Suburra, la serie: l’intreccio con la realtà ed i suoi cliché

Il traffico che scompare,  strade pulite e monumenti splendidamente illuminati. Il sogno d’ogni cittadino romano? No, i peggiori peccati della prima serie italiana targata Netflix: Suburra.

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L’intreccio della finzione

Suburra narra le vicende che precedono quanto già visto nell’omonimo film diretto da Stefano Sollima. Gli spazi vengono così riproposti con fedeltà, mentre la storia si sposta sui movimenti di tre giovanissimi ragazzi della criminalità romana.

È in questa realtà lontana dal quotidiano che Spadino, esponente della criminalità Zingara, stringerà inaspettate amicizie con il figlio dei potenti di Ostia, Aureliano, ed infine con l’insospettabile figlio di una “schifosa Guardia”; Gabriele.

Le loro vicende, destinate ad intrecciarsi, ci guideranno per le strade di una capitale mafiosa, in cui gli equilibri esistono, ma grazie a padri incapaci di comprendere il nuovo mondo criminale, grazie a coloro che faticano a vedere la sete di vendetta che guida i loro figli.

Ciò a cui assistiamo non è infatti strettamente legato ad una lotta tra famiglie, spesso citate con la ridondanza di casate medievali, o poteri. Bensì il tentativo di tre giovani di imporsi sul patriarcato di Roma, città fantasma in cui il cittadino scompare in un folklore criminale, e sui poteri costituiti.

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Fonte: mr.comingsoon.it

L’intreccio della realtà

Per comprendere a pieno l’importanza di tale narrazione, ed il suo impatto nella realizzazione dell’opinione pubblica, è giusto ricordarsi come l’arrivo delle mafie siciliane all’interno della gestione criminale romana, avvenga nel racconto proprio attraverso quella realtà interna particolarmente discussa negli ultimi giorni: Ostia.

È qui, come in molti altri angoli, e purtroppo centri, della città eterna, che Suburra sfuma gli stereotipi di cui si fa carico, suoi massimi peccati, nel racconto del reale e del drammatico. Ostia ci appare così un porto sospeso tra una crimaniltà locale, raccolta qui sotto il nome fittizio degli Adami, ma leggibile nella realtà dei discussi Spada, e le spinte per una crescita maggiore e spaventosa.

Il costante tentativo dell’acquisizione totale dei commerci interni al litorale, e la violenza con cui tale obiettivo viene perseguito, di cui tristemente ci narra la cronaca, trova qui simbolo nella figura stressata e sognante, sempre in senso criminale, di Aureliano Adami. Ogni suo gesto, avventato e colposo, sembra così rievocare l’indifferente superiorità con cui un membro di una presunta famiglia potente, ed è qui che gli Adami della finzione incrociano gli Spada della realtà, sembra potersi permettere di sparare a chiunque, nella finzione, o nella realtà meno discussa, o di prendere a testate un giornalista, nella realtà più contingente.

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fonte: mymovies.it

 Il parricidio come evoluzione criminale

L’inseguimento di un parricidio, più o meno metaforico, sarà la linea guida dell’intera stagione. Lo osserviamo lungo tutte le dieci ore di visione, senza però coglierne un reale approfondimento. Ciò che infatti pesa su Suburra è il tentativo di narrare i conflitti nascosti e contraddittori di una criminalità nuova ed antica, lasciando però che sia il folklore stereotipato ed il cliché a muovere il tutto.

La città si impone così svuotata d’ogni eccentricità, poiché impegnata nel susseguirsi ripetitivo di dieci episodi incastrati in strutture prive di mordente, sostituibili l’una con l’altra ed eliminabili proprio perché incapaci di affondare in quei semi distesi nei primi splendidi minuti.

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fonte: images.wired

 Gli spazi eterni della contraddizione

Le costruzioni scenografiche e le scelte fotografiche appaiono imponenti, monumentali e a favore di una Roma che, nonostante il marcio criminale, sembra non cessare di risplendere. E certamente una delle interpretazioni più comode vede proprio la possibilità della serie di porre a schermo l’eterna contraddizione umana ed urbana, e dunque l’eterna bellezza che lotta con l’infinità dei suoi cancri.  Ma se ciò pare condivisibile a livello universale, e certamente utile in vari momenti di transizione del racconto, altrettanto non si può dire della stranezza con cui ogni cosa, dalla più alla meno criminale, avvenga non solo alla luce del giorno o in mezzo alle strade, ma persino davanti ai più trafficati luoghi d’attrazione. E così lo spaccio, il malaffare, si posiziona sempre a favore delle rinomate strade romane, davanti a San Pietro o subito dopo il Pantheon.

Forse le ragioni sono da ricercare in parte in una necessità della produzione, con a capo Netflix, di fare di Roma anche luogo dal turismo possibile, creando così la straniante situazione per cui le narrazioni in atto non sembrino altro che fantasie, immaginazioni, visioni lontane da quello che realmente è lo splendore romano. E di conseguenza rendendo nullo il conflitto che lo spettatore potrebbe provare di fronte a storie mai così vere.

Lasciando dunque che siano gli intermezzi legati alla provincialità di Ostia, o a qualche via immersa nell’oscurità, a narrare le ferite più profonde e scottanti attraverso cui il criminale si fa cittadino, ed il cittadino criminale.

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fonte: netaddiction.come

La chances italiana di sfruttare la vetrina internazionale di Netflix, nella speranza magari immettersi in un circolo virtuoso capace di portare investimenti per produzioni innovative, appare limitata dai cliché di un genere che proprio in terra nostrana stiamo riuscendo e siamo riusciti a rendere grande ed intrigante; il thriller criminale in realtà popolari e folkloristiche. Forse la paura di soddisfare il mercato estero ha rallentato gran parte del progetto, permettendo comunque la realizzazione di una storia interessante che si fa grande proprio quando esce da se stessa e scontra la realtà oscura di una Roma assieme splendida e spaventosa.

 

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Alessandro Cavaggioni

Appassionato di storie e parole. Non prediligo alcun tipo d’arte, purché parli dell’uomo nella sua complessità, purché mi permetta di divenire, di giorno in giorno, maniacalmente affamato d’emozioni. Amo il Cinema, da solo e in compagnia, amo il silenzio dopo una proiezione e la confusione di parole che esplode da lì a poche ore.
Un paio d’anni fa ho plasmato un altro me, “Il Paroliere matto”. Una realtà di Caos in cui mi tuffo ogni qual volta io voglia esprimere qualcosa, sempre con più domande che risposte. Uno pseudonimo divenuto anche canale YouTube.