Più lenti, profondi, soavi: ecologia del limite e modernità filosofica

Sulla copertina del Novum Organon (1620) di Francesco Bacone, una delle opere che inaugurarono la modernità filosofica occidentale, sono rappresentate le Colonne d’Ercole, oltre le quali due navi a vele spiegate si avventurano in mare aperto. L’immagine riporta come un commento il motto latino: multi pertransibunt et augebitur scientia, ossia, tradotto, «varcare i limiti trascende ciò che è  noto e accresce il sapere».

limite

Bacone non è una testimonianza isolata: l’idea di un limite da superare, un confine da oltrepassare rappresenta la cifra di un’epoca che ha visto storicamente sfondare tutte le barriere imposte dal passato. I viaggi di Cristoforo Colombo solcano gli oceani, rendono la Terra nella sua interezza a portata d’uomo, trascritta sulle mappe; il cannocchiale di Galileo Galilei permette di vedere ciò che l’occhio non può raggiungere; la riflessione di Giordano Bruno, che per questo bruciò sul rogo, distrugge attraverso il sillogismo (e la magia) l’idea stessa di limite, aprendo l’universo e i mondi in esso presenti ad una dimensione sino ad allora sconosciuta, quella dell’infinità; Pico della Mirandola fa dell’uomo l’immagine stessa del divino: egli, come il dio greco Proteo, può darsi la forma che preferisce, essendo l’unico artefice della propria fortuna, il creatore della propria essenza.

Umanesimo e modernità

Questo grandioso pensiero umanista, che sta alla base della nostra civiltà, predicava l’idea di’ una storia fatta dall’uomo, tutta diretta verso il miglioramento ed il progresso: è il futuro la dimensione alla quale tendere, in una crescita costante che si alimenta solo di se stessa. Le grandi filosofie della storia ottocentesche ne furono le eredi dirette. Ma tale idea di umano, che aborre i vincoli e le catene, rende ragione dei fatti odierni? Che tenuta ha nell’epoca contemporanea? La crisi climatica ed ecologica ci costringe a rivedere quanto il pensiero umanista pareva averci consegnato.

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La fiducia nella storia e nelle potenzialità umane ha perso il suo grado di certezza: ora, la direzione verso la quale tutto – l’azione, i pensieri, le pratiche umane – sembra muoversi è quella del collasso, o, come dicevano Asterix ed Obelix, di un cielo pronto a caderci sulla testa. Il concetto di Antropocene, ha scritto il filosofo Bruno Latour, è la più grande sfida filosofica che l’idea di modernità abbia mai incontrato. È questo il motivo per cui l’ecologia filosofica non costituisce solo la trascrizione teorica di un’evidenza fattuale, ma il segno consegnatoci dai tempi che è necessario un cambio di paradigma. Come voleva Cartesio, ma in direzione contraria alla sua, senza una riforma dell’intelletto, l’ecologia si riduce a giardinaggio. 

Ecologia e limite

E allora perché non reintrodurre proprio quell’idea – l’idea di limite – che la modernità filosofica pareva aver distrutto? La libertà umana si fonda sui limiti, e trova in essi la propria fecondità: ogni soggetto è vincolato alla situazione – storica, sociale, corporale – in cui si radica, e la sua autonomia non è altro che il margine di gioco che costruisce a partire e sopra di essa: non negandola o distruggendola, ma nel vincolo, attraverso il vincolo, così come, insegna il Buddhismo, per imparare a suonare liberamente uno strumento è necessario seguire le regole dell’armonia. 

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Da una prospettiva più ampia, la natura rappresenta anch’essa un limite invalicabile, che retroagisce su chi vi attenta. Non esiste staccata, come pensava Cartesio, e poi Marx, dagli uomini, ma si mantiene in una reciprocità, in un allaccio indissolubile – e resisterallenta, frena la corsa in avanti che la modernità ha creduto essere la cifra della storia. C’è un margine di passività naturale iscritto nelle nostre azioni che il divenire storico non può eliminare: noi siamo un corpo, il nostro cuore segue un ritmo che non possiamo controllare, poggiamo i piedi e cresciamo, come gli alberi, radicati sulla Terra, e anche nella prospettiva oggi tanto in voga del cyborg è sempre su un fondo di naturalità che si applica l’innovazione tecnologia, senza mai poterlo esaurire del tutto. L’attuale pandemia, che ci costringe a rivedere la nostra concezione di natura, non ci dice proprio questo?

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Anche il sogno illuministico della ragione umana, capace di lumeggiare davanti a sé l’oscurità irrazionale della superstizione, si rivela essere tutto fondata sulla necessità del calcolo: misurare, riportare sottomano, rendere padroneggiabile il mondo, per dominarlo. La ragione occidentale, dicevano i Francofortesi, è una ragione strumentale che ha il fine di renderci padroni e possessori della natura. Non lo saremo: la corsa verso il progresso si scontra infine contro se stessa, trova nei suoi prodotti il limite che ora la arresta. Dovremmo sostituire, allora, all’ideale della ragione – della razionalità calcolante – quello aristotelico del ragionevole, della prudenza, capace di commisurare i suoi fini alle cose, al mondo, alla natura, e in dialogo con essi. Il ragionevole procede nella decrescita e trova nel limite la propria potenzialità, senza imporre ai fatti un modello, uno schema, un concetto. Essa lascia essere, crea spazio, senza proiettare all’esterno la propria volontà. Non è questo il punto dal quale ripartire, per pensare un nuovo paradigma ecologico? Un paradigma che si potrebbe sintetizzare, seguendo le parole di Alexander Langer, così: «più lenti invece che più veloci, più in profondità invece che più in alto, più soavi invece che più roboanti».

 


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Giovanni Fava

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