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Fukushima 4 anni dopo:
una fotografia statica

10 minuti di lettura

«L’uomo ha inventato la bomba atomica, ma nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi […]».

Albert Einstein

Einstein sapeva che la potenza della sua scoperta non si sarebbe limitata al mondo della fisica, ma avrebbe interessato tutto il mondo: animale, vegetale, umano e non umano. Nel 1905 fu il primo scienziato a comprendere la possibilità di ricavare energia dal nucleo dell’atomo; lo scienziato del «tutto è relativo» allo stesso tempo intese dimostrare che esiste un qualcosa di assoluto. L’esattezza della sua formula forse, lo faceva sentire in qualche modo responsabile.

Cento anni dopo quella scoperta, a Fukushima il paesaggio è diventato una fotografia, immobile e fissata all’11 marzo 2011. Ci sono i 9.0 gradi della scala Richter toccati, c’è il peggiore terremoto mai vissuto dal popolo giapponese, c’è l’onda imponente del suo tsunami, ci sono le 15 mila vittime accertate, i 5 mila dispersi. C’è l’immagine nitida, le istantanee delle esplosioni, le colonne di fumo che si alzano solenni dai quattro reattori della centrale nucleare di Fukushima-Daiichi. Tutto congelato, ciò che è rimasto è un mondo statico.

© Arkadiusz Podniesinski
© Arkadiusz Podniesinski

«L’energia nucleare è l’energia per un futuro brillante» recita il cartello all’ingresso di una delle tre cittadine più colpite.

Sono passati esattamente 4 anni, le rondini giapponesi sono volate a nidificare altrove, intorno alla centrale la vita sembra essere sospesa, tra un tentativo di pulizia e l’altro, alla fuga di quel giorno. Una fuga e una storia che il fotografo polacco Arkadiusz Podniesinski ha deciso di raccontare, tramandare e forse tentare di capire. Podniesinski ha intrapreso una strada narrativa tutt’altro che facile, così dopo aver documentato il terribile orrore di Chernobyl si è spinto fino all’arcipelago giapponese. La sua è una vocazione, più che un lavoro di documentarismo, una inclinazione alla divulgazione, che arriva fino ad arrendersi alla realtà delle immagini.

© Arkadiusz Podniesinski
© Arkadiusz Podniesinski

La scala enorme in cui si inseriscono i lavori di decontaminazioni, ammirevoli per forza lavoro e per la velocità con ritmi altissimi. Ventimila lavoratori che cercano di ripulire ogni singolo pezzetto di terreno: rimuovendo la parte superiore, quella maggiormente contaminata, accatastandola nei sacchi neri. Quello che il fotografo e il mondo si trovano davanti è una discarica infinita, che a ritmi velocissimi sta diventando una parte fondamentale del paesaggio di Fukushima, un suo segno di riconoscimento.

© Arkadiusz Podniesinski
© Arkadiusz Podniesinski

Molte altre zone non possono essere decontaminate a causa dei fitti boschi o perché troppo montagnose. Il timore è ragionevole: ogni pioggia, come è successo almeno due volte a Chernobyl, porta gli isotopi radioattivi al di fuori delle aree forestali montane fino alle vicine città. Data la situazione, la voglia di tornare a vivere quest’area scema sempre più: la mancanza di lavoro, di infrastrutture, delle cure mediche sono un deterrente efficaci anche per i residenti più ottimisti. Intanto, le città intorno alla centrale, rassomigliano sempre più alla scene fisse di uno dei film apocalittici tanto in voga negli ultimi anni, benché sia tutto così reale. Proprio come in un film, è una scena distante dalla nostra realtà a rendere tutto più rassicurante. È la distanza a renderci non responsabili. 

© Arkadiusz Podniesinski
© Arkadiusz Podniesinski

Muoversi – rigorosamente con permessi speciali – tra le strade di Namie e Futaba, le due cittadine più colpite, entrambe nella zona proibita, rende evidente quanto le memorie dei residenti siano rimaste ferme, come solidificazione di un incubo che perdura da quattro anni. Così dalla strada, poi tra le mura delle case, la dimensione umana della tragedia emerge sotto una luce intima e pacata: la sirena dell’evacuazione ha lasciato apparecchi elettronici, strumenti musicali, soldi, alimenti, libri, giocattoli come in un fermo immagine invaso dalle ragnatele, tra natura e artificio. Rimane un inganno di umanità tra gli orologi fermi, fiori finti e illuminazioni ancora funzionanti.

