In bilico tra l’Europa che sognavamo e quella che vogliamo ancora

Oggi, 9 maggio, si celebrano i 67 anni dalla dichiarazione di Robert Schuman, con cui si aprì la strada della CECA, comunità europea del carbone e dell’acciaio, primo tassello verso quella che si pensava sarebbe stata un’Europa federale a sei: Italia, Francia, Germania, Olanda, Belgio e Lussemburgo. Cosa resta di quel progetto e perché ha senso oggi festeggiare l’Europa?

Ben poco si potrebbe dire. Non è infatti lontano il 2009, quando il primo ministro greco George Papandreu annunciava il rischio di fallimento della Grecia e la paura del contagio avanzava, quando il sentimento di confusione si diffondeva rapidamente tra le capitali dell’Unione. Ecco allora che emergeva quello che, di lì a breve, venne chiamato il “peccato originale” dell’Unione Europea, ossia essere un’Unione monetaria senza una politica fiscale. Nell’urgenza di dover trovare una soluzione per calmare le pressioni degli investitori sui debiti pubblici europei, e nella mancanza di soluzioni sovranazionali condivise, la strada del metodo intergovernativo, da allora sempre più dominante e prediletto rispetto al metodo comunitario, fu la drammatica via che si intraprese, ma che, immediatamente, portò alle conseguenze che sono note a tutti: la creazione di uno strumento d’urgenza, intergovernativo e sottratto alla supervisione del Parlamento europeo, il Meccanismo Europeo di Stabilità, la TROIKA, i compiti da Bruxelles, passando per il referendum greco del 2015, fino ad arrivare alla cronaca di questi giorni.

È da quel momento in poi che l’Unione Europea è diventa oggetto di numerose discussioni e dibattiti. Si è passati, in pochi anni, dalla quasi approvazione della Costituzione Europea, al rischio Grexit, alla concreta realizzazione della Brexit. Come sottolineato in un recente intervento dall’On. Luigi Morgano, la crisi finanziaria ha messo a dura prova le istituzioni e ne ha fatto emergere pregi e limiti di attuazione. I venti del populismo hanno raccolto questa insoddisfazione materiale dei cittadini europei e l’hanno trasformata in propaganda anti-europea, “riscrivendo” la storia dell’Unione non come il progetto dei padri fondatori, ma come disegno di alcune élite a danno dei popoli europei.

Questa narrazione, le cui cause, tuttavia, vanno rintracciate nei limiti stessi del metodo intergovernativo dominante negli anni pre e durante crisi, oggi, rischia di essere pericolosa e di dare spazio a numerosi fraintendimenti dalle conseguenze politiche non calcolabili, non ultima la fine stessa e l’implosione dell’Europa.

Festeggiare l’Europa allora può diventare l’occasione per una riflessione sulle radici, sulla natura del progetto europeo, e sugli obiettivi che dobbiamo porci dinanzi: dove eravamo, dove siamo e dove vogliamo andare.

Come si diceva sopra, il 9 Maggio 1950 Robert Schuman, allora ministro degli esteri francese, pronunciò la celebre dichiarazione che, dopo anni di conflitti e rivalità, sfociati in due sanguinosissime guerre mondiali, apriva le porte della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA): il primo mattone del processo di integrazione europea. In quella dichiarazione, infatti, Schuman non si limitava a descrivere le funzioni “tecniche” di un nuovo organismo, ma si spingeva oltre, ponendo la CECA all’interno di un percorso politico che aveva come ultima tappa la Federazione Europea:

«L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. […] La fusione della produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime».

Come sottolineato dal professor Castaldi in un intervento su L’Espresso di due anni fa, la dichiarazione ha un valore duplice. Il primo, che potremmo definire contingente, legato alla ricostruzione del nostro continente dalla seconda guerra mondiale ed al timore per la rinascita dell’industria pesante bellica tedesca; il secondo, guidato da una visione progettuale, di passi concreti, proiettata sul futuro e che mirava alla creazione di una organizzazione sovranazionale per la rinascita politica, economica e sociale dei popoli europei.

Concretezza e una visione progettuale proiettata sul futuro sono quindi i due principi che fecero propri i leader europei nella creazione della Comunità Europea. Da un lato, è la contingenza storica che li portò a trovare ed individuare soluzioni per affrontare sfide condivise, ma, dall’altro, è l’idea di comunità di valori che li guidò, ossia l’idea per cui, come europei, abbiamo comuni radici e condividiamo una storia comune. Solo su questa base infatti fu possibile per gli stati europei accettare la creazione di un’istituzione sopranazionale, con un’Autorità centrale indipendente dai governi nazionali e con il compito di decidere le regole del mercato unico europeo del carbone e dell’acciaio.

Come ribadito più volte da Jean Monnet, padre spirituale dell’UE e amico di Schuman, oltre che primo presidente dell’Alta Autorità, la CECA rispondeva solo alla Comunità e non ad un governo piuttosto che un altro e poteva essere giudicata nel suo operato dalla sola Corte di giustizia europea e non da altri. Va ricordato, inoltre, che la CECA aveva poteri fiscali e di prestito, che non furono poi attribuiti alla CEE, e di cui ancora oggi l’UE e l’Eurozona risultano sprovviste pur avendone assoluto bisogno. Il bilancio della CECA era finanziato dal gettito delle imposte sulle produzioni del carbone e dell’acciaio e non aveva l’obbligo del pareggio di bilancio: poteva cioè chiedere prestiti – ovvero contrarre debito pubblico sovranazionale.

La domanda a questo punto è: come fu possibile passare dalla seconda guerra mondiale e dall’età dei nazionalismi, all’istituzione di un organismo sovranazionale? È chiaro che senza un progetto che guardasse al futuro, la semplice contingenza storica non sarebbe stata sufficiente a compiere quel passo di fondamentale importanza. Riflettendo quindi sul 9 maggio di 67 anni fa e chiedendoci perché sia così importante ricordare quella data oggi, non possiamo non fare un parallelismo tra i due contesti storici e pensare che, oggi più che mai, serve riprendere l’idea di Europa fondata sui nostri valori comuni. Investire sulle vere ragioni deve essere il passo fondamentale per rispondere nel modo migliore alle sfide che, di volta in volta, le contingenze storiche ci pongono dinanzi. Senza questa dimensione di progettualità, l’esito sarà sempre il prevalere di soluzioni temporanee insoddisfacenti, dettate più dagli egoismi nazionali che da uno spirito di condivisione, e – di conseguenza – l’emergere di proposte anti-europee.

Nelle sue Memorie, Monnet scriveva che la l’Europa si sarebbe formata nei periodi di crisi, e che dalla risposta a queste ultime avrebbe preso la sua forma. Oggi, come 67 anni fa, stiamo vivendo un periodo di difficoltà e abbiamo il compito di dare forma alla nuova Europa. Una forma che, sempre nelle parole di Monnet, “non coalizzi Stati, ma unisca Uomini”. Solo riprendendo quindi quello spirito di comunità e quei valori che sono insiti nella dichiarazione di Schuman e facendoli nostri, sarà possibile rilanciare l’Europa per e delle prossime generazioni: un’Europa più giusta, più equa e più democratica.

Buona festa dell’Europa a tutti!

 

Related Post

Condividi:

Francesco Corti

Dottorando presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e collaboratore dell'eurodeputato Luigi Morgano. Mi interesso di teorie della democrazia, Unione Europea e politiche sociali nazionali e dell'Unione. Attivo politicamente nel PD dalla fondazione. Ho studiato e lavorato in Germania e in Belgio.