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summer and smoke

«Estate e Fumo» di T. Williams: Lei fa l’innocente, ma ha il diavolo in corpo!

14 minuti di lettura

Si aprono le prime pagine di Estate e Fumo e ci s’imbatte nel cielo. Tennessee Williams lo anticipa senza riserve: «Prima di tutto: il cielo». Precisa ai futuri registi la necessità di mettere in rilievo un’ampia distesa blu forte che farà da sfondo all’intero dramma. Il cielo è dappertutto, muta con il mutare dei personaggi, si modifica con lo scorrere degli anni, il variare delle stagioni. I colori si alternano correndo da campiture di «azzurro intenso come il cielo italiano nei dipinti religiosi del Rinascimento» fino a toccare i vertici cupi delle scene notturne dove le stelle, le costellazioni più familiari, faranno da padrone.

Sono Le note dell’autore per servire la rappresentazione scritte con il pugno di un regista – un vero metteur en scène – che precedono il prologo di Estate e fumo, (Summer and smoke), scritto dal drammaturgo statunitense nel 1948 e rappresentato in Italia nella stagione 1950-51 con una messa in scena di Giorgio Strelher al Piccolo Teatro di Milano.

I drammi di Tennessee Williams si leggono come un romanzo, un lungo poema in versi. Le didascalie accompagnano la narrazione, subentrano anticipando l’azione, si inframmezzano tra un dialogo e l’altro, non smettono di stupire per la loro presenza-assenza: è la parola pensata che incombe su quella parlata.

Estate e Fumo
Alma – Lilla Brignone

«Estate e Fumo» la trama

Il prologo di «Estate e Fumo» accade proprio «un’estate»: Alma è una bambina di dieci anni – «diversa dagli altri bambini» –  seduta vicino a una fontana dove è situata la statua di un angelo. Giovanni la coglie di soppiatto, hanno più o meno la stessa età, e scocca la fionda mentre lei è chinata per bere. Il loro rapporto si presenta allo spettatore attraverso schermaglie infantili, stoccate più o meno violente che indicano già le personalità dei due protagonisti.

Alma è timida, introversa: è la figlia del Pastore di Glorious Hill piccolo villaggio nel cuore del Mississippi. Siamo agli inizi del secolo. Giovanni Buchanan è invece figlio del medico, personalità rispettata e amatissima da tutti gli abitanti del paese. Abitano uno dinnanzi all’altro. Si scoprirà con il tempo che lei lo sbircia dalla finestra, lo segue con lo sguardo mentre lui, con il suo maglione rosso, corre per il cortile che separa i due palazzi, si getta nella vita, mordendola, facendola cosa sua. Nel prologo, in quel primo incontro, Alma spiegherà di sé: «Io mi chiamo Alma; e sai che vuol dire in spagnolo Alma? Anima». Giovanni comprende bene che la vicina di casa sarà destinata a una vita pia e misericordiosa, priva di svaghi e colpi di testa. Per questo – sentendola così distante da sé – la disprezza: «Ehi figlia del parroco! (…) Sempre a spiarmi! Non posso voltarmi senza sentirmi appicciati addosso quegli occhi da gatta!».

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Non c’è feeling tra i due, i caratteri li distanziano, i loro mondi sono troppo diversi. Eppure Alma cerca un contatto. Già da subito si lancia in una missione ardua – forse disperata proprio perché vana – la stessa che caratterizzerà il loro difficile rapporto nel corso degli anni: azzarda una conversione. Non in senso religioso del termine, quanto piuttosto di orientamento etico. Il figlio del medico è un mascalzone, un attaccabrighe, un superficiale. Anche crescendo, terminati gli studi, sembra non aver perso la flemma dell’età giovane. Se ne sta nello studio nel padre, frequenta donne poco raccomandabili, bacia e abbandona con la stessa facilità con cui firma una ricetta medica. È lunatico, inafferrabile e contro le maniere di Alma, i suoi buoni proposito da ragazza per bene, non smetterà di ribadire che l’unica cosa che conta nel mondo è là, appesa al muro: un disegno dell’anatomia umana. Il corpo rappresentato nelle sue viscere, i liquami, i punti molli e oscuri, le bassezze.

Ma Alma no, non ci crede. È cresciuta con la convinzione che gli uomini non possano essere contenuti in una mappa tracciata a matita, che il mondo non sia nascosto in fialette da laboratorio. Ci sono altri confini invisibili, le anime per esempio, le sensibilità, i sentimenti: quelli nessuno può analizzarli al microscopio. Se ne stanno seppelliti da qualche parte, al sicuro da facili interpretazioni, vivono nascosti e protetti. Pronti, però, a sgorgare con impeto non appena se ne presenti l’occasione.

Estate e Fumo
Alma, Giovanni e l’anatomia umana – Lilla Brignone e Gianni Santuccio

In quel primo incontro Alma fa «leggere con le dita» a Giovanni l’incisione che è gravata ai piedi dell’angelo sulla fontana.

Alma: «Sai come si chiama l’angelo?»
Giovanni: «Ha un nome?»
Alma: «Bisogna leggerlo con le dita. Io ho provato e mi ha dato i brividi».

