Max Horkheimer e l’eclisse della ragione

La lucidità di Max Horkheimer non perde di forza nemmeno a distanza di 70 anni, e lo si vede bene leggendo quella specie di profezia vivente che è Eclisse della ragione. L’opera è una rielaborazione di alcune conferenze tenute alla Columbia University di New York nei primi anni ’40, un riadattamento in forma saggistica, raccolto poi in volume e pubblicato in Italia per Einaudi. Sappiamo infatti che Horkheimer, intellettuale, filosofo tedesco di origine ebraica, dovette abbandonare  la Germania per via delle persecuzioni naziste ed emigrare oltreoceano dove continuò i progetti filosofici incominciati in patria. La Columbia University divenne il rifugio (uno dei rifugi) della cosiddetta Scuola di Francoforte.

Horkheimer e la Scuola di Francoforte

Con Scuola di Francoforte s’intende quel gruppo di intellettuali e filosofi formatisi nell’orbita dell’Istituto per la Ricerca Sociale, istituto fondato nel 1922 a Francoforte per promuovere studi concernenti l’ambito del sociale. La vaghezza della parola “sociale” non deve ingannare: l’istituto, animato da uno spirito tutto marxista, si proponeva infatti il fare ciò che i filosofi fino ad allora non avevano fatto, comprendere il mondo e, comprendendolo, cambiarlo. E non stiamo parlando di un gruppetto di sgangherati alla ribalta, ma degli intellettuali che davvero, se la storia funziona per svolte, diedero una qualche nuova direzione al corso del Novecento. Parliamo di nomi come Friedrich Pollock, Karl August Wittfogel, Theodor W. Adorno e, in un secondo momento, Herbert Marcuse e Erich Fromm.

Nei primissimi anni ’30, ad assumere la direzione dell’Istituto per la Ricerca Sociale sarà proprio Max Horkheimer, non ancora quarantenne, che nel ’32 fonderà la Rivista per la ricerca sociale, vero e proprio organo dell’isituto.

Horkheimer

Teoria critica e tramonto della ragione

L’ascesa del nazismo, come già detto, costrinse Horkheimer, e con lui molti altri studiosi della Scuola, a lasciare la Germania e rifugiarsi oltreoceano. Fu qui, a New York, che Horkheimer proseguì i progetti originariamente elaborati a Francoforte, progetti che si muovevano verso la costruzione di una “teoria critica della società”. Teoria critica, dunque, che, come vuole la parola stessa ( krínô è greco, e significa “giudico”, “separo”, “distinguo”) mostrasse i limiti della società, le su fratture, distanziandosene per armarsi di consapevolezza. Con le parole di Horkheimer, si trattava di «promuovere la teoria del processo sociale in corso, tramite una concentrazione sul problema della società di tutte le scienze specializzate», e insieme, «capire l’azione sociale come processo di produzione». In direzione di un pensiero disposto a tradursi in scienza economica, sociologica, psicologica e filosofica, la teoria sociale si proponeva di mostrare il sottosuolo della razionalità novecentesca e, insieme, superarne i difetti.

E di difetti ce ne sono parecchi. Ad esempio, spiega Horkheimer in Eclisse della ragione, quella forma di pensiero subdola, onnipresente e alienante che è la “ragione strumentale”.  Il sottotitolo del testo è chiaro (Critica della ragione strumentale), come chiaro il rovesciamento che nel corso della storia ha subito la razionalità, trasformandosi da “oggettiva” a “soggettiva”. Termini questi che appaiono oscuri e vergati in filosofese, ma che in realtà hanno tutta la concretezza del disagio della civiltà. Oggettivo è il pensiero che guarda all’ordine e alla struttura della realtà, ricavando da questa i principi base che guidino l’agire umano. Così Platone, ad esempio, è il rappresentante per eccellenza di un simile tipo di razionalità: l’uomo greco ha davanti a sé l’orizzonte della natura, della physis, al quale egli si deve adeguare, deducendone per riflesso la giustizia dei propri atti. Una città, un’azione, una vita intera sono buone solo se buone secondo natura, solo se rispettano l’ordine naturale delle cose che all’uomo non è dato scavalcare.

