Dietro il Paesaggio. Cammino attraverso i versi di Andrea Zanzotto.

Andrea Zanzotto (10 ottobre 1921 – 18 ottobre 2011) è stato uno dei più grandi poeti della seconda metà del Novecento. La sua Poesia è difficilmente definibile, perché va a delineare un percorso espressivo perennemente in fieri, che, nemmeno alla fine della sua vita, trova un sospiro conclusivo. Questo, probabilmente, è strettamente legato al fatto che la sua formazione culturale fu assai vasta e spaziò dai classici antichi (Virgilio e Orazio in primis) ai pilastri della letteratura italiana (Dante Alighieri e Francesco Petrarca), ai francesi, e infine ai poeti del primo Novecento. Fu spesso classificato come “continuatore” ed “erede” della poesia ermetica-ungarettiana, ma la sua poesia presenta anche tratti di surrealismo e lirismo elegiaco molto forti, che rendono riduttivo qualsiasi tentativo di incanalare questa produzione all’interno di una specifica corrente.

C’è, però, un punto focale all’interno della sua poetica: il paesaggio ed il rapporto con la realtà. Zanzotto guarda sgomento all’evolversi della società del secondo dopoguerra. In un continuo confronto con la modernità galoppante, egli sente sempre più stringente l’esigenza di chiudersi nel suo bosco e in esso ritrovare l’autenticità del rapporto tra uomo e natura e tra uomo e linguaggio. Per poter esplorare a fondo i suoi versi si dovrebbe, per un attimo, dimenticare che la realtà ha netti contorni, squadrati e definiti con righelli e pennarelli a punta grossa nera, e lasciarli sfumare, per entrare nei segreti sentieri di una mente che la razionalità potrebbe definire complessa e spezzata, come le frasi e le immagini con cui si esprime, ma il sogno di un bambino riuscirebbe perfettamente a comprendere e risistemare, affermandone la semplicità e, per assurdo, linearità.

«…maiuscoli pavoni delle siepi,
aiole come mazzi improvvisati.
Laghi dallo stupore di goccia:
ogni albero ha dietro di sè
l’ombra sua bene abbigliata,
paradisi di crisantemi
si addensano in climi azzurri».

Declivio su Lorna 

«Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio
qui volgere le spalle».

Ormai

Spalle. Le aveva volte a noi, alla realtà. Si era alzato una mattina ed era partito: un fagotto, con una pagnotta e null’altro. Ricerca: con questo voleva spiegare il suo perché. Aveva accennato a frasi che erano quasi pennellate e creavano vacue immagini nell’aria, che nella sua mente spiegavano tutto, nella mia erano null’altro che elenchi di virgole senza alcuna connessione. Ricerca nell’essenza. Alla fine l’abbiamo trovato: le spalle rivolte al Presente; il viso alla Natura ciclica e primordiale che andava inseguendo, nel boschetto vicino a casa. Diceva che lì ogni segreto veniva svelato. Parlava con soffi di vento, diceva di sentire la musica tra le fronde degli alberi. Una metamorfosi di carne in arborei manti, di terra in parole umane. Zanzotto arriva ad affermare, nella sua poesia, che c’è un’analogia intuitiva tra Essere, Uomo e Paesaggio. Questo perché il paesaggio rappresenta la prima fonte di significante: come una calamita attrae a sé l’Essere e lo porta a fondersi nuovamente in ciò che era, ma, poiché nel mondo contemporaneo la fusione può essere solo virtuale, questa attrazione si traduce in linguaggio, in voce, che, prima ancora di cercare il senso, vive del significante, di ciò che è suono di per sé. Ritorna così a crearsi il legame primordiale tra uomo, animale, e la terra, Madre.

«Madre, donde il mio dirti,
perché mi taci come il verde altissimo
il ricchissimo nihil,
che incombe ed esalta, dove
beatificanti fiori e venti gelidi
s’aprono dopo il terrore-e tu, azzurro,
a me stesso, allo specchio che evolve
nel domani, ancora mi conformi?
ma donde, da quali tue viscere
il gorgoglio fosco dei fiumi,
da quale ossessione quelle erbe
che da secoli
a me imponi?
Amore a te, voce a te, o disciolto come nevi silenzio, come raggi
rasi dal nulla: sorgo, e questo gemito
che stringe, questo fiore che irrora
di rosso i prati e le labbra, questa porta
che senza moto si disintrega
in canicole acque…».

