I peccati della carne:
quello che la Chiesa vietava

Fin dall’inizio della sua storia la Chiesa ha dovuto confrontarsi con la sessualità, che per secoli ha ripugnato ma anche affascinato i teologi e i fedeli. È all’incirca dal IV secolo d.C. che la sessualità inizia ad essere avvertita come qualcosa di negativo, cioè dal momento in cui i primi Padri della Chiesa studiano in modo più approfondito i testi sacri. Il motivo è presto detto: la Genesi racconta che la causa della caduta del genere umano, ciò che generò il peccato originale, fu il serpente che tentò Eva. Ma gli studiosi della Bibbia avvertirono presto la metafora nascosta e intuirono che il peccato di cui si parlava era di natura sessuale.

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Non si trattava naturalmente solo di questo. L’atto sessuale era percepito come il momento in cui l’uomo è “meno uomo”, più vicino alle bestie che a Dio. Senza contare, poi, che era proprio attraverso il sesso che l’uomo procreava e trasmetteva il peccato originale. Il sesso, insomma, era qualcosa che chi aspirava al Regno di Dio non poteva guardare (né fare) con troppa simpatia. Eppure era evidentemente l’unico modo perché le famiglie e le società intere non si estinguessero o, per dirla in termini più darwiniani, per garantire la sopravvivenza della specie. Poteva Dio aver fornito, come unico mezzo per la riproduzione, qualcosa di peccaminoso? Come conciliare il senso di colpa e la necessità della pratica sessuale?

La linea di pensiero adottata dai primi teologi cristiani è quella che la Chiesa conserva, con i dovuti mutamenti, anche oggi e si può riassumere in un concetto: continenza. Chi sceglieva di votarsi completamente a Dio avrebbe dovuto praticare la totale castità; i fedeli che, invece, non si sentivano pronti per una tale scelta avrebbero dovuto limitare la loro attività sessuale allo stretto necessario, vale a dire alla procreazione all’interno del vincolo santo del matrimonio. Una linea guida molto semplice, almeno all’apparenza, ma che avrebbe dovuto scontrarsi con le difficoltà di mettere in pratica un proposito che richiedeva parecchie rinunce; lo stesso sant’Agostino confessò di aver faticato ad eliminare i piaceri carnali dalla sua esistenza e alcuni passi della sua biografia sono ricchi di rimpianto per l’amore terreno.

Verso il VI secolo nacquero, dunque, i Libri Penitenziali, che contenevano lunghi elenchi di peccati con la relativa gravità e la punizione che il peccatore doveva scontare (generalmente, periodi di preghiera e sacrifici). Con una lunghezza che poteva variare dall’opuscolo di poche pagine al ponderoso manuale, questi testi di carattere soprattutto pratico assolvevano due funzioni: da un lato, informare il fedele osservante di ciò che poteva o non poteva fare; dall’altro, istruire gli uomini di Chiesa sulle penitenze da somministrare ai pentiti. Di fatto, i Libri Penitenziali ebbero il merito di uniformare la dottrina in un mondo in cui il cristianesimo era una religione ancora giovane e la maggior parte dei praticanti non possedeva la competenza necessaria per comprendere i testi di carattere speculativo: una lista di “cose da non fare” era certamente lo strumento più immediato.

eros

Come si può ben immaginare, una larghissima parte dei Libri Penitenziali era dedicata ai peccati di natura sessuale. L’ansia che questo elenco di abominii generava nella popolazione si può facilmente immaginare se pensiamo che ben presto le famiglie benestanti iniziarono a chiedere di poter pagare per riscattare i propri peccati e alleggerire un poco il carico di punizioni a cui erano sottoposti. Per noi, però, sono preziosi documenti della vita sessuale di quell’epoca e di quelle successive.

I testi erano per la maggior parte anonimi e non è facile ricostruirne lo sviluppo; si sa che intorno all’XI secolo la loro forma cambiò e che, da cataloghi di punizioni per i peccatori, si trasformarono piuttosto in consigli per i fedeli e per gli uomini di Chiesa che desideravano ricondurre sulla retta via le anime a loro affidate. Erede diretto di questa tradizione è il più famoso “manuale dei confessori” ad oggi in circolazione, firmato da Monsignor Bouvier e datato 1885, che, benché posteriore di parecchi secoli rispetto ai Libri Penitenziari, ne rispetta la linea di pensiero e in gran parte anche il contenuto.  Eccone alcuni estratti:

La polluzione [masturbazione]
PROPOSIZIONE – La polluzione, considerata in se stessa è un peccato contro natura.
Art. 5 – È peccato mortale fare un’azione venialmente cattiva, la quale influisca in modo prossimo sulla polluzione: ciò risulta da quanto or si dirà. Se alcuno, per ragioni di sua particolare debolezza, è solito provare polluzione guardando voluttuosamente una donna in qualche parte sensuale del corpo; o toccandole una mano; premendole le dita; conversando con lei; abbracciandola onestamente, ma senza una ragione; assistendo a balli, ecc., deve astenersi da tutti codesti atti sotto pena di peccato mortale.

Dei baci
I baci in parti inusitate del corpo, per esempio, sul petto, sulle mammelle; o, come usano i colombi, introducendo la lingua nella altrui bocca, stimansi fatti con intendimenti libidinosi, o almeno inducono nel grave pericolo della libidine, e perciò non vanno esenti da peccato mortale.

Della sodomia
Non importa sapere ove avvenga il contatto venereo fra maschi o fra femmine, se cioè nelle parti davanti o nelle parti di dietro, o in qualsiasi altro posto del corpo, imperocché la peccaminosità della sodomia consiste nella voglia di usare indebitamente del sesso, e, generalmente, è compiuta, per esempio, coll’applicazione della propria parte genitale al corpo di persona di eguale sesso.

Dell’uso del matrimonio
Peccano mortalmente i coniugi, non quando il loro accoppiamento carnale avviene all’infuori della vagina della donna, o quando si spande, fuori della della stessa vagina e deliberatamente, l’umore spermatico; ma altresì, quando cominciano essi l’accoppiamento carnale nelle parti deretane colla intenzione di consumarlo poi nella vagina femminile […]

Come si può vedere anche da questi pochi esempi, l’autore si dilunga su tutte le pratiche che costituiscono peccato, sia esso veniale o mortale, fuori e all’interno del matrimonio. Un guida precisa… forse fin troppo. In molti si chiedono come potessero preti e diaconi conoscere fin nei minimi dettagli la vita sessuale dei loro contemporanei “secolari”. Certo, c’era la confessione, ma è sufficiente per spiegare tanta precisione? Qualche sospetto sulla non proprio casta vita degli autori dei manuali è lecito.

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Silvia Ferrari

Classe 1990, nata a Milano, laureata in Filologia, Letterature e qualcos'altro dell'Antichità (abbreviamo in "Lettere antiche"). In netto contrasto con la mia assoluta venerazione per i classici, mi piace smanettare con i PC. Spesso vincono loro, ma ci divertiamo parecchio.
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