Ernst Haas e i pionieri del colore

«Non bisognerebbe mai giudicare
un fotografo dal tipo di pellicola che usa,
ma solo da come la usa
»
Ernst Haas

I nomi che si sono succeduti nel mondo della fotografia, sono innumerevoli e di complessa etichettatura. In un modo o nell’altro hanno tutti concorso al cambiamento della storia di questo strumento, grazie alla loro sensibilità e, a volte, grazie alla loro innovativa e stravolgente tecnica.

Ci sono fotografi che sono entrati nella memoria collettiva grazie ad una singola fotografia, altri si sono imposti per il loro stile inconfondibile, tanto da diventare un marchio di fabbrica, che non segue la moda, ma la detta. Altri ancora, hanno preso un soggettooggetto e l’hanno studiato per tutta la vita, concentrandosi e focalizzandoci si sopra meglio di chiunque altro. Ci sono poi quelle personalità che si staccano dal contesto, talenti così completi che assumono una forma così particolare e ricercata da diventare un’eredità. Uno spartiacque epocale cui non è più possibile prescindere, avendo superato qualunque possibile idea di stile, di tecnica e di genere.

Ernst Haas (1921-1986) in questo senso, si inserisce perfettamente nella rivoluzione di metà Novecento. Impressiona la sua trasversale completezza e il suo fascino discreto ed elegante; è stato un fotografo di proverbiale saggezza e dotato di una rara completezza tecnica.

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E’ il 1921, un anno dopo la stesura della Costituzione federale della Repubblica d’Austria, nasce, a Vienna, da famiglia ebrea, Haas, considerato uno dei pionieri dell’uso di pellicole a colori. Perseguitato e costretto a lasciare i suoi studi in medicina in pieno periodo di guerra, sarà proprio la Seconda Guerra Mondiale e il reportage sulla Vienna del Dopoguerra e sul rientro in patria dei prigionieri austriaci, a far scoprire al mondo il suo genio discreto.

Si dedica al reportage, al paesaggio, all’architettura, al ritratto, ma s’interessa anche di nature morte, sport, moda e abbraccia, nella sua carriera, inconsapevolmente, l’intero e infinito repertorio della concettualità e possibilità fotografica.

Nel 1950, appena trasferitosi in America, conosce i fondatori della Magnum, Henri Cartier-Bresson, David ChimSeymur, Robert Capa; è proprio Capa a invitare il giovane fotografo a intraprendere un viaggio a Parigi; da lì prende il passo la sua scalata verso il successo.

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Il suo sbarco in America segna definitivamente il suo cambiamento stilistico e artistico, sempre più spinto verso l’impatto dirompente; impatto amplificato dalle sue celebri intuizioni inerenti alla tecnica e al mondo della fisica. In poco tempo, diventa uno dei fotografi di punta per la rivista Life.

«Ernst Haas ha fatto del colore loggetto stesso della sua ricerca. Nessun fotografo prima di lui era mai riuscito a esprimere così magistralmente la gioia pura e fisica del vedere», ha detto John Szarkowski, conservatore del Museo di Arte Moderna di New York, che nel 1962 gli dedica la prima mostra personale mai realizzata su un’opera fotografica a colori.

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La fotografia per lui è un ponte percorribile tra arte e scienza. La fotografia apporta alla scienza ciò di cui ha bisogno: il senso artistico, ed è la prova per l’arte è che non può essere immaginata e sviluppata senza scienza. E’ proprio grazie a un fisico, il francese Gabriel Jonas Lippmann (1845-1921), che riesce a ottenere, grazie al complicatissimo metodo interferenziale, la prima fotografia a colori stabile. Lippmann è anche l’unico ricercatore nel mondo della fotografia, a cui viene conferito il Nobel per la fisica. L’artista e lo scienziato possono così trovare un denominatore comune nella loro ricerca per una visione moderna di durata, spazio e struttura.

«Noi possiamo scrivere i nuovi capitoli di una lingua visuale in cui la poesia non avrà bisogno di alcuna traduzione».

In ogni artista, c’è un poeta che estende e comunica questa sua capacità percettiva ad ogni essere umano, in quanto è in grado di vedere, sapere, sentire e credere. Essere poeti, aguzzare le antenne dell’intuito e sperimentare, come Haas faceva.

