Nichilismo e tramonto dell’Occidente nel pensiero di Emanuele Severino

Nei secoli successivi alla “morte di Dio”, annunciata da Friedrich Nietzsche ne La gaia scienza, l’Occidente ha iniziato a fare i conti con «il più inquietante fra tutti gli ospiti»: il nichilismo.

E così filosofi, letterati e poeti, nel corso degli anni, hanno dedicato saggi, romanzi e poesie nel tentativo di definire questo ospite inquietante. Diverse sono le interpretazioni a riguardo del nichilismo, per Nietzsche, ad esempio, il nichilismo veniva a coincidere con l’implosione dei valori supremi, in quella “grande tristezza” profetizzata in Così parlò ZarathustraNella filosofia di Martin Heidegger, invece, l’origine e l’essenza del nichilismo venivano ricondotte alla dimenticanza e all’oblio dell’essere in favore dell’ente.

Emanuele Severino e la verità di Parmenide

Emanuele Severino, filosofo italiano nato a Brescia nel 1929, contribuisce alla riflessione sul nichilismo sostenendo una concezione originale, differente da quelle più tradizionali sopracitate. Per comprendere l’origine del nichilismo, Severino ritiene necessario tornare agli antichi Greci, nella casa in cui è cresciuta la cultura occidentale, ovvero nella casa in cui si pensano e si vivono le cose come un niente.  In particolare, Severino ritorna all’antico filosofo di Elea Parmenide, colui che per primo riflette e testimonia esplicitamente l’essenza dell’essere in contrapposizione all’evidenza del niente.

Dall’espressione tautologica di Parmenide, «l’essere è, il nulla non è», a quella del sofista Gorgia, «nulla è; se anche fosse, non sarebbe conoscibile; se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile», si apre così uno scenario radicalmente nuovo per l’uomo, nel quale prende vita la minaccia dell’opposizione all’essere: il nulla.

A differenza di Eraclito, il filosofo del divenire, Parmenide negava il movimento dell’essere, cioè il divenire, sostenendo invece la sua staticità, perché se l’essere si muovesse, sarebbe in un momento e in un altro non sarebbe ancora. Quindi l’essere, per essere altro rispetto al nulla, è, e deve essere, uno, immutabile, eterno, indivisibile e immortale, metafora di una sfera perfetta. 

Da Parmenide fino ai giorni nostri è prevalsa un’altra concezione dell’essere, in relazione al niente: non a caso l’Occidente ha intrapreso quel “sentiero della notte” che lo stesso Parmenide considerava impossibile da percorrere. Partendo da Platone, fino ad arrivare a G.W.F Hegel, l’Occidente si è fondato sulla verità del divenire, ossia la convinzione che le cose escano dal nulla per poi tornare nel nulla.

Credere dunque che esista un niente, significa affermare che le cose divengano e muoiano, siano e non siano. È proprio questa fede nel divenire che costituisce l’essenza originaria del nichilismo, poiché credere che l’ente “è” solo all’interno della dimensione del tempo, significa ammettere l’esistenza di un altro tempo in cui dell’ente ne è niente. Come nella riflessione di Heidegger, nella naturale conseguenza della separazione tra essere ed ente, prende vita quell’ospite inquietante evocato da Nietzsche.

Emanuele Severino a tal proposito, nel saggio Essenza del nichilismo, afferma: «Nichilismo significa affermare che le cose sono niente, ossia che il non-niente è niente». La “nientificazione” dell’essere, cioè il nichilismo, è l’essenza più intima dell’Occidente, giacché in questa “terra della sera” non si è mai posto un limite invalicabile tra essere e nulla.Emanuele Severino

Nichilismo e tecnica

L’Occidente non si ferma alla riflessione filosofica della nientità delle cose, ma «pensa e vive le cose come un niente». Per Severino l’identificazione tra niente e non-niente  rappresenta dunque la follia estrema , la violenza originaria, «l’alienazione essenziale in cui cresce la storia dell’Occidente».

A partire dall’Idea platonica, sfociata nel Dio cristiano, fino ad arrivare al compimento della razionalità tecnico-scientifica, la storia dell’Occidente diviene il susseguirsi di maschere pronte a nascondere il grande peccatum originalis: la dimenticanza dell’essere.

In Severino queste maschere prendono il nome di “Immutabili”, ovvero entità e valori che si sottraggono all’incombenza del divenire assumendo le vesti dell’eterno, dell’immutabile. Se tra i primi Immutabili troviamo Dio, considerato il “Primo tecnico”, oggi siamo dinanzi all’”Ultimo Tecnico”, cioè la tecnica stessa, capace di creare e annientare il mondo tramite l’incremento indefinito della propria potenza.

La volontà di potenza della tecnica appare quindi come l’illusione più estrema, la persuasione costante che le cose siano o diventino niente. Siamo dinanzi all’ultimo stadio di questo errare durato millenni, questa follia che oscilla nell’angoscia tra l’essere e il nulla delle cose.

Mentre le luci del tramonto, già intraviste da Oswald Spengler, incombono sulla “terra della sera”, è forse necessario seguire le orme di chi, come Emanuele Severino, tenta di oltrepassare il nichilismo riconoscendo a tutti gli enti quell’eternità che in Occidente è stata riservata agli dèi, agli Immutabili di ogni epoca.

Soltanto col ritorno a Parmenide, uscendo dal “sottosuolo filosofico del nostro tempo”, potremo scegliere il “sentiero del giorno” con “l’animo inconcusso della ben rotonda verità”.

Emanuele Severino

Pietro Regazzoni

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Redazione

In redazione: Michele Castelnovo, Ginevra Amadio, Yuri Cascasi, Dalila Forni, Francesca Leali, Camilla Volpe.