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100 anni fa Britten: Il Giro di Vite a Bologna

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Se mi si chiedesse di indicare un compositore che ha rappresentato meglio di tutti gli altri il genere operistico durante la seconda metà del ‘900, io non avrei esitazioni, sottolineando comunque la grandezza di Henze, nel fare il nome di Benjamin Britten. L’autore inglese, di cui si festeggiano in questi giorni i cento anni alla nascita, ha saputo ereditare la grande tradizione precedente facendola propria: così come Gozzano in poesia cinquant’anni prima seppe, parole di Montale, “attraversare D’annunzio per approdare a un territorio suo”, Britten attraversò Mahler, Berg, Puccini, Strauss, pure l’altro grande inglese Purcell, giungendo ad un linguaggio inconfondibilmente proprio. E suona come tipicamente britteniana anche l’opera “The Turn of the Screw”, su libretto di Myfanwy Piper e tratta dal romanzo omonimo di Henry James. Chi scrive considera il romanzo di James uno dei capolavori del genere letterario horror: in esso i fantasmi di Quint e Miss Jessel sono manifestazioni di mostri interiori, ossessioni, violenze psicologiche e, sapientemente accennate ma mai esplicitamente dichiarate, fisiche. Il Giro di Vite romanzo è gelido e terrificante, e i bambini posseduti, ammaliati, non sono i soliti mocciosi un po’ fastidiosi, ma sono inquietanti creazioni da incubo. Britten riesce, nella sua opera, a ricreare la stessa atmosfera del libro, grazie ad un’orchestra scarnificata, quasi diafana. Il senso ipnotico della musica è dato da una tecnica che si potrebbe definire senz’altro seriale, perché prevede l’esposizione e la variazione, quasi ossessiva, infernale, dello stesso tema presentato all’inizio. Bene ha fatto il Teatro Comunale di Bologna a riproporre questo titolo nell’allestimento del 1997 firmato Giorgio Marini, con le bellissime scene mobili dipinte di Edoardo Sanchi, i costumi di Elena Cicorella e le suggestive luci riprese da Daniele Naldi. Alla guida dell’orchestra da camera, Jonathan Webb, con un gesto molto pulito, ha sottolineato la tensione strisciante nella partitura, dando vita ad un’atmosfera claustrofobica. Nella compagnia di canto va sottolineata la presenza del piccolo Sebastian Davies, che interpretava Miles, purtroppo dall’intonazione precaria, ma l’età è davvero acerba e in futuro (si spera) il problema sparirà. Comunque bravo, Davies, a fare coppia con la più cresciutella Erin Hughes, una Flora evidentemente più matura ma comunque realistica e dal timbro piacevole, nonostante i suoni gravi siano da rinforzare. Molto bravo, come Prologo e come Quint, il tenore Randall Bills, ben aderente alla particolare vocalità del suo personaggio, fitta di ambigui melismi e insinuante nel declamato. Così come i bambini, anche i fantasmi agiscono in coppia, e la “spalla” del diabolico Quint è Miss Jessel, che a Bologna era interpretata da Cristina Zavalloni. Voce particolare, si sa, ma a mio avviso adatta a questa parte invero non troppo grande ma comunque dotata di una sua difficoltà, cui la Zavalloni è ben riuscita a venire a capo. Difficile, e non poco, pure la parte dell’Istitutrice, che Anne Williams-King ha risolto solo in parte senza creare un vero e proprio personaggio, ma limitandosi a cantare le note senza particolari inciampi. A chiudere l’elenco dei cantanti è Laura Cherici, Mrs Grose senza infamia e senza lode.Teatro, purtroppo, semideserto, a confermare ancora una volta che, per quanto riguarda il ‘900, l’affluenza di pubblico è inversamente proporzionale alla qualità della musica.

Michele Donati

Redazione

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