Moby, tra temi ambientalisti e sociali, il ritorno alle sonorità degli anni ’90

Con quasi 30 anni di carriera e 20 milioni di dischi venduti, Moby ritorna sulle scene con un nuovo disco, il 15° registrato in studio, a due anni da These Systems Are Failing e a pochi mesi di distanza da More Fast Songs About the Apocalypse, dal carattere più punk rispetto ai suoi lavori precedenti. Questi ultimi due dischi, dal sound decisamente più cattivo, sono nati sull’onda emotiva dell’elezione di Donald Trump e vedono la collaborazione con i Void Pacific Choir.

Moby, al secolo Richard Melville Hall, è pronipote di Herman Melville, autore di Moby Dick, e proprio in suo omaggio ha scelto di usare questo pseudonimo. A quasi 53 anni, il musicista, dj, produttore americano, torna alle sonorità degli esordi, elettronica e pop, con richiami al folk e al gospel.

L’impegno ambientalista e l’attivismo politico

Moby non le ha mai mandate a dire, ha sempre usato la sua musica al servizio dei temi sociali, per denunciare tutto quello che non va, per protestare contro scelte politiche sbagliate. La fragilità dell’uomo e la vulnerabilità del pianeta Terra, con i cambiamenti climatici e il mancato rispetto della natura e degli esseri viventi, sono leitmotiv imprescindibile.

Dichiaratamente anti-Trump, Moby auspica di vedere, come prossimo presidente, Michelle Obama alle elezioni del 2020. Inoltre si schiera con i giovani di March for Our Lives, la manifestazione studentesca di protesta contro le armi, promossa dai ragazzi sopravvissuti all’ultima sparatoria in Florida alla Stoneman Douglas High School, e che si terrà a Washington il prossimo 24 marzo.

Il nuovo album

Everything was beautiful and nothing hurt (Tutto era bello e nulla stonava): questo il titolo, citazione dal romanzo del 1969 Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut.

L’album è intriso di malinconia e disillusione, con vocalità lente, intimiste e profonde, che arrivano da un tempo e un luogo distante. Malinconia che ha preso il posto della rabbia, sentimento predominante nei suoi ultimi lavori come reazione alla desolante condizione del mondo di oggi, su cui incombe la catastrofe per le responsabilità dell’essere umano.

Una canzone in particolare, Like a Motherless Child, la prima estratta dall’album e pubblicata lo scorso dicembre, prende in prestito un ritornello da un tradizionale spiritual blues, risalente all’epoca della schiavitù americana, quando era consuetudine vendere i figli degli schiavi.

Moby si avvale di cantanti ospiti come Raquel Rodriguez, Julie Mintz, Mindy Jones, Apollo Jane e Brie O’Bannon. Alle loro voci adatta la linea melodica della sua chitarra, le percussioni e le composizioni al sintetizzatore. Quando è lui stesso a cantare, comprime e attenua la sua voce al punto da sembrare contraffatta e proveniente dal passato.

Se da una parte queste scelte estetiche e stilistiche sono consuete nei suoi album, in alcuni brani la sua voce pare non avere l’intensità adeguata alla potenza dei testi, che sono per lo più tortuosi e per niente immediati. In realtà ciò potrebbe essere voluto, per esprimere l’assoluta impotenza di ognuno di noi di fronte all’ineluttabile.

E se questo mondo oggi è così sbagliato, forse la speranza di migliorarlo, di cominciare a cambiarlo c’è. E questo cambiamento parte proprio da Moby che ha confessato di vergognarsi profondamente di aver fatto musica per tanti anni con l’intento di guadagnarci e ha promesso di devolvere l’intero ricavato di Everything was beautiful and nothing hurt a favore delle organizzazioni che difendono gli animali e i loro diritti.

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Lorena Nasi

Grafica pubblicitaria da 20 anni per un incidente di percorso, illustratrice autodidatta, malata di fotografia, infima microstocker, maniaca compulsiva della scrittura. Sta cercando ancora di capire quale cosa le riesca peggio. Ama la cultura e l'arte in tutte le sue forme e tenta continuamente di contagiare il prossimo con questa follia.