Kertész, il fotografo che ha riscritto il vocabolario visivo

«Qualsiasi cosa noi facciamo, Kertész l’ha fatto prima». Basterebbe da sola questa citazione di Henri Cartier-Bresson per capire quanta importanza abbia avuto la visione e l’arte dell’ungherese André Kertész nella fotografia del XX secolo.

A lui è dedicata la mostra André Kertész – Un grande maestro della fotografia del Novecento, curata da Denis Curti, organizzata dalla Galleria Nazionale Jeu de Paume di Parigi, allestita, per l’unica tappa italiana, nel sottoporticato di Palazzo Ducale a Genova, e visitabile fino al prossimo 16 giugno.

La sua vita

Nato a Budapest nel 1894, si appassionò molto presto alla fotografia, complice il ritrovamento fortuito di un manuale nel solaio di una vecchia casa. Dopo il diploma all’Accademia Commerciale nel 1912, acquistò la sua prima macchina fotografica, una ICA 4.5×6. Nel 1915 si arruolò nell’esercito austro-ungarico portandosi dietro una Goerz Tenax con obiettivo da 75 mm, con cui immortalò la vita di trincea, evitando gli effetti più crudi e truci della guerra.

André Kertész

Jeune homme endormi, Budapest, 1912

Al termine del conflitto, Kertész si trasferì a Parigi nel 1925, dove ebbe la possibilità di incontrare e frequentare i grandi protagonisti dell’arte, della letteratura e del mondo intellettuale come il pittore olandese Piet Mondrian, Pablo Picasso, Marc Chagall, che furono per lui importanti fonti di ispirazione.

André Kertész

Chez Mondrian, Paris, 1926

È da qui, dalla Ville Lumière, che le fotografie di Kertész cominciano a sovvertire i canoni estetici. Nel 1933, affascinato dal surrealismo e dal cubismo, grazie ad uno specchio deformante affittato da un circo, realizzò in studio, con due modelle, la serie di fotografie conosciuta col titolo Distorsioni.

André Kertész

L’ombre de la tour Eiffel, Paris, 1929

Nell’ottobre del 1936 partì alla volta di New York, chiamato a lavorare per l’agenzia Keystone. Il contratto durò solo un anno e successivamente riprese l’attività di freelance, collaborando con diverse e famose riviste. Gli anni americani furono per lui quelli più difficili, perché inizialmente il suo modo di fotografare non venne capito.

André Kertész

Nuage perdu, New York, 1937

La riscoperta e i riconoscimenti arrivarono solo a partire dal 1964, quando il critico e curatore John Szarkowski, direttore della sezione di fotografia al Museum of Modern Art di Midtown Manhattan, colse nel suo lavoro il seme di una nuova forma di espressione e proprio al MoMA gli dedicò una retrospettiva. Successivamente, i suoi scatti fecero il giro del mondo, con esposizioni a Stoccolma, Londra, Parigi, Tokyo, Melbourne, Buenos Aires.

André Kertész

Danseuse burlesque (satyric dancer), 1926

Problemi di salute lo costrinsero a stare in casa, ma questo non fermò la sua passione: impegnò il suo tempo fotografando, dalla sua finestra, i tetti, le case, le strade sul Washington Square Park. Il suo progetto From my Window rimane un intimo spaccato dell’umanità, colta nella semplicità del proprio quotidiano. Nella sua abitazione newyorkese, André Kertész morì nel 1985.

Il suo stile

Definito da Cartier-Bresson padre della fotografia contemporanea e considerato da Brassaï il suo Maestro, Kertész è stato il precursore del primo fotogiornalismo, nonostante per lui la fotografia non fosse mai documentaria. Kertész non si concentrava ossessivamente sui fatti di cronaca o sugli eventi mondani, ma usava la fotografia come diario visivo con cui svelare la poesia dietro cose semplici e anonime, il lirismo nelle strade conosciute, negli scorci scontati ma rivisitati con occhi nuovi, con prospettive uniche e rivoluzionarie.

André Kertész

Ombres, 1912

«Fotografo il quotidiano, quello che poteva sembrar banale prima di avergli donato nuova vita grazie a uno sguardo nuovo. Amo scattare quel che merita di essere fotografato, il mondo quindi, anche nei suoi squarci di umile monotonia». André Kertész

Antesignano della straight photography, con quella sua capacità di fermare il mondo con effetto istantaneo, Kertész ebbe uno sguardo poliedrico in un’epoca cruciale per il mondo dell’arte, in cui nascevano e si incontravano avanguardie, movimenti e rivoluzioni artistiche ed estetiche. Non si può inquadrarlo in uno stile soltanto, la sua opera è una somma di stili, sperimentazioni, linguaggi e forme espressive, nella sua costante ricerca di comunicazione.

«Nei fatti, è Kertéz che riscrive il vocabolario visivo della contemporaneità». Denis Curti, curatore della mostra

André Kertész

Autoportrait, 1927

La mostra

Sono 180 le fotografie per un percorso espositivo che non è solo artistico ma anche biografico. L’opera di Kertész si evolve infatti ad ogni cambiamento della sua vita nei suoi lunghi cinquant’anni di carriera. Per questo motivo, l’esposizione è stata suddivisa in cinque sezioni: Periodo ungherese (1912-1925); Periodo parigino/francese (1925-1936): Sezione colore (1951-1984), Periodo americano (1936-1962); Periodo internazionale (1936-1985).

André Kertész

Champs-Elysées, 1929

André Kertész – Un grande maestro della fotografia del Novecento
24 febbraio – 16 giugno 2018
GENOVA – Palazzo Ducale, Sottoporticato
Orario: da martedì a domenica 11.00 – 19.00, chiuso il lunedì
Biglietti: intero € 10 – ridotto € 8 – scuole € 4

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Lorena Nasi

Grafica pubblicitaria da 20 anni per un incidente di percorso, illustratrice autodidatta, malata di fotografia, infima microstocker, maniaca compulsiva della scrittura. Sta cercando ancora di capire quale cosa le riesca peggio. Ama la cultura e l'arte in tutte le sue forme e tenta continuamente di contagiare il prossimo con questa follia.