«The Sisters Brothers», il western che incanta

Joaquin Phoenix e John C. Reilly in veste di fratelli assassini al soldo del commodoro. Un viaggio dall’Oregon alla California che li porterà ad interpretare le anime di un’America divisa tra il selvaggio west ed un futuro civilizzato. The Sisters Brothers, il film già cult di Jacques Audiard.

Una «fiaba» storica

Che Jacques Audiard (Un sapore di ruggine ed ossa ;  Il profeta ) sapesse dirigere le evoluzioni dei propri personaggi con una certa maestria era già cosa nota, quante fosse però abile a confonderne e rinnovarne le tracce in un gioco di specchi e rimandi diffusi tra l’on the road e la rappresentazione storica è quanto scopriamo solo grazie a The Sisters Brothers. Perché seguire la coppia di fratelli attraverso quest’esilarante viaggio equivale ad assistere ad una parabola, o a una «fiaba» come ha voluto definirla il suo regista, con tutte le particolarità di una grande analogia storica, l’epicità di un western action e la morale di un racconto per bambini. Bambini che, in questo caso, siamo noi spettatori; ammaliati e divertiti da un film che non riesce a sbagliare.

The Sisters Brothers. Day 30. – Asac La Biennale

Due fratelli ed il futuro

Charlie ed Eli sono i fratelli Sisters, e sono uniti dal sangue. Quello che scorre nelle loro vene e quello che ricopre le loro nocche. Sono assassini, ma in un’America in cui questo è normale. Giunti però ad un certo numero di avventure, riassunte nella spettacolare sequenza iniziale in cui il buio del deserto si illumina con l’esplodere delle pistole, Eli, il maggiore tra i due, comincia a definirsi stanco e stravolto da questa vita di pericoli. Inizia così la loro ultima missione, recuperare per il commodoro un uomo che sostiene di aver trovato il metodo perfetto per la corsa all’oro. Perché è questa l’ambientazione in cui veniamo immersi, quella della ricerca disperata di un oro che uomini selvaggi cercano per costruire e raggiungere una civilizzazione di cui poco sanno, ma tutto vogliono.

Si percepisce a pelle questa tensione al futuro, scomposta lungo l’America toccata da cambiamenti di cui, tra un duro viaggio a cavallo e qualche classica azzuffata, siamo spettatori. Si ride così dell’accostamento e scontro di due mondi distanti, da una parte quello delle scazzottate senza troppi fronzoli, rappresentato nell’anima Western più pura di questa pellicola e quindi nei gesti dell’iracondo Charlie Sisters, e dall’altra quello delle prime innovazioni, dei chimici che hanno idee e di cowboy, il nostro caro Eli Sisters in primis, che scoprono il futuro; sotto forma dei primi spazzolini e di strani sciacquoni.

The Sisters Brothers. Day 26. – Asac La Biennale di Venezia 

Sorridere, pensare, amare

The Sisters Brothers è una pellicola bilanciata e sorprendente. Pronta a lasciare senza parole per alcune trovate narrative, spesso efficaci nel plasmare compassione e divertimento nuovi per il genere, e subito capace di riportare il tutto ad un ambiente umano e controllato. Il tutto inizia e arriva in due punti diversi, in una classica storia di evoluzione umana (che qui accosta quella sociale) divisa in tre atti e mai ripetitiva.

La cavalcata di due fratelli con un passato turbolento, le cui gesta pericolose appaiono l’unica possibile via d’uscita ai propri pensieri, fa sorridere, pensare e, stranamente, rilassare. Perché se da un lato sono certamente interessanti e vaste le tematiche della profonda evoluzione sociale narrata attraverso la vita dei due, dall’altra, grazie un ottimo lavoro di scrittura ed un impeccabile rapporto umano costruito dai due attori ( così come dai comprimari nei volti di Jake Gyllenhaal e Riz Ahmed), si vive con leggerezza, ma mai banalità, l’intera vicenda.  È anche questo che renderà The Sisters Brothers tra le pellicole più interessanti della prossima stagione cinematografica, facendo pensare i più attenti e ridere tutti.

Perché potrete dire di averne viste molte, ma mai un cowboy che si lava i denti.

The Sisters Brothers. Day 35.  Asac – La Biennale di Venezia

Era da Roma, di Alfonso Cuaron, presentato il 30 agosto, che la stampa chiusa alla Sala Darsena del Lido di Venezia non dedicava interi minuti di applausi per una pellicola. E non poteva essere altrimenti, perché la tensione che aveva guidato risate e attente osservazioni lungo tutto la pellicola era secondaria solo all’amore che ognuno, nel frattempo, aveva maturato per questi due sgangherati fratelli.

Classica e moderna, comica e reale, la  «fiaba» di Audiard è l’assurda testimonianza di un genere ancora vivo.

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Alessandro Cavaggioni

Appassionato di storie e parole. Amo il Cinema, da solo e in compagnia, amo il silenzio dopo una proiezione e la confusione di parole che esplode da lì a poche ore. Un paio d'anni fa ho plasmato un altro me, "Il Paroliere matto". Una realtà di Caos in cui mi tuffo ogni qual volta io voglia esprimere qualcosa, sempre con più domande che risposte. Uno pseudonimo divenuto anche canale YouTube e pagina instagram.