Samuel Beckett e il Teatro dell’assurdo

Poeta, drammaturgo, sceneggiatore, traduttore e scrittore, Samuel Beckett viene ricordato come uno degli intellettuali più influenti del XX secolo, nonché uno dei massimi esponenti del Teatro dell’assurdo. Allievo di James Joyce, con il suo talento Beckett introdusse nuove logiche e tecniche narrative nella scrittura sperimentale. La sua straordinaria capacità di sovvertire gli schemi tradizionali emerge soprattutto nella produzione teatrale, in opere come Aspettando GodotL’ultimo nastro di KrappGiorni Felici.


Un’esistenza inquieta e tormentata

Samuel Beckett nacque a Dublino nel 1906 da una coppia di protestanti di ceto medio-alto, che limitò molto la sua infanzia, contribuendo ad accrescere la sua naturale introversione. A 17 anni si iscrisse alla facoltà di Lettere moderne del Trinity College, dove iniziò ad essere aggredito dal dubbio ossessvivo che riguardava i rapporti interpersonali, se dipenderne o liberarsene. È esemplare in questo senso il rapporto che Beckett ebbe con la pubblicazione delle sue opere, egli infatti scriveva molto, ma pochissimo prendeva la forma di un’opera compiuta destinata alla pubblicazione.

Si distinse come eccellente studioso della letteratura francese e all’inizio degli anni ’30 ottenne una borsa di studio di due anni a Parigi, dove entrò a far parte della cerchia di collaboratori di James Joyce. Rientrato a Dublino, cadde in una fase di depressione gravissima. Decise allora di allontanarsi dall’Irlanda, ribellandosi attivamente per la prima volta. La morte del padre nel 1934 lo fece precipitare in una nuova crisi ansioso-depressiva, che lo costrinse a seguire una terapia psicoanalitica a Londra, dalla quale trasse giovamento. Ebbe così inizio il suo periodo di maggiore creatività, quello compreso tra il 1945 e il 1955, in cui compose quella che diventerà una delle opere più importanti del Novecento: Aspettando Godot.

Tornato a Parigi, conobbe Suzanne Dechevaux-Dumesnil, colei che divenne sua moglie e gli resterà accanto per il resto della vita. Nel 1969 Samuel Beckett vinse il premio Nobel per la letteratura «per la sua scrittura, che nell’abbandono dell’uomo moderno acquista la sua altezza», che non ritirò mai. Morì il 22 dicembre 1989, nell’amata Parigi.

Fonte: www.flashbak.com

L’uomo contemporaneo in scena

Il termine “Teatro dell’assurdo” è stato coniato dal critico Martin Esslin, che ne fece il titolo di una sua pubblicazione del 1961: The Theatre of the Absurd. Il lavoro di questi autori consiste in una rappresentazione artistica del concetto filosofico di assurdità dell’esistenza, elaborato dagli esponenti dell’Esistenzialismo, tra cui il Jean-Paul Sartre degli anni ’30 e l’Albert Camus dei romanzi e della saggistica. Il teatro dell’assurdo abbandona completamente la costruzione razionale e il linguaggio logico-consequenziale delle opere, scardinando la struttura tradizionale. La trama degli eventi, i rapporti di causa-effetto e l’ordine cronologico della narrazione vengono sostituiti da un’alogica successione di eventi, apparentemente senza alcun significato. Ciò che caratterizza questo tipo di produzione infatti, è la presenza di dialoghi e azioni senza senso, ripetitivi e riempiti di lunghe pause e silenzi.

Il teatro dell’assurdo, operando nel secondo Dopoguerra, si preoccupa di mettere in scena l’alienazione dell’uomo contemporaneo e la sua crisi, l’angoscia, la solitudine, l’impossibilità di ogni comunicazione espressa attraverso situazioni e dialoghi surreali. La quotidianità viene distrutta e inserita in maniera inquietante e scomposta, per creare un effetto comico e tragico al tempo stesso. 

Samuel Beckett è ritenuto, insieme a Eugène Ionesco, il maggior esponente del teatro dell’assurdo, grazie all’impiego sapiente che egli fece del suo talento e della sua naturale predisposizione all’introversione e all’inquietudine. Egli ha sempre messo in scena un unico enorme dramma, quello del fallimento dell’uomo in tutta la sua concretezza, nella sua incapacità di generare rapporti in cui coesistano amore e libertà. Nelle opere della maturità è centrale il tema dell’impossibilità di vivere un presente felice, spendendo le forze per contemplare un passato di pienezza ormai concluso o logorandosi attendendo un futuro del tutto incerto.

Waiting for Godot, la tragicommedia dell’attesa

Aspettando Godot è l’opera più nota di Samuel Beckett, ed è il capolavoro che sferrerà un colpo rivoluzionario al teatro contemporaneo. La trama è assolutamente elementare: due uomini, Vladimir e Estragon, dei quali non sappiamo quasi nulla, aspettano per un motivo sconosciuto l’arrivo di un terzo, Godot, che non arriverà mai.

«Una strada di campagna. Un albero. Sera», questa l’ambientazione del primo atto, durante il quale Estragon e Vladimir si trovano nel pieno della loro attesa, disturbata dall’ingresso in scena di altri tre personaggi: Pozzo con il suo schiavo Lucky e un ragazzo, il quale comunica che Godot non riuscirà ad arrivare ma che si presenterà senz’altro il giorno successivo. Il secondo atto si apre sulla stessa scena («Il giorno dopo. Stessa ora. Stesso posto», scrive Beckett) e tutto si ripete quasi allo stesso modo.

Fonte: www.quora.com

L’opera viene composta inizialmente in francese nel 1952 e due anni più tardi viene tradotta in inglese dall’autore stesso. Spesso è definita come una tragicommedia dell’attesa, elemento sul quale si basa la vita dei personaggi,  persone sospese nel tempo ed incapaci di procedere, che esprimono un movimento mai attuato attraverso dialoghi assurdi.

Vladimir: Bene, andiamo?
Estragon: Sì, andiamo.
[Non si muovono]

Il linguaggio si riassume nei silenzi e nelle lunghe pause che intercorrono tra un breve dialogo e l’altro, che sono per Beckett il chiaro esempio dell’incapacità dell’uomo di comunicare con i suoi simili. La scenografia è molto spoglia, e invita lo spettatore a concentrare l’attenzione sulle situazioni surreali, in cui il silenzio diventa forma di comunicazione.


In Godot, che Beckett invita a non identificare con Dio, viene proiettata l’attesa del futuro, del destino, della fortuna e della morte. Godot però non verrà, per cui tutto è avvolto da un profondo senso di delusione, che spinge i protagonisti a pensare di ricorrere al suicidio più di una volta.

Quella che viene evocata è una mancanza, una perdita, avvenuta nel momento il cui il mondo è decaduto e tutto si è paralizzato. L’inutilità dell’esistenza viene messa in scena in maniera molto cruda, tra la precarietà della vita e la perdita dell’individualismo e della propria identità. L’alienazione e l’isolamento, il fallimento della comunicazione, l’assurdità e la fragilità dell’esistenza vanno a comporre quella perdita di spessore e senso dell’uomo che ha fatto dell’opera di Beckett una delle più vere e geniali del Novecento.

 

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Classe 1998, vive in provincia di Verona. Studia Filosofia all'Università di Verona. Perde spesso la testa per inseguire tutto quello che non comprende, innamorandosene.