Quello che non ci
dicono di Bruxelles

First published in De Volkskrant, the Netherlands, March 23, 2016 | By Schot

First published in De Volkskrant, the Netherlands, March 23, 2016 | By Schot

Sono passati ormai cinque giorni degli attacchi contro la capitale del Belgio e dell’Unione Europea. Cinque giorni di maratone televisive, di dirette e di pagine di giornale. Ma cosa ci resta dopo tutto ciò?

Il primo elemento che salta all’occhio è indubbiamente, come bene evidenziato dal professore Aldo Giannuli, la mancanza di reazione popolare: niente fiaccolate, niente immagini di Facebook con i colori della bandiera del Belgio, niente Je suis Belgique o #PrayforBrussells. Quali siano le cause di questa inazione è facile dirlo: i tempi e i modi dell’attentato. Addio al venerdì sera, alla sparatoria stile western che piace sempre molto, addio ai luoghi del divertimento e “simbolo delle libertà occidentali”, addio al Bataclan. Questa volta, come sottolinea egregiamente Matt Smith, fondatore della compagnia di marketing per social media The Viral Factory, i terroristi sono ritornati al vecchio modello, quello delle bombe e degli esplosivi, in luoghi, come l’aeroporto o la metropolitana, dove, in un normale martedì mattina tra le 8.00 e le 10.00, le persone comuni vanno a lavorare.

In secondo luogo, sembra che la popolazione europea si sia in qualche modo assuefatta e abbia ormai accettato di convivere con il suono delle bombe. Arresa, forse, a una sfiducia ormai cronica nelle istituzioni che dovrebbero proteggerci dagli attacchi e che invece si chiudono a riccio, pensando che lo scudo sia l’arma migliore per bloccare il terrorismo e credendo che le barriere agli aeroporti, la creazione di una banca dati condivisa per il controllo dei passeggeri dei voli da e per l’Europa, siano le soluzioni per bloccare i foreign fighters prima della loro partenza e al loro rientro. Le immagini dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini in lacrime, insieme alle richieste, poi rifiutate, di dimissioni di due ministri belgi, sono la fotografia di istituzioni allo sbando e senza un piano strategico, le quali, per contro, non possono che trasmettere insicurezza ai cittadini. Sembra infatti che nessuno abbia un piano per sconfiggere l’ISIS, il che suona tanto più strano, dopo il terzo attentato e dopo che le truppe russe, siriane e iraniane (belghe, francesi e americane non pervenute) stanno prendendo d’assedio Palmira, roccaforte dello stato islamico in Siria.

Eppure continua a prevalere la logica della parata, quella della protezione dei grandi obiettivi strategici, rispetto alla cosiddetta sorveglianza coperta. Le forze di intelligence si concentrano infatti sulla protezione dei possibili grandi obiettivi, dando così indirettamente ai terroristi le informazioni su quanto invece rimane scoperto.

In questi giorni si è a lungo parlato della responsabilità del governo belga. Uno Stato fallito, si è detto. Incapace di coordinare le diverse unità da cui è composto, lacerato da un’instabilità politica cronica e, quindi non in grado di far fronte alla minaccia terroristica. Le unità di polizia non si coordinano tra loro ed è per questo che non si è stati in grado di stanare Abdeslam Salah per quattro mesi dopo l’attentato parigino e che si è ignorato l’avviso turco sulla pericolosità del terrorista suicida degli attacchi del 22 marzo, El Bakraoui, il quale era stato detenuto nel carcere di Gaziantep, e poi rimandato in Europa.

In queste accuse c’è indubbiamente un fondo di verità. È innegabile infatti, come abbiamo visto e possiamo vedere in questi giorni, che la polizia e l’intelligence belga non siano in grado di affrontare la minaccia in corso. Essersi fatti sfuggire i terroristi dell’attentato del 22 marzo dopo aver fatto una retata casa per casa pochi giorni prima nell’intero quartiere di Molenbeek oltre ad aver condotto l’interrogatorio a Abdeslam Salah dopo la cattura per poco meno di un’ora senza riuscire a estrapolare nessuna informazione sull’imminente attacco, è indubbiamente il segno di debolezza.

Eppure, questo martellare continuo sugli errori del Belgio non fa altro che nascondere il problema di fondo di cui il Belgio è solo il simbolo e la rappresentazione per eccellenza: la crisi dell’UE.

