GÖTEBORG – Addio a Henning Mankell, marito di Eva Bergman (sorella di Ingmar Bergman) e scrittore dai 40 milioni di copie vendute e tradotte in più di quaranta lingue: solo Stieg Larsson è il collega svedese che ha conosciuto più traduzioni. Nel gennaio 2014 sul suo sito web ha scritto «la mia ansia è profonda, anche se riesco a tenerla sotto controllo», a proposito del cancro che l’ha colto a 67 anni. La sua penna ha delineato magistralmente i tratti dell’inquietudine svedese, incarnati dal commissario Kurt Wallander, le cui peripezie sono state pubblicate in Italia da Marsilio. Da sempre, Mankell ha agito in nome degli ideali culturalmente di sinistra, come si può leggere nell’introduzione di Piramide (1999, Marsilio editore): «Questi romanzi, in fondo, pur nella loro varietà, hanno sempre girato intorno a un unico tema: che cosa è successo negli anni novanta allo Stato di diritto? Come può sopravvivere la democrazia se il fondamento dello Stato di diritto non è più intatto? La democrazia ha un prezzo che un giorno sarà considerato troppo alto e che non vale più la pena pagare?». O ancora, nel 2001 ha fondato una casa editrice (la Leopard förlag) in sostegno dei talenti africani e svedesi, e nel 2010 è stato l’intellettuale partecipe della Freedom Flotilla, nel tentativo di forzare il blocco navale israeliano nella striscia di Gaza. Il suo è sempre stato un noir asciutto e tagliente, ostinato nell’utilizzo di una lingua riccamente povera.

A.P.