Ciò che è accaduto nella storia è stato il congedarsi dell’uomo da questa  razionalità, lasciando da parte il discorso sui fini (tanto caro ai Greci),  per rivolgersi piuttosto a quello sui mezzi. A contare diviene la potenza del conoscere e la sua  capacità, tutta baconiana, di assoggettare la natura piuttosto come guardare ad essa come fine ordinatore; è accaduto che «il principio del dominio dell’uomo sulla natura è divenuto l’idolo al quale si sacrifica tutto».

La ragione si è fatta soggettiva, ha cioè rinunciato alla sua autonomia, diventando strumento, mezzo fra i mezzi. Anzi, questa ragione che «ha liquidato se stessa», è diventata «parte del processo di produzione». La ragione, come la intesero i Greci, è ora eclissata, ed è la scienza moderna, insieme alle moderne filosofie, a farne le veci: la filosofia è scaduta a positivismo, o, peggio ancora, a pragmatismo. Abbandonando il concetto per tuffarsi nell’esperienza, il pragmatismo, dice Horkheimer, si fa «riflesso di una società che non ha tempo di ricordare né di meditare».

Horkheimer

E l’uomo?

E l’uomo diviene un altro strumento fra i tanti, che perde il controllo di ciò che lui stesso ha prodotto, rimanendo vittima dell’enorme processo industriale che tutto comanda: «La trasformazione totale di ogni e qualsiasi campo dell’essere in un insieme di strumenti porta alla liquidazione del soggetto che li dovrebbe usare. Questo dà alla moderna società industriale un aspetto nichilistico; la soggettivizzazione, che esalta il soggetto, lo condanna a morte. L’essere umano, nel processo della sua emancipazione, condivide il destino di tutto il resto del suo mondo. Nel dominio sulla natura è incluso il dominio sull’uomo». Già Friedrich Nietzsche, qualche decennio prima, l’aveva detto, e aveva detto che con il nichilismo non ci si doveva mica scherzare… Il più inquietante fra tutti gli ospiti è da affrontare faccia a faccia, mostrando le conseguenze della perdita di tutti i valori, come fa così bene Horkheimer.

Che fare dunque? La filosofia e il compito del pensiero

Ma attenzione, perché l’analisi di Horkheimer è lontanissima da qualsiasi forma di rassegnato vittimismo. Il pensiero, la filosofia, devono farsi forza dell’istanza critica che gli animano per smascherare la ragione che ha ormai perso la propria razionalità. Il compito è urgente: nell’epoca della ragione strumentale, ciò che  giunge al vertice è l’antagonismo tra io e natura. La filosofia, che sembra averlo dimenticato, se «diventerà consapevole di questi processi, tale consapevolezza potrà contribuire a invertire il corso di essi».

La «malattia della ragione», ci cela nello sguardo dell’uomo, che vede il mondo come preda; la strada è quella della critica, del discernimento, della «fatica del concetto» come diceva G.W.Hegel. In altre parole, «il compito del filosofo è ancora quello di dare descrizioni adeguate, chiarendo fino in fondo il significato di quei concetti e illuminandone tutte le sfumature e i rapporti con altri concetti». Il filosofo è chiamato dunque a mostrare l’inadeguatezza di una ragione che ipostatizza se stessa, di una ragione che, lungi dall’esser uscita dallo stato di minorità di cui essa stessa è causa, mostra l’autosoppressione in cui incorre nel tentativo di dominare la natura. Dare nome alle cose, definire ciò che altrimenti sfugge, in nome della consapevolezza (di sé, degli altri, del mondo) che ovunque pare perdersi. Per far ciò, come già aveva capito Immanuel Kant, «una sola strada è ancora aperta, quella della critica».

 

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Giovanni Fava

21 anni, studente di Storia e Filosofia presso l’Università di Trento. Vitam impendere vero. Buoni libri. Passeggiate in montagna.