«Mary e il fiore della strega», il nuovo mondo dello Studio Ponoc

L’inizio dell’anteprima Italiana di Mary e il fiore della strega vedeva la sala nettamente divisa tra bambini, in prima fila, genitori, subito dietro, ed infine curiosi e giornalisti. Ad ognuno un posto ed un ruolo che entro la fine di questa fiaba senza età è stato stravolto restituendo genitori piangenti, giornalisti confusi e bambini sorridenti. Proprio come fu per lo Studio Ghibli, anche lo Studio Ponoc sembra deciso più che mai a sconvolgere ogni aspettativa in favore di storie che lascino innamorare un pubblico privo di etichetta. 

Dal cielo alla terra e ritorno

Una sequenza che dal cielo notturno cala sino alla terra. Un inseguimento, una bambina che scappa, un ambito oggetto magico e poi un volo. I primi minuti di Mary ed il fiore della strega sono la didascalica ripresa di Laputa, il castello nel cielo (1986), secondo lungometraggio dello studio Ghibli. E poco importa. Perché la velocità del cinepresa digitale, la meraviglia delle animazioni ed il fiato sospeso per una storia di cui ancora nulla si può sapere puntellano alla perfezione il senso del primo lungometraggio di uno studio che proprio dai capolavori di Miyazaki e Takahata sembra voler spiccare il volo. Un rimando che però non priva di bellezza e originalità un’introduzione da cui molte altre citazioni si accavalleranno prima di condurci alla vera e singola personalità di una storia dopotutto semplice e perfetta. Dunque ci muoviamo lungo i prati di una campagna che ci sembra di poter sentire, nei suoi suoni e colori, osservando Mary in un’agrodolce solitudine. Vorrebbe essere d’aiuto per qualcuno, magari per la prozia che la ospita, o il giardiniere che l’affascina, ma ogni cosa che prova a fare finisce in un pasticcio e proprio come un nuovo Hercules disneyano si ritrova sola, con un’energia in corpo che forse quel mondo non può ancora apprezzare. Così si lascia andare, si sdraia su quella splendida erba e guarda in alto. Un fotogramma che contiene la ragione ed il sentimento per cui senza che sia ancora successo alcunché siamo già pronti a tutto. Ed infatti qualcosa accade ed un gatto nero dal volto nervoso (perché sì, è una storia che dona espressione ad ogni cosa) attirerà l’attenzione di Mary trasformandola in un Alice che insegue il coniglio sino ad un nuovo luogo delle meraviglie. 

Da qui in poi lo sterrato di citazioni comincerà ad asfaltarsi e l’inaspettata storia di magia e rimandi prenderà una sempre più accentuata personalità.

Una Nausicaa pasticciona, una principessa senza titolo ed una semplice bambina

I capelli arruffati e rossi come la terra rovente sono la descrizione immediata di un personaggio che si lascia amare sin dalla sua prima apparizione. Quelle poche e semplici caratteristiche che tanto sembrano renderle la vita difficile, tra un insulto per la piccola «pel di carota» e l’altro, sono il primo timido cenno di una protagonista dalle tinte magiche. È qui, nei suoi primi passi, anticipati sempre dalla chioma cremisi, che decidiamo di volerla seguire ovunque, di detestare chiunque la insulti, di amarla proprio perché diversa e complicata come tutti noi siamo. Dovrebbero essere centinaia i manuali utili a spiegare la capacità con cui lo studio ghibli prima e lo studio Ponoc ora riescono a tratteggiare poche e semplici linee di personaggi destinati a non consumarsi mai. Capaci di librarsi lungo la storia sfogliando di minuto in minuto le diverse possibilità di quei caratteri che dalla pellicola si calano nell’immaginario collettivo. 

Mary, visivamente forte anche di un’atmosfera definita da animazioni brillanti ed efficaci, è l’eroina di una storia dall’architettura moderna. In cui la classica donzella non viene salvata, bensì salva, in un gioco di decostruzione e ristrutturazione del canone classico. Un lavoro che segue pedissequamente quanto introdotto dal preciso rapporto tra l’animazione giapponese ed i suoi protagonisti, sempre meno stranianti per noi osservatori occidentali e spesso più innovativi di quanto si possa pensare. La poetica Ghibliniana si inserisce così nella vicenda, mostrando una Nausicaa pasticciona, una principessa senza titolo ed infine, al di là delle citazione e dei rimandi, una bambina come tante al centro di una storia come poche.

La speranza necessaria

La storia, adattamento del romanzo la piccola scopa di Mary Stewart, è una fiaba in cui la realtà s’infiltra tra pochi e definiti spiragli. Il suggestivo fungo atomico che si staglia contro il cielo durante la spaventosa tempesta oltre cui Mary scoprirà una dimensione a lei sconosciuta sembra infatti rivelare senza esagerate piroette alcune tra le tematiche poste successivamente in scena. Quella che Mary, e molti tra il pubblico, vivrà come un’avventura di spensierata magia, con qualche necessaria goccia di tragedia, è così anche una semplicistica, ma comunque importante, riflessione sui limiti della scienza e del progresso. Idee care ad un’arte giapponese che dal dopo guerra in poi cerca in ogni modo di urlare il proprio pacifismo e ambientalismo, tratti rimarcati qui da uno studio dalla poetica nascente ma dagli intenti chiari.

Fu proprio Nishimura, fondatore dello studio, a dichiarare quello che pare più che mai la bozza di un promettente manifesto che Mary e il fiore della strega ha appena introdotto al mondo: 

«Quando ci siamo domandati cosa potessimo dare noi ai bambini del mondo, abbiamo immaginato di poter dare speranza e coraggio… Anche quando certe persone non sono considerate importanti dalla maggioranza, è giusto continuare a dare il massimo ogni giorno e fare in modo che le cose buone accadano. Attraverso i nostri Anime ci piacerebbe far arrivare il messaggio che quelle persone (più deboli, ndr) sono i veri eroi.»

 

Mary e il fiore della strega sarà nelle sale italiane dal 14 al 21 giugno.

 

Related Post

Condividi:

Alessandro Cavaggioni

Appassionato di storie e parole. Non prediligo alcun tipo d'arte, purché parli dell'uomo nella sua complessità, purché mi permetta di divenire, di giorno in giorno, maniacalmente affamato d'emozioni. Amo il Cinema, da solo e in compagnia, amo il silenzio dopo una proiezione e la confusione di parole che esplode da lì a poche ore. Un paio d'anni fa ho plasmato un altro me, "Il Paroliere matto". Una realtà di Caos in cui mi tuffo ogni qual volta io voglia esprimere qualcosa, sempre con più domande che risposte. Uno pseudonimo divenuto anche canale YouTube.