La colpa di esistere

di Mattia Marasti

“Whoever kills an innocent, it is as if he has killed all humankind”
—Quran 5:32

attacco terrorismo parigi

Quando accade una tragedia, quello che si dovrebbe fare è rimanere in silenzio. Un silenzio primordiale, dispersi nella condivisione del dolore più sordo e intenso, quello che tocca tutti, noi, come razza umana. Quello stesso silenzio, però, che manifesta l’inutilità, il non poter far nulla, il potersene stare tutta la notte, in camera, con una abat-jour accesa a fissare le news che vengono fuori periodicamente, il numero dei morti che sale di mezz’ora in mezz’ora. Un silenzio caotico, caotico quanto la situazione a Parigi: il rumore dei colpi, le urla, le luci che tentano di fendere la notte, e poi le case che si aprono e i dottori, i paramedici, chiunque abbia una conoscenza base di medicina che tenta di tenere in vita i feriti, infilando le mani nel sangue, nella carne maciullata, i figli che si stringono alle madri, i ragazzini, usciti per festeggiare il compleanno, che si contano tra loro e poi scoppiano ad urlare contro il cielo, quando non vedono i loro compagni di classe. La fine, semplicemente la fine, dice qualcuno. L’occidente, così come lo conosciamo, è morto ieri, con il petto mitragliato, esangue, sulle strade del centro di Parigi.

Non possiamo però appendere le cetre alle fronde dei salici.

Quello che è successo ieri sera è molto diverso dagli episodi di Charlie Hebdo: se a gennaio la colpa era la diffamazione del profeta, tramite vignette satiriche, questa volta, l’unica colpa, è quella di esistere, di appartenere alla razza umana, con le nostre differenze, di cultura, di pensiero, di religione. 127 colpevoli, altri ancora da accertare.

Alcuni hanno visto nell’Isis – certi partiti di destra e sinistra anti sistema – una forza anti-capitalista e anti-finanziaria. Non c’è nulla di più sbagliato. Anche l’attacco alle Twin Towers non ebbe nulla a che fare con la causa economica. Simboli, ecco tutto. Il tentativo è quello di sostituire una cultura razionale, europea e illuminista, con una falsa visione islamica, basata su un concetto militaresco e colonizzatore di Islam, lontano anni luce da ciò che si trova nel Corano. E non c’è parola più opportuna per descrivere la nostra cultura: Libertà.

Lo stato democratico e liberale, infatti, toglie di mezzo il concetto di “compimento”, tanto caro alle religioni e ad alcune filosofie quali il marxismo. L’Isis, un movimento quindi di ispirazione islamista radicale e fondamentalista, non può tollerare che il mondo occidentale sottometta il compimento alla libertà del popolo di autodeterminarsi. Sotto questo punto di vista, l’Isis ha molto più a che fare con i gruppi terroristici, di destra e di sinistra, dei decenni scorsi che non con l’Islam moderato. E così come facevano i gruppi terroristici, questa volta è stato applicata la strategia della tensione. Non è stato un singolo attacco, ma molteplice. Hanno messo a ferro e fuoco la capitale francese, rendendo difficile ritrovare un punto fermo a cui attaccarsi sia nell’analisi ma anche durante l’azione.

Non possiamo salire in cattedra e afferma con convinzione ciò che si deve fare, soprattutto dopo così poco tempo. Ma possiamo tentare di mettere qualche punto fermo. Quello che non si deve fare è fomentare la violenza. Migliaia di persone, al bar, nei licei, nei salotti della politica, nelle prossime settimane aizzeranno a spedizione punitive, dimenticandosi che l’Isis nasce proprio in seno alle guerre post 11 settembre fortemente volute dal presidente degli Stati Uniti George W. Bush. Proprio ieri, Jeremy Corbyn, leader del Labour, esprimendosi circa la morte del boia di James Foley, ha affermato un principio cardine della giurisdizione occidentale: ovvero che sarebbe stato meglio se quell’uomo, che tutti ci ricordiamo, con un coltello che punta contro la telecamera, di fianco a Foley, infilato in una tuta arancione fluorescente, fosse stato giudicato davanti ad una corte internazionale. E così bisogna fare. I terroristi non aspettano altro che la guerra, la violenza, di seminare il panico, e noi, figli di Voltaire, non possiamo far altro che rispondere con la pianificazione, con la giurisdizione, perché mandare altri soldati a morire alla cieca significherebbe dargliela vinta. E sopratutto significherebbe abbandonare la nostra cultura, e allora tanto vale lasciar perdere, dire che hanno vinto loro, che la società libera, democratica, illuminista è un’utopia, uno sbaglio. E allo stesso tempo non possiamo fomentare la violenza nelle periferie, prendercela con gli immigrati che tornano a casa da lavoro con le ciabatte rotte guidando bici, con quel’orribile rumore di freni: Non possiamo permetterci un’ennesima guerra civile intestina. L’attentato di ieri, inoltre, ci dice che serve più Europa, nonostante i vari Salvini, Grillo e Meloni. Serve una cultura comune, una cultura del dialogo, della pace, e della pianificazione che possa contrastare questo tipo di catastrofi. Solo con più unione tra i paesi occidentali queste stragi si troveranno davanti nemici adeguati.

Forse pecchiamo di presunzione. Certo verranno i giorni, rifletteremo più a lungo, intellettuali, sociologi, politici, filosofi, semplici cittadini esprimeranno la loro opinione. Tenteremo di capire la situazione, soprattutto in quella scatola ripiena di esplosivo che è il Medio Oriente.

Per ora non possiamo far altro che citare Albert Camus e il suo uomo in rivolta: dire di NO.

Redazione

Frammenti, rivista online di attualità e cultura, nasce nel 2017 come prodotto dell'associazione culturale "Il fascino degli intellettuali” con il proposito di ricucire i frammenti in cui è scissa la società d'oggi, priva di certezze e punti di riferimento. Quello di Frammenti è uno sguardo personale su un orizzonte comune, che vede nella cultura lo strumento privilegiato di emancipazione politica, sociale e intellettuale, tanto collettiva quanto individuale, nel tentativo di costruire un puzzle coerente del mondo attraverso una riflessione culturale che è fondamentalmente critica.
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