«Lazzaro felice»: l’uomo tra Adamo e San Francesco

Un nome biblico e un breve epiteto. Già dal titolo Lazzaro felice, l’ultimo film di Alice Rohrwacher mostra il suo connotato fortemente evocativo. Si tratta di una caratteristica che non resta solo nel nome, estendendosi anche alla pellicola. Il risultato è un film che, almeno nella prima parte, sembra ricalcare i canoni del neorealismo per poi mutare sostanzialmente forma, spezzato da un evento miracoloso, insieme a un misticismo di fondo, che è il perno di tutto il film.

Lazzaro Felice

fonte: wikipedia.it

La trama

Lazzaro è un ragazzo che vive in una comunità rurale isolata dal resto del mondo, un microcosmo che già dai primi minuti mostra i suoi caratteri quasi biblici. Le sue poche parole hanno il dono della concretezza e il suo sguardo contempla il mondo con la saggezza del pensiero semplice. La comunità in cui vive e il suo ritmo primordiale viene però rovesciato da un cataclisma cui Lazzaro è sottratto. Miracolosamente preservando le fattezze giovanili, Lazzaro si ricongiunge con i suoi vecchi compagni, portatore di una visione del mondo quasi profetica che, tuttavia, non si incastra con il mondo contemporaneo.

L’interpretazione

Lazzaro Felice è una parabola, uno di quei lungometraggi che si inseriscono nella schiera dei prototipi cinematografici. Il protagonista, perno degli eventi e della narrazione, è incarnazione di un pensiero privo di sovrastrutture, un pensiero puro. Così, portatore di questo dono, appare come un essere a metà tra Adamo e San Francesco: come Adamo, infatti, vive in un mondo limitato ma fatto a misura della sua bontà, per poi andare incontro a un evento assimilabile alla macchia del peccato originale, ma, come San Francesco, ha in sé il riflesso di un naturalismo divino che preserva la sua purezza.

Una purezza che Lazzaro proverà a portar altrove, condotto da un istinto inarrestabile che altro non è se non la sua vocazione. Tuttavia, intrapreso il percorso dei santi, Lazzaro si scontra con gli inganni del mondo, le diseguaglianze, le paure e le necessità. Alla fine, non resta che l’inevitabile strada che conduce al martirio. Si torna allora con la mente alla prima parte del film, a quella prigionia nel lavoro dei campi e nella natura, dove, pur essendo schiavo, l’uomo poteva però essere puro.

Il successo a Cannes

Il film è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2018 e ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Si tratta del terzo lungometraggio di Alice Rohrwacher che già con i precedenti ci aveva abituato ad atmosfere agresti e tratti di fastidioso ma illuminante contrasto. Con questo film c’è una svolta caratterizzata da un ritmo più lento e contemplativo in cui si scivola e, senza accorgersene, si arriva ad ascoltare il battito intrinseco delle scene in cui la piccolezza, il dettaglio, diventa il punto centrale di una trama tutto sommato semplice.

Tra gli interpreti anche la sorella della regista, l’attrice Alba Rohrwacher, che dimostra, ancora una volta, la sua eccezionale attitudine ai ruoli complessi.

Non si tratta certamente di un film scorrevole, ma è un’opera di sottile contemplazione che ci mostra come il cinema italiano stia vivendo una stagione di rinascita con pellicole che, pur riallacciandosi ai grandi maestri del passato (in questo caso Fellini), osano innovare e, sfidando le convenzioni, danno inizio a una nuova era.

Lazzaro Felice

Fonte: wikipedia.it

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Gianluca Grimaldi

Napoletano di nascita, milanese d'adozione, mi occupo prevalentemente di cinema e letteratura. Laureato in giurisprudenza, amo viaggiare e annotare, ovunque sia, i dettagli che mi restano impressi.