L’umanità grottesca di “Cous Cous Klan”

Volete concludere l’anno con una cinica risata sulla disperazione umana? Eccovi serviti con Cous Cous Klan, della pluripremiata Carrozzeria Orfeo, compagnia di giovani che ha costruito il proprio successo sul ritmo, il politically incorrect e l’eccesso. Risate garantite, con un fondo di amarezza.

Una scommessa pop

“Carrozzeria Orfeo”: già il nome è tutto un programma. Perché combina l’idea dell’officina, dove ci si sporca con la realtà e si arrabattano soluzioni per “ripararla”, e la dimensione alta della poesia (Orfeo è il poeta mitico che incantava il mondo con la sua lira). Un contrasto stridente che è parte anche dei loro spettacoli. Attivi sulle scene da una decina d’anni, sono diventati fenomeno cult con Thanks for vaselina (2013, di prossima uscita il film) e Animali da bar (2015), sold out ovunque in Italia. Le radici del successo? La creazione di un “genere” nuovo: né dramma né commedia all’italiana, ma un ibrido che ricorda certi serial televisivi americani. Divertimento quindi, ottenuto attraverso la risata politicamente scorretta e irriverente; ritmo, nello scambio di battute che guizzano veloci in tutte le sfumature del comico (ironia, sarcasmo, turpiloquio, trash); pop, cioè “popolare” ma non nel senso deteriore di facile, consumabile e banale: è la ricerca di un contatto con il pubblico che, intrappolato nel meccanismo della risata, si riconosce in quella strana fauna di scena, per riflettere forse sulla spietata realtà contemporanea.

Un’umanità perduta

La Carrozzeria Orfeo sfrutta il meccanismo teatrale come lente deformante sulla realtà. Ecco perché i personaggi sono figure sgangherate, con tonalità iperboliche che ricordano a tratti certi film dello spagnolo Almodóvar. Questi piccoli eserciti sono composti da ludopatici, spacciatori, transessuali, alcolizzati, imprenditori di pompe funebri, buddhisti pacifisti, migranti, ognuno chiuso nella propria solitudine, fatta di frustrazione e ossessioni. Lo spietato ritratto di questa umanità perduta si gioca sull’estremizzazione di luoghi comuni, fra dialoghi vacui e qualunquisti, che approdano a progetti folli e grotteschi, per ripiombare infine in un viscoso presente di disperazione. È la rappresentazione feroce e deformata di tutti noi. Ed è proprio su questo fondale tragico che si posa una coltre di comicità surreale.

Carrozzeria Orfeo

© Laila Pozzo (Teatro Elfo Puccini)

Distopia assetata di affetti

L’ultima opera della Carrozzeria Orfeo, Cous Cous Klan, presenta alcune analogie di fondo con i lavori precedenti: anche qui protagonista è una sub-umanità stralunata, che condivide all’improvviso un progetto folle e poi crolla nuovamente nella logica dell’homo homini lupus. Le intenzioni sono ambiziose, ma forse l’esito appare un po’ più debole. Toni plumbei, in un futuro distopico non troppo lontano: zingari sterminati, poveri esclusi e ghettizzati, fuori dalla recinzione che racchiude e protegge invece i ricchi e i privilegiati. Il bene più prezioso è l’acqua: ogni fonte idrica è stata requisita dal governo e negata ai poveri. Sulla scena due roulottes fatiscenti e la carcassa di un’automobile. Qui vivono tre fratelli (un ex-prete nichilista, un sordomuto e la sorella, obesa e con un occhio solo); accanto a loro, un immigrato musulmano. A loro viene ad aggiungersi un ex ricco, che ha appena perso famiglia e lavoro. È un’umanità degradata e la convivenza è difficile: mangiano cibo per cani, rovistano nella spazzatura, spogliano i morti, sbraitano insulti e stereotipi, mentre Radio Clandestina gracchia «e il bene trionferà», la favola bella a cui nessuno crede più ormai. C’è chi si stordisce con gli anti-depressivi perché «l’incontro con noi stessi può essere terribile» e ognuno è chiuso nella propria ossessione (trovare il partner gay, fare un figlio, non deludere il padre che lo vuole terrorista…). «La natura tende a favorire gli adatti: noi siamo gli Altri», dice un personaggio. Questa sotto-vita si snocciola nell’inerzia, tutta tesa alla sopravvivenza e agli istinti primordiali. La sete che domina costante è una sete metaforica di affetti e di sogni.

Carrozzeria Orfeo

© Laila Pozzo (Teatro Elfo Puccini)

La svolta

All’improvviso compare Nina, una dea ex machina che li incanta e li convince a uscire dal guscio per cimentarsi in un’impresa che mescola scandali sessuali del Vaticano, traffico di reliquie e riscatto sociale, in un groviglio di pianificazione e azione, e ritmo quasi cinematografico. Chi è questa fanciulla? Forse personifica l’Occasione, la Speranza? In ogni caso, arriva a colmare il vuoto dell’assenza, e nel respiro del possibile tutti cambiano: insieme si può progettare e agire. Si tratta però di una breve scintilla, o forse è stato tutto un sogno. «C’è qualcosa di meraviglioso nella disperazione», è una delle battute finali. Naturalmente il tutto è condito dal solito linguaggio abrasivo, un mix di spietata ironia, parolacce, trash, oscenità. Il pubblico si diverte e ride. Anzi, forse ride troppo di gusto, davanti a questa analisi spietata.

Cous Cous Klan
di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia di Gabriele Di Luca
regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi
Teatro Elfo Puccini, Milano, fino al 31 dicembre 2017
Poi in tour: Roma, Ancona, Lugano, Genova, Reggello (Firenze)

 

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Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi. Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.