L’universalità della musica: l’Islanda dei Sigur Rós ad Assago

Il 17 ottobre 2017 il Mediolanum Forum di Assago ha ospitato una data dell’ Autumn European Tour dei Sigur Rós, il trio islandese composto dai polistrumentisti Jón Þór (Jónsi) Birgisson, Georg Hólm e Orri Páll Dýrason. Il concerto è stato diviso in due atti separati da un breve intervallo e ha visto protagoniste le tracce estratte principalmente dagli album Ágætis Byrjun, Valtari, Takk, () e nuovi lavori come Á ed Óveður.

Sigur Rós

Fonte: www.rockon.it

Potere alla musica, tra Hopelandic e post-rock

La storia dei Sigur Rós comincia nel 1994, il giorno della nascita della nipote del frontman J.P. Birgisson, chiamata appunto Sigurrós (nome femminile piuttosto diffuso in Islanda che significa “rosa della vittoria”). Jón Þór Birgisson è un autore dalla sensibilità unica, un musicista che ama suonare la chitarra con l’archetto e un cantante dalla voce particolarissima, che si contorce su se stessa per poi riversarsi sul tappeto creato dalla musica e sul pubblico, ed è proprio sull’onda del suo genio che il sound dei Sigur Rós si è costruito.

Dall’album d’esordio Von ad oggi, il gruppo ha compiuto un’evoluzione notevole che lo ha portato a definire sempre meglio la volontà di distaccarsi da ogni genere musicale per inventarne uno tutto nuovo e rarissimo. Non c’è un unico termine per definire la produzione della band perché le influenze stilistiche sono davvero molte, anche se spiccano senza dubbio l’ambient post-industriale e gli spunti post-rock di sperimentazione più estrema.

L’intenzione vera e propria del gruppo è una sola: restituire alla musica quella grandezza che le parole o la presenza scenica dei musicisti spesso le portano via. I testi sono concepiti in modo tale da passare naturalmente in secondo piano, essendo cantati in islandese o, in alternativa, in vonlenska (o hopelandic), una impenetrabile lingua interamente ideata dal gruppo. Le parole diventano più che altro vocalizzi improvvisati e privi di significato, sfruttando la voce come un ulteriore strumento musicale, così che ogni sillaba esista in funzione del proprio suono all’interno della struttura armonica. Il gruppo stesso si limita a lasciare al pubblico soltanto qualche parola di ringraziamento in islandese verso la fine del concerto, per lasciare all’universalità del linguaggio musicale più spazio possibile.

Una bellezza nascosta tutta islandese

Ad accompagnare il tutto c’è una scenografia notevole, in pieno stile Sigur Rós, fatta di animazioni proiettate alle loro spalle, due schermi laterali con immagini dal vivo e luci colorate. Tutto questo contribuisce a sostenere l’atmosfera onirica che avvolge la band che, nonostante sia composta da tre musicisti, fa percepire un suono che sembra provenire da un gruppo molto più numeroso, tanto è capace di rarefarsi ed espandersi enormemente, dando l’idea di qualcosa intento a proiettarsi in un ipotetico infinito.

Fondamentali sono le esecuzioni di Glósóli, con toni oscuri e sofferti alternati a quelli più quieti sotto un incrocio di luci al neon e colori fluorescenti, e di Sæglópur, con il suo inizio tutto pianoforte e campanelli e un maestoso crescendo che pare un grido liberatorio.

La chiave compositiva del gruppo si fonda da sempre sul contrasto sia musicale che, di conseguenza, emotivo. Quasi ogni traccia è composta da una prima parte molto sognante e magica, che culla e fa sentire a casa, seguita da un momento intermedio durante il quale si accendono le prime scintille che fanno presagire la genesi della terza ed ultima sezione del brano, caoticamente esplosiva e stupefacente.

Sigur Rós

Fonte: www.musicattitude.it

Da dove arriva questa delicatezza psichedelica in grado di trascinare, incantare, commuovere?

La musica dei Sigur Rós è fatta di aurore boreali e di vulcani islandesi, di atmosfere buie e fredde, di corse tra perenne ghiaccio e di tutto ciò che riconduce alla loro affascinante terra d’origine che fa da fonte d’ispirazione. Quello che più di tutto li rende in qualche modo speciali, è l’atteggiamento che hanno nei confronti della loro musica, la solennità e la sacralità che le conferiscono producendola come nessun altro fa, lasciandola libera di esistere per se stessa.

Nessuno capisce l’hopelandic e nessuno canta, ma il pubblico ascolta in silenzio perché ciò che esce da quegli strumenti (voce compresa) risulta inesplicabilmente chiaro ed emozionante. Nell’ambiguità del linguaggio e tra suoni pieni di distorsioni e riverbero, si cela un’indomabile bellezza. Questo è forse il motivo fondamentale per cui assistere ad un concerto dei Sigur Rós è un’esperienza molto più simile ad un viaggio, che ad un semplice spettacolo.

 

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Classe 1998, vive in provincia di Verona.
Da poco stringe tra le mani il diploma di un liceo oltremodo scientifico.
Studia Filosofia all’Università di Verona.
Perde spesso la testa per inseguire tutto quello che non comprende, innamorandosene.