Società liquida e postmodernità: l’irrisolvibile in Zygmunt Bauman

Il filosofo e sociologo Zygmunt Bauman nasce nel 1925 a Poznan, in una Polonia non ancora invasa dalle truppe tedesche. Dopo la guerra, e dopo un breve periodo nella zona di occupazione sovietica, si trasferisce a Varsavia per studiare sociologia, e inizia a collaborare con diverse riviste specializzate. Spiritualmente accarezza le speculazioni del marxismo-leninismo, poi trotta accanto ad Antonio Gramsci e a Georg Simmel, soprattutto dopo la destalinizzazione.

È ancora costretto a emigrare, prima in Israele poi a Leeds, quando in Polonia ricominciano a serpeggiare malumori antisemiti. Nel mondo prorompe per i suoi studi sulla modernità, su quella superata, detta post-modernità, “indistricabile” dal concetto di totalitarismo. Bauman scioglie l’idea di modernità in uno stato liquido, che si contrappone alla solidità di certezze della società passata. Si è assistito alla crisi delle grandi narrazioni, ideologie che non hanno retto l’impatto con la Storia. Volevano quadrare il cerchio della Terra, ma si sono sporcate di pulsioni nichiliste. Si è piombati così nella crisi dello Stato, depauperato e incatenato dalle forze sovranazionali. Si è spezzata una catena di valori comuni che teneva saldamente ancorato il singolo alla comunità, e la comunità a questo nostro strano mondo.

È diventato senza senso l’esistere dei partiti, in uno sbrigliato galoppare di individualismi. Il soggettivismo si condensa in lotta di tutti contro tutti, e prende a badilate le fondamenta stesse della società. Il nostro mondo si sta liquefacendo, e progressivamente è smantellato. Non c’è più motivazione nel credere nel diritto, si modellano statue solo alla divina apparenza e al divino consumismo. È un consumismo sfrenato e vorace, che vomita e rimangia senza posa. Si respira continuamente nell’aria l’odore acre della precarizzazione.

Bauman chiude le sue speculazioni catalogando il nostro come il tempo dell’indignazione. Dei partiti guidati da capopopolo (o capocomici) che inveiscono ad angolo giro, senza sapersi mai sintonizzare su una pars construens che si arrampichi un po’ più in alto di quella destruens. Non c’è più fede che tenga, non nell’Altissimo e non nel terreno, che sia Stato o sua negazione, la Rivoluzione. Cavalcano l’onda delle lamentele facili, dei cori di piazza, dei populismi che si infiammano da soli. La nostra nuova società liquida, la politica ancora non l’ha capita. Per questo non trova i mezzi, gli approcci, la prospettiva, con cui affrontarne i problemi.

Non c’è chiusura a questo ciclo di riflessioni. Il futuro giace in un limbo impastato di umori diversi, o forse un poco più in là. Bauman non si spinge a ipotizzare vertiginose conclusioni, verità in pillole, soluzioni finali a problemi infiniti.

Disquisendo di modernità e post-modernità, il filosofo scivola anche sulle questioni etiche relative. Dice di un’incertezza della condizione delle persone, ai tempi attuali, dovuta al loro essersi tramutate da produttori in consumatori. Di un consumismo bulimico, come si è detto, che continuamente trita e sputa rifiuti, spesso rifiuti umani. Bauman cita una galassia di concetti chiave per discutere dello stadio moderno: globalizzazione, industria della paura, smantellamento delle sicurezze e vita liquida, sempre più vorticosa, e costretta a piegarsi alle nuove abitudini.

«Si ha la sensazione che vengano giocati molti giochi contemporaneamente, e che durante il gioco cambino le regole di ciascuno. Questa nostra epoca eccelle nello smantellare le strutture e nel liquefare i modelli, ogni tipo di struttura e ogni tipo di modello, con casualità e senza preavviso».

In una società che tutto mercifica, l’uomo povero si sente inappellabilmente escluso, e questo ingenera la sua alienazione. La sua incapacità cronica di un acquisto sfrenato, ne determina la non risolvibile esclusione. Si espandono a macchia d’olio la mercificazione delle esigenze e l’omologazione planetaria. Si concretizza il rischio della omogeneizzazione, intesa come assorbimento acritico, osmotico, di valori e modelli di vita, che frana inevitabilmente nella spersonalizzazione e nell’alienazione.

Zygmunt Bauman tratta anche di morale, o dello scheletro che di questa rimane nella moderna società liquida. Morale sta per lui oggi nella regolamentazione coercitiva dell’agire sociale, mediante la proposta di valori o modelli di riferimento, a cui nessun individuo ragionevole può evidentemente sottrarsi. Morte le grandi narrazioni e le ideologie, non sussiste più speranza credibile di verità assolute. La morale si frammenta e si perdono i punti di riferimento in un proliferare di riferimenti variabili. Per Bauman la morale si definisce come un consegnarsi interamente dell’io al tu. E si configura come fatto individuale e libero. In mancanza di un terzo che giudichi il singolo operare, cade l’impalcatura stessa della società, per definizione fondata sull’esistenza almeno di tre soggetti. Ebbene, la morale è un atto individuale, che crea disordine, ma è anche e soprattutto un atto fondante della società. La società è un palcoscenico con persone/attori che nell’agire interpretano ruoli.

Il pensiero di Zygmunt Bauman è un accavallarsi di paradossi e questioni aperte, che in lui non trovano soluzione, e che ben dipingono l’insolubilità strutturale delle problematiche attuali.

Le opere di Zygmunt Bauman coprono un arco temporale che va dal 1959 all’anno in corso. Le due sue ultime pubblicazioni sono Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi e In Praise of literature, entrambe del 2016.

 

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Nata a Brescia nel 1993. Laureata in lettere moderne indirizzo arti all'Università di Bergamo, dopo un anno trascorso in Erasmus a Parigi. Appassionata di fotografia, cinema, teatro e arte contemporanea.