermafrodito: questo Tiresia contemporaneo, in between fra maschile e femminile, ha uno sguardo sul mondo che va al di là delle categorie. La sua storia, che conosce momenti di ironia e di grazia delicata, all’interno di un ritmo avvolgente, invita a riflettere sul tema dell’identità: siamo quello che determinano i nostri geni oppure quello che decidono per noi società, cultura ed educazione?

I Motus partono da queste suggestioni per creare un prodotto che dal 2015 viaggia registrando ovunque il soldout, da Sydney a Berlino. A Milano era approdato nel marzo 2016 (ZONA K) e ora fino al 23 giugno 2017 è in scena al Teatro Elfo-Puccini, non a caso due realtà che nel capoluogo lombardo si segnalano per l’attenzione costante alla contemporaneità.

Il romanzo di Eugenides, come segnala quel titolo “in perdita vocalica”, è una traccia a cui si somma una ricerca sui testi filosofici attuali intorno alla teoria queer, con i contributi di Judith Butler, Donna Haraway, fino al Manifesto contrasessuale di Paul B.Preciado. Dunque una riflessione-gender? Meglio, un’opera polifonica su identità fluide e gabbie limitative.

Dispositivo narrativo è il corpo di Silvia Calderoni, asciutto e sottile, in continuo movimento: ondeggia sul ritmo dei bassi e della batteria, balla, salta, corre, scivola, si veste, si spoglia. Slanci di energia rabbiosa convivono con chiaroscuri tonali di ritrosia e grazia quasi impacciata, all’insegna della metamorfosi, per cui ad esempio sa essere conturbante sirena e parodia di un virile cowboy.

© Renato Mangolin

Attorno a questo corpo si disegna un bifrontismo ambiguo: spesso infatti Silvia ci dà le spalle, mentre manovra con destrezza consolle, microfono, lampade a led colorati e soprattutto una telecamera con cui si riprende. Una sorta di oblò rotondo oppure occhio da Grande Fratello è lo schermo su cui si proiettano i video, quelli in presa diretta come pure filmini del passato che mostrano la Calderoni bambina e adolescente, in un intreccio studiato con le sonorità delle canzoni. Dunque la realtà (il qui e ora della Calderoni corpo in scena) gioca a rimpiattino con il filtro della mediazione visuale.

Tutto si apre sul filmino di Silvia adolescente che canta a un karaoke la canzone “C’era un ragazzo, che come me…” su una tonalità completamente sbagliata. Una dissonanza imbarazzante, che strappa qualche risatina al pubblico, ma è già scattato il meccanismo-trappola teatrale: Silvia è stonata perché “fuori” dalla norma o sta semplicemente cercando la propria singolare tonalità?

© Simone Stanislai

L’obiettivo è creare livelli differenti alla confluenza dell’ambiguità: è uno spettacolo ma sembra una performance, è Eugenides ma non solo, è corpo ma anche video, corporeità e parole. Inoltre l’ambiguità androgina della straordinaria performer confonde il pubblico: quella che si dipana con linguaggio cinematografico da short cuts è la storia di Cal/Calliope oppure quella di Silvia Cal-deroni? Dove finisce una vicenda (fiction) e inizia l’altra (confessione di realtà)?

Ed ecco che il ritmo si fa frenetico, le parole diventano atto performativo o gestualità corporea. Fra i tanti slanci di questa poetica coreografia psichedelica, si ricorda l’ossessivo refrain dello spray di lacca spruzzato sui capelli, un gesto che si fa “segno”: come la lacca ferma il ciuffo ribelle, così società ed educazione cercano di bloccare l’identità fluida in gabbie categorizzanti.

L’identità di genere è un’etichetta «che ti appiccicano addosso, senza coinvolgerti, senza possibilità di scelta», dice Silvia, mentre la sua corporeità irruente mostra lo spazio “plastico” della nozione di sessualità, le chiazze di ambiguità ma anche l’ironia, come quando si presenta con barba e peli posticci in un’instancabile opera di trasformismo. E poi viene esemplificata pure la violenza dell’univoco, come nella scena sconvolgente in cui il bacino nudo di Silvia si espone al taglio di un raggio laser, che indica forse la linea della cosiddetta “normalità”, al di là della quale secondo l’opinione comune inizia il territorio dei “mostri”.

Ogni nostro giudizio sull’altro è inficiato da semplicistiche sovrastrutture, parole che non risolvono la complessità e anzi arrivano a circoscrivere e “patologizzare” ciò che eccede la norma stabilita. La ricerca dei Motus in questo spettacolo è un fluttuante meccanismo di montaggio e smontaggio, un mix di livelli sovrapposti (corpo, musica e video, narrazione), per ripensare le categorie con cui cerchiamo di “squadrare il mondo da ogni lato”: che cos’è l’identità? Che cos’è questo corpo in scena, caratterizzato da una sessualità ai confini e inquieto nella continua metamorfosi? E noi che guardiamo, siamo spettatori, giudici o voyeurs? Sulle note sfumate di “Let me get what I want” (The Smiths) i lunghi applausi rivelano che il pubblico è commosso.

 

MDLSX
di Motus
regia di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
con Silvia Calderoni
Teatro Elfo-Puccini, Milano
19-23 giugno 2017

 

Related Post

Condividi:

Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi. Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.