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«Profit I». I re, gli eroi e la strada nelle opere di Jean-Michel Basquiat

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La vita e l’arte di Jean-Michel Basquiat (1960-1988), icona per eccellenza dell’artista-outsider, possono essere considerate uno specchio della situazione in cui versava il panorama artistico negli anni Ottanta.

Si assiste in quegli anni ad un boom del mercato dell’arte, che porta a sottoporre le opere, come tutte le merci, alle leggi della domanda e dell’offerta, e alla nascita di un gran numero di gallerie impegnate nella promozione e nella vendita. Le conseguenze sulla vita e le opere degli artisti sono evidenti: se fino a quel momento il segno di massimo riconoscimento e prestigio era stata la collocazione di un’opera in un museo, ora l’obiettivo primario è vendere.

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È in questo contesto che anche il graffitismo inizia ad essere riconosciuto come forma di espressione artistica e ad essere richiesto e accolto dalle nascenti gallerie. I graffiti non si identificano più solo come forma di espressione dei giovani neri del Bronx contro le discriminazioni razziali e l’ingiustizia sociale (tagging), concezione consolidata nell’immaginario comune, e diventano un fenomeno senza limitazioni di classe e di razza.

Una delle opere più celebri ed esemplificative della situazione vissuta da Basquiat, caratterizzata da intensi contrasti chiaroscurali e forte dell’opposizione tra superfici decorate sommariamente e figure oltremodo espressive, è Profit I, oggi parte di una collezione privata (fino al 2002 l’opera è appartenuta alla collezione personale di Lars Ulrich, della band heavy metal Metallica).

Profit I è stato realizzato durante il secondo soggiorno modenese dell’artista, nel marzo 1982.

«Profit I» di Jean-Michel Basquiat: analisi dell’opera

Profit I è stato più volte ridipinto: si intravede affiorare in più punti, sotto lo strato nero, una base azzurra, arricchita da toni gialli, che segue in parte i contorni della figura principale. Sull’ampia campitura nera vengono poi realizzati, con colori chiari, scarabocchi, lettere e numeri romani, che si distribuiscono lungo gran parte della superficie.

La figura sulla destra, colta con le braccia rivolte verso il cielo e con la bocca aperta, a simulare forse un grido, indossa una camicia rossa, sulla quale sono stese ampie pennellate nere, che hanno in parte la funzione di delineare gli oggetti, creandone i contorni, in parte un carattere puramente gestuale. Il contorno della testa, della bocca e degli occhi è dato con dense pennellate bianche, contribuendo ad una resa stilizzata e primitiva della figura, in pieno stile tribale. La testa è cinta da un’aureola luminosa gialla, al cui interno tratti neri sembrano delineare, secondo alcuni, una corona di spine.

La figura di Profit I può essere interpretata come personificazione del sacro, richiamando l’iconografia cristiana del Santo, ma non è sufficiente riconoscerle una valenza esclusivamente religiosa. Se fosse esatta l’interpretazione per cui l’aureola sarebbe anche una corona di spine, allora l’eroe rabbioso in primo piano diventerebbe insieme vittima sacrificale, al pari di Cristo. La corona/aureola sul capo di un indistinto uomo è da considerarsi come simbolo che definisce la persona rappresentata e corrisponde all’asserzione di Basquiat secondo cui i soggetti che dipinge sarebbero i re, gli eroi e la strada.

profit I
Profit I (1982), Acrilico e colore a spruzzo su tela, 220×400 cm, Collezione privata.

In più opere di Basquiat emerge prepotentemente la volontà di fondere il legame di distacco sacrale, martirio ed eroismo (specie in riferimento agli eroi afroamericani da lui venerati, sportivi e musicisti in particolare) con la figura dell’artista stesso. Anche se il rapporto con la situazione personale potrebbe agevolare l’interpretazione del dipinto, una riduzione del contenuto dell’opera a un carattere puramente autobiografico risulta essere insufficiente.

La tipologia della figura riprende infatti una formula di pathos in cui diversi piani di significato si intrecciano tra loro: il corpo maschile, con le braccia alzate, compare anche in altre opere (Senza titolo (Baptism), 1982), per di più coronato da un’aureola (Senza titolo (Saint), 1982), mentre i temi cristiani si ritrovano, per esempio, anche in Crisis X (1982), dove l’artista propone una propria interpretazione del tema della crocifissione.

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L’arte di Basquiat inizia a farsi espressione della rabbia e della ribellione non appena si allontana dalle rappresentazioni infantili-naif della città dei primi anni, per dedicarsi all’uomo, che diventa il soggetto principe delle sue opere.

Nel suo lavoro approfondisce in particolare quei valori primitivi che erano propri della cultura africana, andando oltre gli esiti puramente formali. Diversamente da come avevano fatto gli artisti delle avanguardie, tra cui Matisse e Picasso, non si limita ad appropriarsi delle forme senza scandagliarne la conoscenza: Basquiat fa sua quella cultura, comprendendola a fondo, pur essendovi estraneo. La sua arte è pervasa dall’identità nera, non in modo apertamente politico, quanto piuttosto rivolta al significato di essere un uomo nero nella whiteness americana di fine Novecento.

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Lo stile stesso rimanda alla tradizione estetica afro-americana: i volti stilizzati simili a maschere tribali, i riferimenti al Vangelo e alla cristianità, la musica blues e quella jazz, ma soprattutto l’uso ironico del testo, la sua “cancellazione” in una sorta di ritmo, come se i cori, le ripetizioni, le parole e i suoni, facessero parte di versi di musica rap.

Nonostante la costante presenza di riferimenti razziali, Basquiat era certamente più a contatto con il mondo dei bianchi che con la cultura nera: nato a Park Slope, nel quartiere newyorkese di Brooklyn, la sua cultura e la sua formazione sono bianche. Non aveva conosciuto la segregazione razziale e il razzismo che avvertiva era più sottile, venato di indignazione, perché sapeva di far colpo sugli altri non perché nero, ma perché era un nero abbigliato con abiti da bianco. Chiedeva e desiderava attenzione per la sua arte, non voleva essere considerato solo un pittore nero, un elemento esotico da esibire.

A proposito di Jean-Michel Basquiat

Jean-Michel Basquiat nasce a Brooklyn, New York, il 22 dicembre 1960, da padre haitiano e madre di origini portoricane. Sin da piccolo Basquiat mostra interesse per l’arte, spinto dalla madre che lo accompagna in giro per i musei di New York. Nel 1977 stringe amicizia con Al Diaz, giovane graffitista; i due iniziano a fare uso di droghe pesanti e a realizzare graffiti per le strade di New York firmandosi come SAMO, acronimo di Same Old Shit.

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All’inizio del 1980, dopo la rottura del sodalizio con Al Diaz, Basquiat scriverà nelle vie del centro della città «SAMO IS DEAD». Dichiarata conclusa l’esperienza SAMO, Basquiat conosce i graffitisti Keith Haring e Kenny Scharf, incontra Andy Warhol, con cui nel 1985 realizzerà sedici affreschi per la mostra Warhol/Basquiat. Raggiunto presto il successo, Basquiat, complice la brama insaziabile di riconoscimenti, fama e denaro e il tormento nato da forti impulsi autodistruttivi, muore per overdose, appena ventisettenne, il 12 agosto 1988.

 


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Teresa Bonandi

Sono una studentessa di Lettere Moderne all’Università Cattolica di Milano, amo l’arte, la moda e gli aperitivi con gli amici. Estremamente ipercritica verso me stessa e determinata a portare a termine i miei progetti, sempre con un occhio di riguardo alle nuove tendenze, da vera fashion victim.

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