Tranquility Base Hotel & Casino, il nuovo album degli Arctic Monkeys

Dopo un’attesa durata cinque anni, gli Arctic Monkeys sono tornati con un nuovo album dal titolo Tranquility Hotel Base and Casino, un concept album di 11 tracce ambientato sulla luna. La band di Sheffield ha cambiato rotta, lasciandosi alle spalle il suo indie rock, per farsi strada in una lounge music inaspettata.

Fonte: wikipedia.org

Le tracce

Star treatment – L’album è iniziato da ventitre secondi e già ci si chiede che cosa stia succedendo. Il viaggio comincia in una sorta di resort spaziale dall’atmosfera onirica, ma non è tutto. Alex Turner fa l’introspettivo fin da subito e canta un suo lento flusso di coscienza che investe i ricordi che precedono la fama e le sue fonti di ispirazione, con una frase di apertura che è tutto un programma:

«I just wanted to be one of The Strokes
Now look at the mess you made me make»

One point perspective – Si fanno largo i toni malinconici, in una traccia che racconta come i sogni e le ambizioni possano essere bruscamente interrotti dall’avanzare della vita. Ha un che di soul, al quale Alex Turner concede le sfumature più classiche della sua voce mentre ci racconta i suoi progetti ballando senza pantaloni:

«Dancing in my underpants
I’m gonna run for government
I’m gonna form a covers band an’ all»

American sports – La stranezza della prima traccia del disco si espande con questo terzo brano. Costituisce uno sguardo ad un futuro distopico, un confronto tra le nostre attuali ossessioni e le abitudini degli abitanti immaginari della luna. L’atmosfera psichedelica anni ’70 suona come se Ziggy Stardust avesse preso un caffè con Alex Turner e gli avesse concesso consigli preziosi. Il piano è usato quasi teatralmente e le linee di basso sono forse le migliori dell’intero disco.

Tranquility Base Hotel & Casino – Title track scritta apposta perché l’ascoltatore possa immergersi e visitare in prima persona l’hotel e il casinò lunari che danno il titolo al disco. Il testo usa metafore politiche ed immagini concettuali per descrivere al meglio questi luoghi immaginari per poi lasciarci così, con un’enorme domanda: che cos’è esattamente il moon’s side boob?

Golden trunks – É una canzone su Donald Trump. Toni oscuri e fantasie contorte fanno da tappeto ai primi spudorati falsetti dell’album. É fuori discussione il fatto che sia uno dei brani più belli ed interessanti del disco. Il pianoforte e la voce dominano su tutto il resto, ma probabilmente è una traccia che piacerà a molti fan degli Arctic Monkeys di cinque anni fa.

«The leader of the free world
Reminds you of a wrestler wearing tight golden trunks
He’s got himself a theme tune
They play it for him as he makes his way to the ring»

Four out of five – La voce del frontman galleggia su una linea di basso funky, il pianoforte sembra ormai aver preso chiaramente il posto della chitarra almeno in termini di ispirazione strumentale. È il brano che segna l’evoluzione, che si fa portavoce dell’intenzione di cambiare direzione. Alex Turner si lascia andare ad un altro flusso di coscienza che stavolta assume più i toni di un lamento pieno di frustrazione ed autovalutazione, provenienti dalla pressione del successo e dalla paura della fine della carriera.

The World’s First Ever Monster Truck Front Flip – Proprio no. Il tema della traccia è lo stesso che domina l’intero album: il fascino della vita virtuale, la dipendenza dai dispositivi e dal web, l’incapacità di fuggire dalla trappola che essi costituiscono. Forse ha un bel titolo, ma l’esecuzione non è delle migliori soprattutto per quanto riguarda la batteria, un po’ troppo “asciutta”, e la voce, priva di ispirazione.

Science fiction –  Brano che un po’ si avvicina agli Arctic Monkeys come tutti li conosciamo. L’idea di fondo (peraltro interessantissima) è che la fantascienza possa creare altri mondi attraverso i quali possiamo esplorare quello che conosciamo. È proprio quello che si fa in questo disco: scrivere di un altro mondo, quello lunare, per poter commentare il nostro.

«I want to make a simple point about peace and love
But in a sexy way where it’s not obvious»

She looks like fun – Parla di come la nostra era incoraggi ognuno di noi a creare un suo personaggio servendosi di un social network. Così, nell’anonimato, diventa più facile condividere i propri pensieri liberi da qualsiasi filtro, soprattutto i più aggressivi. Parte del testo fa anche rifermento alla ragazza di Alex, Taylor Bagley e del suo account Instagram.

Batphone – Ancora una traccia che parla di tecnologia e fornisce sia un’analisi che una critica all’uso moderno dei dispositivi. È chiaro il disagio e la fobia che il cantante racconta di aver sviluppato nei confronti della tecnologia e soprattutto del mondo virtuale.

The Ultracheese – Triste e romantica. Traccia di chiusura che spinge il frontman a ricordare il suo passato, in particolare a riflettere sulla sua assenza sui social media (che lui definisce “muro”) e a commentarne l’uso attuale. I toni fantascientifici post-apocalittici dell’album si sentono tutti e toccano anche la sfera politica.

Le scimmie si sono evolute?

Tranquility Base Hotel and Casino è un album strano e attaccato alle atmosfere, che ha bisogno di tempo per essere compreso e decriptato.

Siamo di fronte ad un disco che sancisce un cambio stilistico drastico. Degli Arctic Monkeys così non li abbiamo mai sentiti, i ritmi serrati e orecchiabili sono scomparsi per lasciare spazio ad un sound più soft, intimo, misurato tanto che al primo ascolto si stenta a riconoscerli. Ogni strumento rimane nel proprio spazio, il che mette abbastanza a disagio se pensiamo agli Arctic Monkeys come paladini dell’indie e del post-punk inglese. Ancora più a disagio mette il fatto che certi momenti di questo album rievochino David Bowie in maniera inquietante.
Nel suono prevale il pianoforte, che assume un ruolo importante in tutto il disco ed è specchio dell’importanza che ha il frontman nel gruppo, per questo sembra quasi più corretto parlare di Turner & Co che di Arctic Monkeys.

Fonte: Seattle music news

Alex Turner ha smesso di essere l’adolescente disadattato che vuole fare la rockstar e ha iniziato a vestirsi bene cercando di diventare l’artista impegnato che forse non è, così come ha smesso di puntare su testi accattivanti e sulla sensualità della sua voce, per trattarla come semplice mezzo in grado di trasportare quello che si trova nella sua testa a chi lo ascolta.
I testi sono riflessivi e cupi (si canta di fare videochat con Dio, ad esempio), nonché il risultato del lavoro di un artista che sente il bisogno di sganciarsi dall’impersonalità dei soliti brani e mescolare dettagli personali a temi nuovi, posizionandosi tra la fantascienza e l’autobiografia.

Forse è giunto il momento di ammetterlo: gli Arctic Monkeys si sono ufficialmente inoltrati nel territorio degli “album difficili”, un’inversione di marcia rispetto al passato, ma un risultato comunque sorprendente.

 

 

 

 

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Classe 1998, vive in provincia di Verona. Studia Filosofia all'Università di Verona. Perde spesso la testa per inseguire tutto quello che non comprende, innamorandosene.