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Le sue teorie e le tecniche fotografiche che ne scaturiscono, sono in grado di muoversi tra lo spazio e il tempo, incentrandosi sul colore e sul movimento. Considerato il primo a valorizzare il colore e l’effetto mosso, legittimando artisticamente un tipo di ripresa dai contenuti espressivi fortemente emozionali, fino a quel momento sottovalutata, facendone il suo tratto distintivo. Per lui l’immagine non è statica, il movimento la rende viva e gli conferisce la giusta vocazione, fino a farne elemento fondamentale del proprio modo di esprimersi. Il colore e il movimento per lui fungono da liberazione; forte dell’odio per le regole nell’arte, non rinuncia mai alla propria libertà stilistica.

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Per fare questo, non avendo figure a cui ispirarsi, trae spunto dalla pittura espressionista, dal cinema in technicolor e dai paesaggi di Eliot Porter.

Il suo scopo non è quello di voler fermare il movimento nel momento dell’“attimo decisivo”, Haas tende semmai ad accentuarne l’effetto visivo in una data frazione di tempo, di modo che i colori, sembrino stesi col pennello. Come se le sue immagini diano il senso del fluire di un corpo, accompagnato, però, dalla potenza espressiva e creativa del colore.

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«Il colore non significa bianco e nero più colore, come il bianco e nero non è soltanto unimmagine senza colore. Ciascuno di questi mezzi richiede una diversa sensibilità nel vedere e, di conseguenza, una diversa disciplina. Non esistono teorie del colore. Penso che il colore rappresenti una sfida maggiore. Col bianco e nero esistono solo tonalità […]».

«Ho voluto liberarmi dal classico momento statico – ripeteva – per ottenere unimmagine che esprimesse anche il concetto di tempo”. Egli infatti parla di «bellezza di un movimento nel tempo e nello spazio».

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Le sue fotografie sono memorabili e intramontabili; esempio è il taglio aggressivo e personale che risulta tutt’oggi modernissimo, in quanto c’è un equilibrio di forme che si sostengono a vicenda: il piano geometrico, cromatico e luminoso rimandano al suo rigore compositivo sempre elegante e deregolato. Haas era “nato postumo”, tanto da risultare indigesto negli anni della gioventù, con il suo stile “troppo aggressivo”: oggi, invece, risuona ancora di un profondo modernismo a tratti sfrenato. Il destino dei grandi è proprio questo, guardare molto avanti nel futuro, per essere guardati, proprio dal futuro.

«Lo stile non ha formula, ma ha una chiave segreta. É la dilazione della tua personalità. La sommatoria di questa rete infinita che è il tuo sentimento, la tua conoscenza e le tue esperienze. Prendete il colore come una totalità di relazione allinterno di una cornice».

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Dopo di lui, appena una manciata di anni, Saul Leiter e Fred Herzog, iniziano a scattare a colori, rispettivamente nel 1948 e nel 1953. Dopo la sua visione di spazio e di tempo, di colore e movimento, di cromi e velocità, le immagini dei primi pionieri del colore, iniziano a distinguersi tra di loro per saturazione, tonalità, calore, accostamenti e storie raccontate. Oltre a questo, nel raccontare una storia a colori, è il colore stesso a impadronirsi della scena, dove il passo tra il fotografico e l’emozione diventa davvero labile.

Saul Leiter

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L’approccio al colore, per i tre artisti, nasce da necessità diverse; espressive o tecniche che plasmano silenziosamente la storia della fotografia; il colore intanto, riesce a restituire un’atmosfera, un clima, uno stato d’animo che prima mancavano.

Molte le analogie e le differenze che intercorrono tra questi due artisti e Ernst Haas. Il successo di quest’ultimo, è però immediato e duraturo, al contrario dei suoi successori. Successo, che viene premiato nel 1953 con l’esclusiva pubblicazione del primo servizio fotografico a colori sulla rivista Life, dove viene raccontata la magia di New York a colori tramite il lavoro. Per arrivare, invece, alla stampa di fotografie a colori su periodico bisognerà attendere ancora diversi decenni.

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Se partiamo dal presupposto che fotografare in bianco e nero risulta un’operazione difficile, il colore diventa esperienza soggettiva, in quanto legata ad una risposta fisiologica diversa, un modo personale di interpretare, una parte di ciò che coglie la  nostra vista. I nostri recettori visivi, coni e bastoncelli, sono sensibili ma in maniera differente da soggetto a soggetto, quindi ognuno vede le frequenze della luce, in maniera singolare, diversa e soggettiva. Forse risiede proprio in questa sottile soggettività, nella libertà interpretativa di ogni fotografo, la vera potenza della fotografia a colori.

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Fausta Riva
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