L’angelo si chiama Eternità. Per Giovanni è una parola vuota, senza significato, ridicola. Solo Alma-Anima può perdersi in queste stupidaggini, proprio lei che è la figlia del reverendo Winemiller; lei che ha una madre mezza scema, una pazza che nella sua follia infantile (chiede sempre gelati e robe dolci, ripete gli ultimi scampoli di frase giusto per innervosire l’interlocutore, ruba cappelli piumati come fossero caramelle) verrà accudita pazientemente – «pietosamente» – proprio da Alma, ch’eppure la detesta. L’eternità, parola vuota per Giovanni, scarno lemma religioso è – attraverso gli occhi di lei – un’entità astratta e viva. È ciò «che esisterà ancora quando la vita e la morte e il tempo e il mondo non esisteranno più».

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Alma e Giovanni

Lo si capisce fin da principio che Alma è destinata alla sconfitta. Che lo amerà, il suo Giovanni, divenuto poi con il passare del tempo un medico brillante seppur dissoluto, troppo incline alle bevute, alle donne, al sesso come scoperta del mondo, consumazione della vita. E Alma, insegnante di musica, intenta a intrecciare merletti, preoccupata per le sue crisi di nervi, lo incontrerà ancora. Una nuova volta alla fontana, poi durante un fantomatico giro in macchina fino al Casino di Moon Lake. E forse sarebbe anche potuto accadere qualcosa: Giovanni le suggerisce che «ci sono camere al primo piano del Casino» ma Alma non vuole così, non dopo una sbronza, non in uno squallido ritrovo per ubriaconi e sbandati, scommettitori e contrabbandieri. Poiché non esiste solo il corpo: ci sono quelli che «possono offrire anche il cuore». Ma i tempi non sono maturi.

Giovanni è in cerca di se stesso, non si trova, è disperato, perduto, eppure allegrotto, almeno in apparenza. Avrà una relazione con Rosa Gonzales, spagnola, figlia di una prostituta, che si innamora di lui perché «sei alto! Hai un buon odore! Nei momenti di passione non grufoli come un maiale». Rosa lo vuole perché Giovanni è ammodo, con una posizione – pazzo forse, dissennato, eppur sempre un medico – ma lei lo sa che la storia non durerà, che i sogni si spezzano in fretta nel cocente Sud, che lei, volente o nolente, finirà con qualche «mulatto» amico di suo padre.

Estate e fumo
Alma e la madre – Lilla Brignone e Gina Graziosi

Non è mai il tempo per Alma e Giovanni, nemmeno quando lei tenta un avvicinamento, quando gli confessa, allo stremo delle forze, di avergli voluto bene, «da morire quasi» almeno quanto lui le ha «fatto del male». Alma trova la forza di confessare le paure, le angosce di tutta una vita: se ne è stata zitta a soffrire, ad amare pazzamente, a dare lezioni di canto badando a quella scemunita della madre. Ha sbirciato in segreto, desiderato in segreto (Giovanni lo sapeva: c’era del fuoco – fuoco vero! –  che bruciava sotto la patina di donnina ammodo, più fuoco in Alma che in tutte le donne che avrebbe mai conosciuto). E quando lei è pronta per il passo, quando tutte le eternità di questa terra, i fazzoletti ricamati, le preghiere della domenica sono stati riposti in un armadio per lasciare posto a camicette dai bottoni di madreperla da slacciare e lasciar cadere sul pavimento, Giovanni non può più. Un’altra gli è destinata: Lella è la sua promessa sposa.

È lui, ora, che ha messo la testa a posto, che pensa all’anima prima che al corpo. Eppure c’è, negli occhi dell’uomo, ancora un po’ di desiderio, ancora del sentimento per Alma, la sua Alma, la bambina che lo guardava dalla finestra, il bersaglio degli scherzi, il suo primo bacio – per gioco, per presa in giro – accanto alla fontana con l’angelo che si chiama Eternità.

Il fuoco violento

Alma è fuori di sé: il coraggio l’ha trovato. Giovanni è suo – deve essere suo – non ha più nulla da perdere e perciò confessa:

Alma: «Ho detto di no una volta. (…) Ma adesso ho cambiato idea, o meglio la ragazza che ha detto di no non esiste più, è morta l’estate scorsa, soffocata dal fumo di quello che le ardeva dentro».

Estate e fumo
Alma, Rosa e Giovanni -Lilla Brignone, Marina Dolfin, Gianni Santuccio

C’era dunque del fuoco (fuoco violento!) in Alma. E una nuova vita, un’altra possibilità, dovrebbe esserle concessa. A lei e a tutte le Alme di questa terra: le nostre vicine di casa, le donne spaventate e timorose, quelle soffocate dai dettami di piccoli paesi bigotti dove la gente mormora, la calura estiva addormenta, gli inverni arrivano rapidi portandosi appresso un buio enigmatico e cattivo. Ci dovrebbe essere una possibilità di redenzione, di cambiamento, che valga quanto il coraggio di ammettere a se stessi le proprie debolezze, i propri errori. Lasciar cadere alle spalle le vecchie paure, le dinamiche che ci hanno condizionato, impedito, ucciso slanci, movimenti, coraggio e perché no, anche vita.

Lo dice Alma: «la vecchia me non vive più». Se ne è andata lasciandole in pegno un anello affinché il proprio passato, le angosce verso quella vita tanto sognata e così imprendibile, non le siano state vane: «Ricordati, io sono morta a mani vuote. Fa’ che le tue mani stringano qualcosa».

di Ilaria Moretti

Photos: © Marchitelli – Piccolo Teatro di Milano. Estate e fumo, regia di Giorgio Strehler, stagione 1950-51.

 

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