Il gioco della solitudine: «Malagrazia» al Teatro della Contraddizione

Il paradosso della solitudine

Quando si nasce, non si è mai soli. La nascita sembra rappresentare l’unica certezza di compagnia, non si può nascere da soli. La solitudine viene purtroppo sublimata a stato mentale, dimenticando quanto sia una condizione fisica: è uno spazio entro cui ci si trova. Il momento del parto è libero dall’incombenza della solitudine, pare che non sia nella nostra natura, non ci appartiene stare da soli perché non nasciamo così. Forse tante riflessioni sulla solitudine sono dovute all’estraneità che la caratterizza rispetto la natura umana. Ci si abitua alla solitudine, a circoscriversi nel perimetro del proprio ego. Tuttavia è difficile stare veramente da soli, vivere la propria solitudine: quando si è soli, si è comunque soli con se stessi.

Frammentarsi nell’Altro

Cosa significa solitudine? Forse nascondersi dietro un’etichetta che preserva una pretesa di integrità, capacità di solidità, evitare l’altro per fuggire la frammentarietà dispersiva dell’incontro, rischio sempre possibile di scontro e forse di rottura. Nella nostra natura la solitudine vive il paradosso di un sopraggiungere graduale e crescente destinato a intensificarsi con il passare degli anni, sino alla morte, sempre propria, anche quando compianta, sempre e solo finire dell’io che muore per l’io che muore. Si può vivere davvero la solitudine, così avulsa rispetto alla vita, piuttosto appartenente alla morte?

Solo i pensieri, soli con i pensieri

Ci si convince che sia possibile stare da soli, ma la solitudine fisica non sopraggiunge mai, perché nello spazio fisico ed immenso c’è sempre un pensiero che si prolifera e si perpetua di continuo. L’avvertimento della solitudine non è altro che il sopraggiungere silenzioso dell’avvicinarsi dei pensieri. la solitudine si costruisce lentamente, è la plurivocità di idee , che agguantano per porre al centro del perimetro della riflessione.

Molta solitudine, i molti della solitudine

La solitudine diviene molteplicità di punti di vista, perché l’Altro è pienamente reale quando è conosciuto, mediato dal pensiero, quando ci si sofferma su di lui con l’intelletto più che con la fugacità dello sguardo. La solitudine è il riflesso dell’Altro nel gioco del pensiero: così Malagrazia di Phoebe Zeitgeist racconta al Teatro della Contraddizione, in scena dall’8 all’11 novembre. La storia della solitudine ne è testimonianza di estraneità dall’umano: dalla drammaturgia di Michelangelo Zeno, per ideazione  e regia di Giuseppe Isgrò, essere solo è stare da soli.

L’equivocità di sé stessi

L’uno diviene duplice nella quadratura perfetta del racconto di due gemelli rimasti orfani che tentano di ricostruire il proprio passato, bloccati solo nel presente. Edoardo Barbone e Daniele Fedeli sono fratelli di sé stessi, che vivono la consanguineità come vincolo vitale. Il doppio è presagio inquietante perché ossimorico: ognuno è solo con sé stesso, che è l’altro e i suoi pensieri. Il gioco scenico è intrapreso con ritmo incalzante per il raggiungimento istantaneo di un tono alto, mantenuto con tenacia in ogni movimento.

Il corpo dello spazio

L’estrema abilità attoriale consente un’omogeneità totale dello spazio con il corpo, non vi è più distinzione perché il palcoscenico è pienamente idea, spazio della storia. La narrazione procede sublimata attraverso un continuum vertiginoso di rivelazioni e scoperte che illuminano il baratro della mente umana. ogni movimento viene straordinariamente intessuto nella parola pronunciata: il sinolo di voce e corpo è la combinazione di una totalità frenetica che si avviluppa su stessa. La solitudine è il groviglio di pensieri, fluidi nell’intrecciarsi nel qui ed ora. lo spazio comprime il tempo ad un eterno presente che ritorno su sé stesso, lasciando il futuro come presagio inquietante, del sopraggiungere del fuori, dell’estraneo.

L’alterità come solitudine

Malagrazia è nome dello spazio intorno che si scopre interno, è la solitudine che vive nella contraddittorietà di un altro sempre presente, straordinariamente diverso nell’identità, un simile che si assimila sempre più ma immettendosi nell’altro lo dimette sempre più da se stesso: la finzione teatrale costruisce ad hoc la solitudine umana, agendola nel profondo, a partire da una corporeità vigorosa, per riscoprire la solitudine come connaturata nella sua doppiezza e ambiguità, mai dunque essenzialmente sola.

Condividi:

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.