“La vita in comune” di Winspeare: utopie disperate e poeti fuorilegge

In uno spazio che in realtà è un teatro ma che si presta molto bene anche come cinema, tanto più a Lecco, rimasta da qualche anno con una sola sala cinematografica, da qualche settimana si proiettano pure dei film, grazie alla collaborazione tra lo Spazio Teatro Invito e l’associazione Dinamo Culturale; per altri 5 martedì, infatti,  la sala in via Foscolo ospiterà  la rassegna CineMinimo, in cui verranno proiettati film già presentati al Festival di Cannes o alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Lo scorso martedì è stata la volta di La vita in comune, ultima pellicola di Edoardo Winspeare, regista, attore e sceneggiatore pugliese, proveniente proprio dalla frazione di Tricase in cui è ambientato il film.

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La vita in comune è tutto girato nel piccolo comune di Depressa, nella profonda Puglia, che nel film diventa Disperata, entrambi nomi eloquenti di una condizione di vita che tuttavia contiene dentro di sé i germi di un rovesciamento.

La pellicola si apre con due uomini in bicicletta mascherati, due banditi che pedalano nell’aperta campagna, arrancando un po’ nell’erba alta; poi uno stradone solitario e assolato e un benzinaio. È lì che i due personaggi, ancora privi di identità, si precipitano: in un secondo, la tranquillità della pompa di benzina di provincia, semideserta nel momento più caldo della giornata, con una luce pervasiva e il sole a picco, viene sconvolta: i due tentano di rapinare un uomo in moto, uno sfodera la pistola; dal carattere quasi quotidiano della corsa in bicicletta nei prati e di un pieno di benzina in un distributore come tanti si viene catapultati in un’atmosfera da film western un po’ grottesco; in un attimo la situazione precipita, il cane che se ne stava a prendere la poca ombra si scaraventa contro uno dei due, questo lo colpisce e lo uccide, nel frattempo arriva la polizia; solo uno dei due rapinatori riesce a scappare, l’altro viene arrestato e finisce in carcere.

Pati, lo sfortunato della coppia, finito in galera, continua a tormentarsi per aver ucciso quel cane, lo sogna di notte e di giorno non riesce a pensare ad altro. Angiolino, che poi sarebbe il fratello, il lato più furbo e cinico della medaglia, la fa franca e sente una qualche strana obbligazione morale per cui, senza rinunciare a pensare in grande, prende sotto la sua ala il figlio di Pati, suo nipote Biagetto, adolescente che ancora non ha trovato il suo posto nel mondo e nel paese in cui vive.

Già dall’inizio, ne La vita in comune si creano le condizioni perché si instauri un distacco tra ciò che Angiolino dice e quello che effettivamente fa; il cattivo, il fuorilegge che traspare dai suoi discorsi e dalle sue congetture, si scontra irrefrenabilmente con l’entità quasi ridicola delle azioni tentate, tanto che Pati arriverà a confidare al figlio che «le pistole dello zio non sono mica cariche», frase emblematica del rapporto di questi personaggi con il crimine. Anche per Pati, la percezione del male compiuto è distorta: in carcere gli chiedono se avesse mai ucciso e alla sua risposta «u’ cane» i suoi compagni di cella scoppiano in una grassa risata, mentre lui è colpito da una continua inquietudine e non riesce a darsi pace.

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La sua storia, in carcere, si intreccia con quella di Filippo Pisanelli, mite sindaco della città, figura di riferimento per molti cittadini, come sempre avviene nelle realtà di paese, ma politicamente inetto, incapace di imporre le sue posizioni a un’opposizione agguerrita. Mentre la vita nel paese scorre sempre identica a sé stessa, tra il supermercato della madre di Biagetto, Eufemia, e il bar dove Angiolino e altri paesani trascorrono i tempi lunghi della loro vita, il Sindaco inizia a fare delle lezioni di poesia in carcere, e l’animo di Pati, forse reso ben disposto dal vuoto che ha creato in lui l’aver ucciso quel cane, ne resta profondamente colpito. All’inizio è un ascoltare e non capire, ma piano piano Pati inizia a rielaborare e a scrivere le prime poesie proprie.

Mentre Pisanelli alimenta e allo stesso tempo trae giovamento personale da questi preziosi momenti di “comune sentire” con i carcerati, leggendo poesie e ascoltando quello che hanno da dire, in Comune il Consiglio comunale gli si rivolta contro: l’opposizione persevera, sempre più agguerrita, nella sua proposta per “rilanciare il turismo” a Disperata che prevede la costruzione di un mega resort in riva al mare, mentre la maggioranza, di cui fa parte anche la stessa Eufemia, non riesce più a sopportare la mancanza di incisività del sindaco. Quando Pati finalmente esce di prigione, il contrasto con il fratello Angiolino si radicalizza: sarà necessario che Angiolino, con l’aiuto del sindaco, scriva una lettera al Papa per dissuaderlo da un grande colpo che andava progettando. Il Papa è infatti l’unica figura che rappresenti per lui un principio di autorità e di legalità; la chiamata sul telefono cellulare che Angolino riceve mentre come di consueto sta al bar lo commuove e cambia radicalmente ogni suo orizzonte. Quello stesso Papa che in sogno gli diceva di «fare cose grand che Angiolino aveva interpretato come l’invito a preparare la rapina decisiva, lo invita ora a fermarsi, a riflettere, a cambiare la sua quotidianità e il suo modo di vedere le cose.

