Tra fate e briganti: le due facce della foresta medievale

Le foreste hanno sempre avuto uno spazio particolare nelle culture umane, e sono tra i pochi elementi dell’immaginario medievale arrivati quasi inalterati fino a noi, complici anche opere letterarie e cinematografiche che hanno saputo trasmettere particolari atmosfere. È un’ambientazione dalla natura ambigua e misteriosa: se da una parte ci evoca pericoli ignoti, bestie feroci e malviventi, nel frattempo ospita eroi e opportunità nascoste, altrettanto celati al mondo esterno da una coltre di vegetazione. Quale ruolo aveva la foresta per i nostri antenati del Medioevo? Come poteva essere insieme la selva oscura dantesca e il contorno di un locus amoenus petrarchesco?

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Gli studi condotti soprattutto tramite residui di pollini parlano di un grande cambiamento in quel millennio della nostra storia, durante il quale le foreste europee vennero manipolate e alterate radicalmente dall’azione umana. Nei primi secoli di Medioevo andò sempre più affievolendosi l’immagine classica della foresta come un luogo contrapposto alla civiltà: lo stesso termine foresta nacque intorno al VII secolo nel regno franco per indicare gli spazi boschivi di cui i re erano proprietari. Questo accadde perché, con il dissolversi dell’Impero romano d’Occidente, i centri abitati di ogni dimensione avevano avuto un bisogno sempre più impellente di ciò che la foresta forniva: dal sostentamento alimentare di persone e animali alla reperibilità di materiale da costruzione, tutti si accorsero di quanto fosse prezioso questo ambiente in un mondo che aveva perso le vie di comunicazione dell’età precedente.

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In tale contesto dobbiamo considerare l’influsso della cultura germanica e celtica in generale, per le quali il bosco aveva da secoli un’importanza fondamentale anche dal punto di vista religioso. Nelle legislazioni dei regni romano-barbarici – sintesi di culture che avevano vissuto gli spazi boschivi in modi radicalmente differenti – troviamo spesso forme di tutela delle foreste e di gestione di questi ambienti, con particolare attenzione per il pascolo degli animali. La caccia al cinghiale e ad altri animali profondamente simbolici nel folto della vegetazione divenne presto l’attività nobiliare per eccellenza.  

Accanto ai grandi possidenti, anche le piccole comunità fecero sentire la propria voce con intensità sempre maggiore, per ottenere o mantenere diritti di utilizzo delle risorse. Dalla complessità legislativa sorse ad esempio la differenziazione tuttora esistente anche nella lingua italiana tra la foresta, generalmente di dimensioni molto più ampie e lasciata incolta, e la silva – poi diventata il bosco –, più piccola e in cui il ciclo di vita degli alberi e le coltivazioni erano controllati dagli uomini.

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Possiamo comunque immaginare quanto fosse difficile assicurarsi una sorveglianza costante su cosa accadesse nelle enormi foreste di querce e faggi – in alcune aree quasi incontaminate – che ricoprivano gran parte del continente, su chi vi entrasse e ne uscisse, a prescindere dall’effettivo proprietario dell’area. Ciò, insieme a tutti elementi vivi nell’inconscio collettivo europeo – l’aura della foresta come di un luogo incivile ereditata dal mondo romano, contrapposta alla sua importanza per le risorse preziose e alla valenza positiva per il mondo germanico – formò un miscuglio fertilissimo affinché il folto della vegetazione e le creature più o meno immaginarie che lo popolavano acquisissero una natura multiforme e affascinante, sul confine tra morale e vizio, tra cristianesimo e paganesimo, tra la legge e la sua trasgressione.

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Pensiamo all’eroe della foresta per eccellenza: Robin Hood. Elaborato a partire dalla metà del Trecento, reale o fittizio che fosse l’ispiratore del personaggio, egli si muove al di fuori della legge pur difendendo l’ideale cavalleresco della difesa degli ultimi; un cavaliere anomalo, che usa l’arco al posto della spada. La foresta di Sherwood difende lui e la sua banda dagli abusi del potere ufficiale. I briganti in generale sono tra le figure che colleghiamo più istintivamente al bosco medievale, e per cui talvolta ci capita anche di simpatizzare.

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Tra gli alberi della foresta nel Medioevo vivono anche creature magiche, espressione di una cultura popolare risalente di secoli che nella foresta trovava un suo spazio di affermazione alternativo alla religione. La profonda connessione del mondo celtico con la natura giocò qui un ruolo fondamentale, in tutte le sue sfumature e mescolanze con ninfe e satiri di eredità classica: evidentemente il cristianesimo, nonostante la pervasività dell’azione missionaria, non era riuscito a ripulire la foresta da tutte le sue presenze – diaboliche perché nascoste e capaci di azioni straordinarie, una prerogativa che sarebbe dovuta spettare solo ai santi. Proprio nel Medioevo si codificarono racconti e tradizioni su streghe, maghi e sul petit peuple – termine che riunisce tutte le piccole creature che popolano le foreste, come fate, elfi e gnomi.

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A farla da padrone nel campo dell’immaginario della foresta magica nel Medioevo sono i personaggi del Ciclo bretone e affini. Ispirato dalle tradizioni gallesi a metà del XII secolo, l’incantatore Merlino è concepito da una mortale e da un demone-incubo, che gli attribuisce i suoi poteri profetici: l’unione tra la purezza divina e il diabolico. Secondo gran parte delle leggende su di lui, era stato Merlino a trasportare e collocare i dolmen e i menhir che nel mondo celtico si trovano nelle radure o al limitare delle foreste, elemento che racchiude i legami con il paganesimo e ci permette di accostarlo a un druido più che a un mago di corte.

Proprio a Brocéliande, una foresta della Bretagna, terra costellata di strutture megalitiche, avvengono alcuni degli elementi-chiave delle leggende arturiane. È qui che Viviana, la Dama del Lago consegna la spada ad Artù (secondo alcune versioni a riceverla è Merlino, che la colloca poi nella famosa roccia) e vive la sua storia d’amore con Merlino, che verrà poi intrappolato in un albero o sepolto addormentato in una radura, a seconda della versione della leggenda. Viviana costruirà poi il suo castello incantato al sicuro nella foresta, dove crescerà e addestrerà Lancillotto. Anche la maga Morgana, intimamente legata alla cultura celtica e sorellastra di Artù, vive in una valle nella stessa foresta, in cui esercita la sua capacità di passare dal nostro mondo terreno ad altri piani della realtà. Sempre nei boschi bretoni avvengono numerose avventure dei cavalieri della tavola rotonda, e gli enti del turismo locali hanno saputo approfittarne preservando e tutelando l’aura di certi luoghi.

Ciò che accomuna tutti questi personaggi (certi temi ricorrono regolarmente in moltissime fiabe) sono comportamenti quasi sempre in bilico tra il virtuoso e il vizioso, mosse inaspettate, tradimenti alternati ad atti di amore travolgente per il prossimo e per il bene comune: atteggiamenti che più o meno celatamente appartengono ad ogni essere umano. Forse la foresta continua ad attrarre anche per questo, per la sua capacità di rappresentare il nostro inconscio personale e collettivo, nascondendo qualcosa che potrebbe spaventarci ma fa parte di noi e della nostra eredità, e perciò ci affascina terribilmente.

Per saperne di più:

Robert Delort, La vita quotidiana nel Medioevo, Laterza, 1989.
Riccardo Rao, I paesaggi dell’Italia medievale, Carocci, 2015.
Vito Fumagalli, Quando il cielo s’oscura, il Mulino, 1987.

 


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Daniele Rizzi

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