La dichiarazione della parola: «il Cantico dei Cantici»

Parole senza direzione

Ci serviamo costantemente delle parole, come adoperando strumenti di cui ignoriamo la funzione. Costruiamo discorsi che abbiano un senso per comunicare qualcosa, scriviamo per esprimere un pensiero, ci rivolgiamo a un interlocutore, anche quando nel silenzio assordante delle nostre menti, dialoghiamo con noi stessi. Usiamo le parole, come mezzi per raggiungere un fine, quando siamo noi la fine delle parole. Ogni termine pronunciato è determinato, finito. Ogni singola parola finisce nel proprio termine, nel termine che le è proprio. La parola non serve a nulla, non è serva, non è subordinata a un fine ma è essa stessa il proprio inizio e la propria fine, il proprio termine raggiunto nella definizione.

D’altro canto, o meglio dal canto loro, le parole sono azioni, sono verbi. Ebbene, anche i nomi, gli aggettivi, le congiunzioni di cui ci riempiamo i sensi quotidianamente, hanno un senso solo come agire. Se parliamo, la parola è l’azione da cui scaturisce il nostro agire. Le parole hanno significato perché agiamo. La causa e il fine delle parole è l’azione. Non sono solo parole.

La parola, anche nella sua assenza, ci dà un senso, una direzione, ci indica. Ci illudiamo di dare un senso alle parole attraverso le nostre azioni, ma le parole bastano di per sé, non si può solo parlare, come se ciò significasse votarsi all’inezia, alla pigrizia, restando fermi, chiusi nella casa del proprio ego: la parola non è la soglia che ci separa dal mondo esterno, ma è ciò che siamo, dove siamo. La forma della parola è la grammatica della nostra vita, determinata nell’azione sempre viva.

La contraddizione della parola

La parola è azione viva perché vive nella contraddizione, si dice per terminare, è termine di se stessa, come la vita, perché l’inizio si dà sempre e solo in relazione a un termine. La parola fa le veci della Vita, così inafferrabile e informe, iscrivendola nelle nostre vite, si serve della voce perché il tono possa essere sintomo, percepito e vissuto anche da chi parla e di contraccambio ascolta.

La parola agisce sintonizzandoci con il mondo: siamo nel mondo, fatto di parole, fatti di parole: siamo le parole che pronunciamo, che ci pronunciano, siamo dichiarati dalle nostre parole, siamo anche noi una parola e passiamo attraverso le parole nel dialogo (lett. attraverso le parole) della quotidianità.

Nelle parole ci si dichiara sempre, ci si mostra senza reticenza, si parla il proprio mondo, tanto da dimenticarlo, tanto da abusare delle parole, perdendo il loro significato, senza trovare il segno, il tracciato che iscrivono con il loro peso, pretendendo di inventarne altri come se ora ci fossero solo parole vuote, contenitori di fatti, parole che rimandano in continuazione, che alludono, che si nascondono, parole che hanno paura.

Esperienza vitale nell’esperimento artistico

L’esperienza continua della parola necessita ormai dell’esperimento della sua riscoperta. È inevitabile un certo distacco, uno sguardo ironico per rendersene conto e render conto della parola, che invochiamo invano nella perdita di senso che reclamiamo alla frenetica contemporaneità, dimenticandoci di essere noi stessi convocati in ogni momento, quando parliamo.

Se la parola agisce dando una forma, la specificità della sua azione necessita di una particolare ironia, di un occhio disincantato che ne riproponga la performatività: è l’incanto della finzione artistica, la costruzione di uno spazio di parole, di un testo che viene agito, così come accade a teatro, dove la parola è l’opera. L’attore e regista Roberto Latini opera la parola nell’apice della sua forma dichiarativa, per chiarire l’azione della parola. Al Teatro Litta, La Cavallerizza dal 15 al 20 maggio il Cantico dei Cantici, una produzione Fortebraccio Teatro, è il superlativo assoluto della dichiarazione della parola.

Amore e parole

La profonda intelligenza registica coglie il significato esemplare dell’eccellenza poetica dell’antico testo biblico per dichiararlo nell’eloquenza artistica della messa in scena. Roberto Latini recita il dialogo tra i due amanti citando in causa il mondo che essi stessi vivono, causa che è origine della rispettiva passione amorosa, le parole non descrivono, ma riportano le vicende quotidiane che i due amanti vivono, l’ambiente culturale e sociale con cui si complimentano a vicenda, completando la propria dichiarazione, l’uno all’altra, mostrandosi nelle reciproche parole.

La ripetizione e l’enfasi dettata dalla finzione di un ambiente radiofonico è il paradosso del volto di quella che dovrebbe essere solo voce, ma non può restare tale. Sulla scena la parola si trasforma e si dibatte nel pathos sconvolgente della estrema capacità attoriale, l’attore agisce la parola che egli stesso è: la più grande dichiarazione d’amore viene rivissuta in un quadro diverso, divertente ed empaticamente coinvolgente. L’autore traduce fino alla radice la parola, trasportandola sin da dove prende nutrimento per rappresentarla nell’ascolto che diviene sospiro, recitazione fortemente umoristica, rappresentando l’irrappresentabile, perché solo immedesimabile senza la distanza che separa rappresentante da rappresentato, attore e spettatore.

La scena è oscena, fuori di sé, nel delirio persistente del fare continuamente gesti insoliti nel silenzio che si crea come pausa, cesura nel discorso, per romperlo, infrangendolo nella sosta di un percorso verbale continuo, per risvegliare un pubblico assuefatto dall’abitudine, dall’abito da lavoro con cui maneggia la parole. La poeticità del testo s’intona alle melodie scelte con brillante accortezza, la parola diviene musica, luce, corpo, mondo, in un connubio continuo, perchè le parole sono il mondo degli interlocutori, dell’attore che dialoga paticamente con il pubblico, degli amanti che vivono il proprio amore nelle parole che dichiarano.

 

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