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Winspeare mostra la concretezza di un certo modo di essere e di esprimersi che nel corso di La vita in comune si modifica anche tramite le parole, caratteristiche di quella porzione piccola (e allo stesso tempo così rappresentativa) di Sud Italia che viene raccontata: gli spettatori ascoltano i personaggi parlare con cadenza pugliese un linguaggio che non ha timore di essere graffiante e diretto ma che allo stesso tempo, grazie al potere apparentemente banale della poesia, si riscatta e prende il volo verso una dimensione altra. È interessante vedere come nel corso del film i personaggi si liberino da quel senso di estraneità che anche il fattore linguistico può contribuire inizialmente a creare e si sentano sempre più vicini ai personaggi, quasi fossero degli amici o delle persone che si conosce molto bene, di cui si comprendono peculiarità e sfumature ma su cui sarebbe azzardato formulare qualsiasi giudizio morale.

Lo spettatore di La vita in comune si sente in qualche modo coinvolto in una realtà in cui tutto va avanti con monotonia e nulla funziona davvero, dove gli operai rischiano licenziamenti, fanno proteste e scioperi ma rimangono inascoltati, dove lo stesso potere politico fatica a essere incisivo e a dare delle risposte, dove sui muri del municipio sta scritto che tutto fa schifo e dove la legalità sembra non essere percepita come un valore, laddove le istituzioni non riescono a dare risposte e a essere vicine ai cittadini. Si ritrova così il paradosso del Sindaco che è un concittadino, che come in tutti i piccoli paesi è un punto di riferimento su tutto, ma che si fatica a identificare con le istituzioni ufficiali e le loro regole, sempre troppo lontane e incomprensibili.

È in questo contesto disperato, tra le diverse disperazioni che lo popolano, che quasi inspiegabilmente una piccola utopia si realizza. U-topia significa luogo che non esiste, ma a Disperata, malgrado il nome poco promettente, prende forma e anzi più precisamente varie forme, rompendo il tabù della sua irrealizzabilità: a piccole dosi e in molti modi diversi, senza l’arroganza dell’idea che ne esista uno migliore degli altri, la tragedia quotidiana vissuta dai suoi abitanti si trasforma, cambia connotati e viene incanalata in un nuovo modo di relazionarsi con l’altro e di vivere bene la comunità.

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È un forte, quello de La vita in comune, incoraggiamento a non mollare, a non lamentarsi, a non chiudersi nei propri drammi personali – quello di Pisanelli stesso, che a casa ad aspettarlo dopo i tormenti della giornata ha la vecchia madre – ma a aprirsi alla società, ai suoi stimoli e alle sue relazioni, che richiedono sforzi e continue messe in discussione ma riservano poi l’essenza più autentica e gratificante del nostro vivere.

Il sindaco trova la sua utopia nel rapporto con i carcerati e in un tuffo nel mare, Pati nella poesia, Angiolino nelle parole rassicuranti del Papa: si creano reti di utopie, di cose che, non si sa come, funzionano e fanno funzionare ciò con cui si relazionano. E così diventano realizzazioni peculiari dell’utopia anche fatti di per sé banali, Pati che uscito dalla galera desidera andare a fare il bidello in una scuola, Biagetto che si innamora, Angiolino che folgorato dal suggerimento del Papa di prendersi cura del creato rimprovera un uomo che sta utilizzando il bordo della strada come una discarica: la bellezza si può realizzare anche dove apparentemente non si dà, nei luoghi più disperati e lasciati a loro stessi e nelle personalità più difficili, sembra dirci il regista.

Infine, l’utopia si realizza visivamente nelle scene tremendamente kitsch e allo stesso tempo appassionate del film nel film realizzato insieme con altri paesani dalla regia di Angiolino, in cui viene rappresentata quasi fosse una narrazione epico-bibica la costruzione di uno zoo a Disperata, immagine fortemente simbolica che richiama una nuova attenzione per la natura, gli animali e il proprio territorio, resa possibile però solo da una nuova fondazione dei rapporti tra persone.

La vita in comune si conclude, parte la musica ma la luce resta spenta mentre corrono tutti i titoli di coda, ci dicono che così si coltiva quello spirito comunitario del vedere un film che la pellicola stessa evoca: forse, per qualche minuto, l’utopia si prolunga ancora.

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Martina Corti

Ho ventuno anni, studio filosofia all’Università degli studi di Milano, mi piace scrivere e sono appassionata di musica e di teatro.