Crisi ancor più sottolineata dalle parole del presidente turco Erdoğan, che in questi giorni, nel caos schizofrenico delle diplomazie europee, ha avuto gioco facile nell’ergersi a paladino della giustizia e ottimo alleato nella guerra contro i radicalismo islamico. Le parole del dittatore sono state trasmesse dalle nostre televisioni, come la voce del buon alleato, che ci aveva messo in guardia e che, il disorganizzato Belgio, non ha saputo ascoltare.

D’altra parte, dovevamo pure convincerci che lo scellerato patto firmato poco più di una settimana fa con lo stesso Stato turco, fosse in un qualche modo giustificabile. Serviva a compensare le dichiarazioni che lo stesso Erdoğan aveva pronunciato la settimana prima: «la democrazia, la libertà e lo Stato di diritto. . . Per noi, queste parole non hanno assolutamente più alcun valore».

Con questo soggetto l’Unione Europea dei valori e dell’accoglienza, del dialogo e del confronto, ha firmato quello che Wolfgang Münchau non ha esitato, giustamente, a chiamare patto scellerato. In cambio della modica cifra di sei miliardi di euro e della riapertura dei negoziati per entrare nell’UE, la Turchia del dittatore amico e finanziatore del’ISIS, responsabile del conflitto in Siria e desideroso di ristabilire l’impero ottomano, ha accettato di riprendersi 72.000 migranti provenienti dai campi greci.

Ora, anche il più disattento dei lettori di giornale o ascoltatore di notiziari, sa bene che i profughi che annualmente dalla Siria, e non solo, attraversano la Turchia per arrivare in Europa sono molto di più di 72.000, ma si aggirano intorno ai sei milioni, e che, se questi non troveranno nella rotta balcanica la strada per arrivare in Europa, ne cercheranno un’altra; presumibilmente quella italiana o spagnola. Certo abbiamo rimandato il problema, lo abbiamo spostato, ma abbiamo svenduto l’anima per pochi denari.

Ora, il sollievo dei paesi del Nord, gruppo Visegard (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) in testa, non durerà a lungo, così come questa modalità di affrontare la crisi corrente. Il fallimento della politica dei flussi migratori, si ripercuote oggi nell’incapacità delle intelligence europee di coordinarsi e trovare strutture comunicative e di condivisione di informazioni che possano garantire la prevenzione necessaria al verificarsi degli episodi del 22 marzo.

Ma che l’Unione Europea non stia andando in questa direzione è emerso purtroppo nelle reazioni di divisione e smarcamento dei leader dopo gli attentati, coronate dalle dichiarazioni assordanti del primo ministro polacco Beata Szydło, che ha dichiarato: «lo dico chiaramente, non vedo possibilità per i migranti di venire in Polonia al momento».

E così addio ai già morenti propositi di una politica comune europea sui migranti. Eppure, benché non sia molto difficile immaginarsi che un coordinamento nella gestione dei flussi migratori avrebbe un impatto decisivo anche sul controllo e sulla prevenzione dagli eventuali rischi di terrorismo, la direzione verso cui stiamo andando sembra non cambiare verso.

Non sono bastati infatti più di trenta morti per far trovare all’Europa un minimo di unità per combattere il terrorismo. Il triste epilogo di questo malato terminale si è consumato nel vertice dei ministri degli Interni e della Giustizia dei 28, convocato d’urgenza e chiusosi giovedì praticamente con un niente di fatto. Niente procura europea antiterrorismo, nonostante le innumerevoli sollecitazioni del ministro della Giustizia italiano Andrea Orlando. Nessun piano concreto per la condivisione delle informazioni e il potenziamento dell’INTERPOL. I 28 paesi si sono per l’ennesima volta arresi alle proprie gelosie e non sono andati oltre le buone intenzioni. Anche il decalogo che hanno firmato i ministri, non fa che ribadire la necessità di rafforzare gli sforzi nazionali per indagare sulle reti responsabili degli attentati di Parigi e Bruxelles e l’impegno a costituire, entro giugno, la famosa guardia costiera e di frontiera europea per controllare meglio i confini dell’Unione, come se non si sapesse che i terroristi sono cittadini europei.

Ecco, questo è quello che questi cinque giorni ci hanno lasciato. Un profondo senso di smarrimento e la consapevolezza dell’ennesima occasione perduta.

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Francesco Corti

Dottorando presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e collaboratore dell'eurodeputato Luigi Morgano. Mi interesso di teorie della democrazia, Unione Europea e politiche sociali nazionali e dell'Unione. Attivo politicamente nel PD dalla fondazione. Ho studiato e lavorato in Germania e in Belgio.