Da un’altezza nuova

«Non disertai da questo
esistere ove la terra
tocca e beve la mente…»
Impossibilità della parola 

MenteVedere con la Mente. Vedere al di là del tempo e dello spazio, della storia e della fisica. Vedere nel paesaggio oltre le forme artificiali, fino al profondo cuore della primitiva essenza. Udire con la Mente, udire un linguaggio che diventa suono, diventa semplice fonetica, musicali sillabe concatenate nell’armonia degli elementi.
Nino era in cima alla collina. Quella stessa collina sulla quale i suoi occhi, per la prima volta, si erano posati con meraviglia e stupore per la naturale spontaneità. Era cresciuto ascoltando la musica del vento tra le fronde, cercando di impararne le fiabe nascoste. Nel piccolo paesino, come presepio, gli artigiani si riunivano la sera attorno al focolare, nelle loro case di mattoni cotti al sole, e cantavano ninne nanne in dialetto, assieme a racconti d’oltremare, d’oltretempo. Un giorno, arrivando in cima alla collina, trovò una spianata: cemento. Gli sembrò di udire un grido di dolore. Giorno dopo giorno il mostro crebbe e iniziarono a costruire strade, passare automobili. Un agriturismo. E i vecchi del presepio continuavano a parlare dei tempi andati, cristallizzati nella loro forma antica, con il loro antico parlare, mentre… «where is the hill?». Un inglese, turista in vacanza, che passava.  Stava in piedi su una collina vampirizzata, e scavava. Al di là del cemento scavava e ritrovava il terreno della sua giovinezza. Ritrovava racconti e miti passati. Quelle parole, “globalizzate”, si spegnevano e perdevano il loro significato. Si guardò le mani, i calli del tempo erano spariti. Continuò a scavare, la curiosità che lo legava a quel luogo guidava la vanga. Trovò strati di storia, gente che lo guardava e raccontava con cantilene sempre più dolci e musicali, che lui non conosceva, ma ascoltava rapito e sentiva appartenergli. I vestiti gli erano sempre più larghi addosso. Scavò nelle epoche ed, infine, arrivò al fondo. Ora la vanga non riusciva più a stargli nella mano, ora era un nocciolo di pesca il fondo dell’imbuto. Con stupore si ritrovò bambino ed era solo grido, pianto e riso. Infine luce, poi radici, profonde radici dell’albero della Storia, del Linguaggio. E nelle radici c’era il suo cuore pulsante ed una voce che cantava.

«L’era ‘n dì de jenaro, de solesel,
no parèa gnanca fret-tu era ti
che tu tasèa par mai pi
ma co n’ taser lidier ‘fa rosada
che se imbròsa inte ‘l fondi de la strada
‘ndove che tut se fa blu…»
Co l’è mort la Toti

Ma dov’è ora il paltan? Il fango, quello del brodo primordiale da cui veniamo anche noi, inquinato e ridotto a sintomo di decadimento. Nell’attuale periodo di iper-cementificazione e distruzione del nostro habitat, l’uomo sta andando via via recidendo il contatto col suo vero paesaggio, quello del bambino che giocando si sporca le mani di terra. Se copri di cemento il paesaggio, blocchi l’impulso iniziale, e con esso la prima istanza della lingua. Ed ecco che il dialetto è sempre più sentito come il fango, come la macchia da cancellare, che inzozza il vetro scintillante del progresso, della lingua globalizzata e spersonalizzata.

Tutti ti dicono: «scappa, vattene dal paesino, abbandona le tue montagne, che qui non potrai vivere. La metropoli delirante di vita ti aspetta, questo è un paese per vecchi. Ritornerai quando ti saranno caduti i denti, un attimo prima di ardere nel fuoco».

«fuoco inseppellibile-inestinguibile
eppur già in qualche modo, morto
fuoco fistola frigida fall-out…»
Sul fuoco

«Morte delle morti
scheletri rimasti delle stesse fiamme
paralizzate
di cui siete l’imprevedibile
filiazione
forte spunta a città di malora
città perduta,
tanto morte da essere impegnata
a farsi fantasma di se stessa,
che stridi muta
tuoi gerghi anche
nell’annientamento protervi
di chimici  spettri
mal protesi nervi».
Fu Marghera

Costanza Motta

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