Socrate è vivo? L’educazione secondo gli Anagoor

Un ricamo estetico fatto di immagini, ritualità, citazioni, che rifugge la linearità di narrazioni unilaterali e preferisce le onde del dubbio. Dopo il rapporto fra lingua e potere (Lingua imperii, 2012), poesia e potere (Virgilio brucia, 2014 ), gli Anagoor portano fino al 15 aprile al Piccolo Teatro di Milano l’acclamatissimo Socrate il sopravvissuto / come le foglie, opera del 2016 di feroce attualità.

Tra Scurati, Nooteboom e Platone

Questa volta sotto la lente della loro ricerca è la questione capitale dell’educazione: quanto è innocente il legame maestro/allievo? Il travaso di sapienza si nutre di utopia, oppure è una maschera ipocrita che nega l’identità? Policentrica l’ispirazione, in un gioco spiazzante di citazioni. Filo conduttore è il romanzo di Antonio Scurati, Il Sopravvissuto (Premio Campiello 2005 ) e le pagine dello splendido romanzo breve La storia seguente dell’olandese Cees Nooteboom e, senza soluzione di continuità, ampi stralci dall’Alcibiade Primo di Platone. In uno “strabismo” temporale che gioca sull’andirivieni fra passato e presente, le inquietudini dell’oggi proiettano coni d’ombra su ieri, rendendo ancora più complesso e misterioso il meccanismo alchemico dell’educazione.

D’altra parte l’insegnante vive una stagionalità ciclica che realizza la famosa similitudine di origine omerica, rielaborata da Scurati in chiave scolastica: «le generazioni degli  uomini sono come le foglie. Una nasce, mentre l’altra svanisce. E le si offende a volerle chiamare per nome». Giugno è il mese dei bilanci e dei congedi: terminato un ciclo, gli studenti partiranno per nuovi orizzonti, mentre il docente resterà per accoglierne di nuovi. Perché dopo giugno, c’è sempre un altro settembre, con la freschezza dei progetti e l’acerbo inizio di nuove promesse.

In scena c’è Marco Menegoni, serio e concentrato, spesso ci dà le spalle perché rivolto verso i banchi della sua classe: egli è infatti il giovane insegnante, capace di coinvolgere gli studenti con lezioni appassionate e trasformare l’aula nella prigione di Socrate, come viene narrata nel Fedone platonico. Un mago, o meglio «un infingitore di felicità», che sente il dovere di mentire a fin di bene, spronare gli studenti a vette eccelse, all’ottimismo dell’utopia, anche quando è subentrato il disincanto dell’età adulta. Ma è giusto perseverare in questo dolce inganno?

© Meri Cannaviello

Il peso della cultura

Simone Derai con la sua regia non offre risposte, ma sentieri interpretativi aperti che si reggono sul gesto icastico, enfatizzato dalla lentezza o dall’ossessiva iterazione e pronto a farsi rituale e simbolico, accentuato anche dalla musica evocativa di Mauro Martinuz. Otto giovani attori rappresentano il variegato mondo dei discenti. Seduti al banco, lo sguardo perso nel vuoto, crollano a terra, come docili marionette spezzate, oppure i loro banchi sono risucchiati da un’invisibile forza fagocitante. Momento importante è il rapporto con il greve peso della cultura. In un angolo vengono ammucchiati libri destinati al macero: pagine ingiallite, sbriciolate, rilegature vuote, polvere, in una catasta che sembra pronta per il rogo. E la valanga di macerie continua a cadere anche sul corpo di una studentessa, forse a indicare il diluvio nozionistico che rischia di seppellire i nostri giovani? Intanto c’è chi spreme letteralmente dai volumi umidità e acqua, altri sembrano intenti alla cura di una pagina sgualcita, un ricordo degli Angeli del Fango di Firenze del novembre 1966 ma anche simbolo della fatica di Sisifo di chi cerca di spremere dai libri la “fonte” della sapienza, ricavandone soltanto acqua muta.

Socrate: so di non sapere

Forse una risposta può darla Socrate, esempio sommo di maestro che instancabilmente instilla nel discepolo il dubbio e l’ansia della ricerca. L’antichità rivive in un video suggestivo: colori sobri, movimenti lenti e aggraziati, tuniche, splendide maschere integrali in garza e canapa (creazioni del regista Simone Derai e Silvia Bragagnolo) dal sapore ancestrale, a metà tra Africa e Grecia antica.

Il diaframma temporale che separa XXI e IV secolo si dissolve grazie a un meccanismo di con-temporaneità: mentre le immagini scorrono, il sonoro viene ricreato in scena, rumori d’ambiente e voci, in un gioco di specularità, per cui Socrate è ora il professore, che incalza il giovane Alcibiade con le domande sul giusto e l’ingiusto, lo guida, lo svia, lo confonde. Lo porta a concludere che l’unica certezza è: so di non sapere; per conoscere se stessi, occorre specchiarsi in un’altra anima. Dunque, il rapporto educativo come arricchimento reciproco di conoscenza.

© Giulio Favotto

Socrate e la polis

L’educazione socratica, impostata sul dubbio e il riconoscimento del sé nell’altro, può funzionare oggi? Con un improvviso balzo temporale, torniamo alla vicenda fittizia del romanzo di Scurati. Giugno, tempo di bilanci e di esami. Colloquio finale. Uno studente arriva in ritardo e con precisione spietata massacra l’intera commissione, risparmiando solo il professore di storia e filosofia. Punta il dito su di lui (riconoscimento o accusa?), non dice una parola, e se ne va. Nel romanzo di Scurati la strage è narrata nelle prime pagine e il sopravvissuto va alla ricerca dei perché, con l’oscuro presentimento di essere in qualche modo l’involontario movente del folle gesto.

Nello spettacolo, mentre sullo schermo passano immagini a volo radente di panorami post-industriali, cimiteri e prati, accanto alla muta ritualità della morte di Socrate, che beve la cicuta e attende sereno la morte accanto a Critone e agli altri discepoli affranti, il professore approda alla sua spiegazione dell’«insondabile mistero dell’educazione», come la necessaria naturalità di un ciclo vegetale. Un lampo di speranza? Il buio cala come una spada, mentre una data emblematica si staglia sullo schermo: settembre 2001. E mette i brividi, perché tutto cambia. Un nuovo massacro (Twin Towers) inaugura il millennio. La polis continua a divorare Socrate.

 

Socrate il sopravvissuto / come le foglie
da Antonio Scurati Il sopravvissuto, con innesti da Platone, Cees Nooteboom, Georges Gurdjieff
regia di Simone Derai
produzione Anagoor 2016
fino al 15 aprile 2018, Piccolo Teatro Studio Melato, Milano

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Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi. Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.