Radiografia di un massacro: “Nasza Klasa”

Si sta per concludere la stagione di prosa dei teatri milanesi. Il caldo è torrido, ma fioriscono numerose offerte: “IT festival” (vetrina del Teatro Indipendente, 9-11 giugno) e la fortunata rassegna “Da vicino nessuno è normale” (16 giugno-23 luglio). Un progetto interessante è “Milano Off” (9-18 giugno), che racchiude l’ambizioso obiettivo di un “incremento della Felicità Interna Lorda (F.I.L.)”: 50 compagnie da tutta Italia (e anche ospiti stranieri), 50 spettacoli al giorno per un totale di 400 repliche. Dove? Quattordici “isole” alternative di teatro e di cultura disseminate in città, spesso spazi di capienza minima, in un’atmosfera famigliare di quartiere: lo scopo è quello di fornire una mappa teatrale off, al di là dei circuiti ufficiali. I prezzi bassi, le novità teatrali e la scoperta di una Milano poco nota, sono ingredienti che hanno funzionato come catalizzatori per un nuovo pubblico.

Occasione imperdibile era senz’altro Nasza Klasa (La nostra classe, 2009) del polacco Tadeusz Slobodzianek, oggi Direttore Artistico del Teatro di Varsavia. L’opera, pluripremiata in Europa, tradotta per la prima volta in Italia, è diventata uno spettacolo lanciato lo scorso 2016 a Napoli per la regia di Massimiliano Rossi, che arriva finalmente anche a Milano.

Pur nelle dimensioni ridotte dello “Spazio Lambrate”, i dieci attori hanno dato il meglio di sé: un concentrato di energia, grande affiatamento, capacità di trapassi tonali, dal dramma all’esplosione di euforia. È evidente che la macchina teatrale è da tempo rodata: la voce si accompagna sempre a un gesto, mai inutile nell’economia dello spettacolo, il racconto si frastaglia (terza persona, prima persona, coralità) senza mai cedere alla monotonia. Parola d’ordine è l’essenzialità poetica, raggiunta attraverso l’astrazione, che prevale sul realismo (ad esempio, il brindisi che avviene senza la presenza fisica dei bicchieri) e gli arredi di scena, limitati a dieci sedie: inevitabile il rinvio all’archetipo della Classe morta di Tadeusz Kantor, ma qui le sedie segnano anche le fasi esistenziali del dramma, in un disordine sempre più marcato, in cui si fanno barriera, altezza, piano di violenza, scudo o quiete di morte.

© Alessandro Palumbo

Il dramma è ispirato a una storia vera: nel luglio 1941 milleseicento ebrei furono massacrati in un villaggio poco lontano da Varsavia. La strage fu attribuita ai nazisti, ma sessant’anni dopo la terribile verità venne a galla: i carnefici erano stati gli stessi abitanti del luogo. Il testo di Slobodzianek è più di una denuncia sugli orrori della seconda guerra mondiale, perché diventa una storia senza tempo dal valore universale.

L’autore è interessato a mostrare le dinamiche che portano alla strage e la sua indagine è un pugno nello stomaco, per riflettere sui meccanismi alla base del proverbiale “Homo homini lupus”. La violenza si scatena come ipertrofico istinto di sopravvivenza, che scivola presto nella prevaricazione: per sentirmi vivo, devo sfogare la mia forza vitale sull’altro, per dominarlo e affermare il mio ego. E se trovo sulla mia strada la sintonia di molti, allora lo spirito collettivo di prepotenza diventa incontenibile. È sufficiente individuare con chiarezza l’Altro. Se poi la violenza trova anche la garanzia dell’immunità, da parte di chi comanda prima e poi dal tacito sigillo dell’omertà condivisa, ecco che la cornice del quadro è ben disegnata.

Per affrontare il tema, il drammaturgo sceglie la micro-comunità della scuola. Con i compagni di classe abbiamo condiviso avventure fra i libri e i giochi, spirito di corpo e di complicità, un itinerario di crescita. E se proprio i tuoi compagni di classe, la tua “seconda famiglia”, diventassero un branco di assassini?

Al suono della campanella, arriva un’orda di attori-alunni: salti, abbracci, canzoni, per mostrare un’infanzia innocente e poi l’ardore adolescenziale. La scuola è microcosmo di sogni, ambizioni, burle giocose e rivalità che si sciolgono in una risata. Eppure a poco a poco le logiche divisive si insinuano tra i banchi e il gruppo comincia a lacerarsi: da una parte i polacchi cattolici, dall’altra i polacchi ebrei. Scaramucce da ragazzi, voglia di menar le mani, condita da farneticazioni che scimmiottano i discorsi degli adulti.

© Milano Off Festival

Intanto la cornice storica cambia: l’occupazione sovietica, le prime delazioni e le manganellate della polizia. E poi i nazisti. Con le spalle coperte dai nuovi potenti, i ragazzi ormai cresciuti si trasformano in bestie assetate di sangue che si sfogano contro l’ebreo, cioè il compagno saccente, la bella compagna che si negava. Gli amici tirano fuori mannaie, falci, pietre: è giunto il tempo dello stupro e del massacro. Il cameratismo funziona in una sola direzione, per coprire i crimini: basta dire che gli altri sono traditori, viziosi, un pericolo da eliminare. Tutti, donne vecchi e bambini, e non importa se solo qualche anno fa si giocava e si studiava insieme. Che cosa li spinge e li autoassolve? Vecchi rancori, sospetti, uniti allo spirito collettivo di un delirio di onnipotenza: l’unione fa la forza, soprattutto quando il cerchio si stringe attorno alle vittime indifese. Gli ebrei sono ammassati nel granaio, si appicca il fuoco e poi i corpi vengono fatti a pezzi. Gli anni passano, la verità piano piano emerge e la scia insanguinata di quegli eventi non smetterà di proiettare luci inquietanti.

© Milano Off Festival

Poetica la scelta di accostare vita e morte: chi muore in scena si rialza e prende posto sulle sedie in fondo, restando muto testimone delle vite dei carnefici, che vivono nell’incubo della rivelazione e della vendetta, nelle allucinazioni del rimorso. Alla fine si ricostituisce la doppia fila di sedie dell’inizio: la classe è al completo, ma ora abbiamo di fronte due file di morti. Vite stroncate dall’odio o sprecate nel tentativo impossibile di dimenticare l’orrore.

Il finale cerca una soluzione catartica: Abramo, l’unico ebreo sopravvissuto perché emigrato in America, elenca i nomi dei propri figli, nipoti e pronipoti, cioè il futuro della memoria. Inoltre, nello spettacolo il crescendo tragico viene più volte stemperato in giochi e filastrocche, perché il tempo della violenza risuona ancora dell’antica spensieratezza condivisa. L’ultima poesiola corale riconduce a una certezza: la stella polare indica sempre il Nord e potrà guidarci a trovare la strada anche di notte. Il regista sembra dirci: allora si smarrì la stella polare della ragione. Il suo palpito però continua a essere fragile: sta a noi non perderla di vista.

Nasza Klasa – La nostra classe. Una storia in XIV lezioni
di Tadeusz Slobodzianek
regia di Massimiliano Rossi
produzione TARATATA – Castellammare di Stabia (Napoli)
Spazio Lambrate, Milano Off Festival
11-18 giugno 2017

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Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi.
Sono spazi fisici e dell’anima dove amo sempre tornare.