© Arkadiusz Podniesinski
© Arkadiusz Podniesinski

Tra tutta la densità di questo vuoto Podniesinski incontra anche dei segni di vita: Naoto Matsumura è un contadino resiliente che è tornato illegalmente nella zona rossa. Lo ha fatto per prendersi cura degli animali abbandonati, non poteva sopportare di vedere mandrie di bovini che vagano senza meta per le strade vuote quando i loro proprietari erano fuggiti per le radiazioni. Così trova anche il modo di raccontare di come gli animali siano stati uccisi e utilizzati per il riciclaggio da parte delle autorità.

Anche alla fattoria di Masami Yoshizawa la decisione di rimanere dopo il disastro è legata a una vicenda tanto singolare quanto preoccupante: nel suo ranch le mucche iniziarono da subito a manifestare misteriose macchie bianche sulla pelle.

© Arkadiusz Podniesinski
© Arkadiusz Podniesinski

Da subito Yoshizawa collega le macchie all’erba contaminata ma per ora, a parte il sostegno finanziario e test regolari del sangue sulle mucche, nessuno è disposto a finanziare le ricerche adeguate per questo caso, nonostante tutte le proposte e richieste al parlamento giapponese.

© Arkadiusz Podniesinski
© Arkadiusz Podniesinski

In prossimità della costa, gli effetti si uniscono a quelli dell’onda anomala e del terremoto, le città in questa zone sono fuori da ogni programma di compensazione o decontaminazione a causa delle radiazioni troppo alte. File di macchine abbandonate a se stesse somigliano sempre meno a veicoli, avvolte dalle piante sembrano quasi trovare ossigeno creando un paesaggio surreale.

© Arkadiusz Podniesinski
© Arkadiusz Podniesinski

Mitsuru e Kikuyo Tani – di età compresa tra i 71 e 74 anni – vivevano a Futaba. Tornano spesso nella loro abitazione, per poche ore e per un massimo di una volta al mese. Prendono questa possibilità per mantenere la casa in buono stato, sistemano il tetto, le finestre danneggiate dal vento o dagli animali selvatici. La loro non è una presenza legata ad una speranza, assomiglia più a una forte nostalgia che li tiene ancora uniti a quel luogo diventato invivibile.

© Arkadiusz Podniesinski
© Arkadiusz Podniesinski

«Il motivo per cui sono venuto a Fukushima come fotografo e regista, era soprattutto mettere insieme una storia usando le immagini. Ero convinto che vedere gli effetti del disastro con i miei occhi avrebbe significato valutare gli effetti del fallimento di una centrale elettrica e capire l’entità della tragedia, in particolare la tragedia dei residenti evacuati, la sua dimensione umana. Ora il mio obiettivo è solo uno, vorrei solo trasmettere le informazioni ottenute a un pubblico più vasto possibile, libero dall’influenza di qualsiasi evento mediatico, propaganda governativa, o di lobbisti pro-nucleare che stanno cercando di minimizzare gli effetti del disastro».

Il nucleare pone da sempre all’umanità drammatici interrogativi, un errore fatale porta via qualsiasi possibilità di risposta e anche qualsivoglia domanda. Sembra non esserci spazio per i sogni in un luogo così. Einstein, con il suo impegno contro le armi nucleari, che sembrava invocare il verso dantesco «considerate la vostra semenza», scriveva: «ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se sarete capaci di farlo vi è aperta la via di un nuovo Paradiso, altrimenti è davanti a voi il rischio della morte universale». Così terminava il “testamento” di uno dei più grandi geni dell’umanità.

Fausta Riva

Fausta Riva nasce in Brianza nel 1990.
Geografa di formazione(Geography L-6) poi specializzata in fotografia al cfp Bauer.
Oggi collabora con agenzie fotografiche e lavora come freelance nel mondo della comunicazione visiva.
Fausta Riva nasce sognatrice, esploratrice dell’ordinario. Ama le poesie, ama perdersi e lasciarsi ispirare.

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