Alle soglie dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, il Mart di Rovereto dedica allo sport non un semplice omaggio celebrativo, ma un vero racconto culturale: un’indagine sul corpo umano come teatro di forze, tensioni, desideri e fragilità. Sport. Le sfide del corpo è una grande mostra curata da Antonio Calbi e Daniela Ferrari e aperta dal 1 novembre 2025 al 22 marzo 2026, che riunisce oltre trecento opere, reperti e cimeli per tracciare una storia visuale che attraversa più di due millenni, dall’antichità classica all’era contemporanea.
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Il percorso, articolato in otto sezioni tematiche, offre una lettura ampia e trasversale della rappresentazione sportiva e, più in generale, del corpo e del superamento dei suoi limiti. L’incipit affonda le radici nel mondo greco e romano, dove la raffigurazione dell’atleta non era solo esercizio estetico, ma forma di celebrazione sociale e religiosa. Il Discobolo di Mirone, noto oggi grazie alle copie marmoree di età romana, sintetizza quel momento in cui il corpo atletico diventa ideale di perfezione e misura. Accanto, frammenti antichi e calchi dialogano con le reinterpretazioni novecentesche: nelle fotografie di Robert Mapplethorpe i corpi si fanno statue viventi, mentre nello sguardo di Mimmo Jodice le antiche sculture di Ercolano sembrano respirare, sospese tra luce e penombra.
Dal passato remoto si passa poi a un Novecento che reinterpreta il gesto atletico come segno di modernità. I futuristi, come Boccioni, Severini e Crali, trasformano la corsa, la lotta e il tennis in vortici di linee, scie luminose e vibrazioni cromatiche. Il movimento diventa un concetto più che un’azione: non il corpo, ma la sua energia. In altri casi, gli artisti usano lo sport per riflettere sulla società e sulle sue mitologie. Marino Marini, con il suo pugile acefalo, rifiuta la retorica fascista del vigore, mentre Francesco Messina, al contrario, immortala la potenza contratta del Pugilatore in un istante di sforzo fisico assoluto.
L’unione fa la forza (sociale)
Una delle grandi intuizioni della mostra è quella di mettere in relazione lo sport individuale con lo sport di squadra, mostrando come il corpo atletico possa essere anche corpo collettivo e politico. Il calcio, inevitabile protagonista dell’immaginario italiano, ricorre nei dipinti di Guttuso, nelle visioni vibranti di Titina Maselli e nelle fotografie legate alla passione di Pier Paolo Pasolini, per il quale il calcio era «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo». In epoca recente, artisti come Maurizio Cattelan trasformano il tema in un dispositivo critico: la sua squadra formata da migranti senegalesi, con indosso una divisa provocatoria, porta lo sport fuori dall’arena agonistica per farne un luogo di interrogazione sociale.
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In un crescendo che alterna corpo eroico e corpo vulnerabile, la mostra raggiunge un vertice emotivo nella sezione Oltre il limite, dove si indaga la tensione costante degli atleti verso il superamento di sé. Le fotografie della serie ERA di Fabrizio Ferri, scattate nel deserto californiano, collocano le atlete del Team Olimpico americano in un paesaggio surreale, quasi post-apocalittico. Qui il gesto atletico è sospeso nel vuoto: una saltatrice affronta un ostacolo che non esiste, come se il limite fosse un’invenzione dello sguardo umano.
Sospesi tra acqua e aria
Accanto alla terra, l’acqua: da sempre spazio simbolico di rinascita, immersione e metamorfosi. I tuffatori antichi della necropoli di Paestum si reincarnano nel Tuffatore di Mario Ceroli, una silhouette di legno che sembra attraversare il tempo. I mosaici del Foro Italico si specchiano nelle fotografie di Giovanni Gastel, Isabella Balena e nel video di Marzia Migliora, dove l’immagine del tuffo diventa riflessione sul rapporto tra corpo, aria e acqua, tra controllo e abbandono.
Un’intera sezione è dedicata alla danza, disciplina che insegue la stessa perfezione tipica dello sport ma ne modifica il fine: non il risultato, ma l’espressività. Le ballerine di Severini, scomposte in traiettorie luminose, si affiancano al costume di La Sylphide indossato da Carla Fracci, testimone di un corpo che diventa immagine poetica, fragile e insieme potentissimo.
Velocità e territorio
La mostra non dimentica il mito del ciclismo italiano: le biciclette di Bartali, Coppi, Nencini e Moser –autentici totem nazionali – testimoniano come un oggetto tecnico possa caricarsi di aura epica. È il trionfo della velocità e della resistenza, un tema che ritorna con forza nella sezione Correre, dove auto futuriste, piste d’atletica, linee di fuga e sagome in movimento rivelano l’entusiasmo del primo Novecento per una modernità in corsa perpetua.
A chiudere, un ritorno “al freddo”: gli sport invernali, lo sci come rito identitario delle Alpi, le cartoline vintage di Cortina e soprattutto la grande fotografia di Walter Niedermayr che osserva un ghiacciaio ferito dal tempo e dall’uomo. È un finale sospeso tra nostalgia e ammonimento, che ricorda come il corpo dell’atleta sia sempre immerso nel corpo più grande del pianeta.
«Sport. Le sfide del corpo» non si mette in discussione
Il Mart costruisce un racconto che supera la celebrazione sportiva, senza mettersi però in discussione. Se è vero, infatti, che la mostra vuole restituire allo sport il suo carattere più autentico e profondo, quello di linguaggio universale che parla di noi, della nostra storia, della nostra vulnerabilità e dei nostri sogni di superamento, è altrettanto vero che lo fa portando in mostra un’unica tipologia di corpo: quello bianco e abile. Nulla di sbagliato, considerando che per la maggior parte si tratta di opere occidentali che precedono il nostro nuovo millennio, ma sarebbe stato forse interessante dedicare un approfondimento o semplicemente una nota alla questione. È stato costruito un viaggio nel tempo ricco e affascinante, che non solo osserva i corpi in movimento, ma ci invita a riconoscerci in essi. E per permettere a tutti di riconoscersi, forse una riflessione in più sarebbe stata necessaria.
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