Quando la periferia diventa Macondo

Il Collettivo L'Amalgama porta per la prima volta in una grande città il suo teatro nomade ispirato a "Cent'anni di solitudine". Dopo dodici tappe nei piccoli comuni del Friuli e della Liguria, per entrare a Milano sceglie non il centro ma uno dei suoi quartieri "di periferia".
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Il 4 settembre, al Ristoro delle Rane, in via Pescara, nel quartiere Gratosoglio, periferia sud di Milano, qualcuno si è seduto a un tavolino, ha ordinato da bere e ha cominciato a raccontare la propria vita a due attrici che non aveva mai visto prima. L’8 settembre la stessa scena si è ripetuta alla Comunità Oklahoma, in via Baroni, poco più in là. Nessuno sapeva che quella conversazione, un ricordo di famiglia, un amore, un tempo passato, sarebbe potuta finire in uno spettacolo. Il teatro, qui, comincia prima di annunciarsi, e senza palco.

L’iniziativa si chiama Un caffè con Francisco El Hombre, e non è un dettaglio da poco che porti il nome di un personaggio del romanzo di Gabriel García Márquez: nella finzione, Francisco el Hombre è il vecchio cantore che gira i villaggi portando notizie sotto forma di canzoni, prima che esistessero i giornali. A Gratosoglio la funzione è la stessa, aggiornata: raccogliere storie vere per farsi ispirare a scrivere quelle che andranno in scena.

È così che si apre Lost in Macondo, il progetto del Collettivo L’Amalgama liberamente ispirato a Cent’anni di solitudine, che dal 10 al 13 settembre farà tappa per la prima volta in una grande città, dopo dodici edizioni in altrettanti piccoli comuni tra Friuli-Venezia Giulia e Liguria: Porpetto, Mione, Arta Terme, Medea, Turriaco, Torviscosa, Pesariis, San Vito al Tagliamento, Andreis, Gemona, Sauris, il quartiere di San Fruttuoso a Genova.

Nato nel 2016 dall’incontro di un gruppo di attori e attrici diplomati alla Civica Accademia “Nico Pepe” di Udine (diventata associazione culturale nel 2021), il collettivo non mette in scena il romanzo, lo usa come innesco per un lavoro trasversale che si apre al territorio fatto di appuntamenti e iniziative diversi. Il metodo è sempre lo stesso: la compagnia arriva in un paese e ci resta una settimana, chiede in prestito costumi e oggetti agli abitanti, intervista chi incontra per strada, prova all’aperto sotto gli occhi di chi passa. Alla fine, quello che è successo in quei giorni, tra le improvvisazioni degli attori e il montaggio del regista Andrea Collavino (responsabile anche dell’ideazione e del coordinamento artistico) sulla drammaturgia di Valentina Diana, fornisce gli spunti per uno spettacolo itinerante e gratuito, che il paese guarda camminandoci dentro.

«Forse c’è bisogno di ritrovare la magia, il mistero», si sono detti quando hanno cominciato. Non è un’idea astratta quanto sembra. Nel romanzo le sette generazioni dei Buendía attraversano eventi che paiono usciti da una fiaba ma nascono da cose comuni: un incontro fortuito, un incidente, un’eredità inaspettata. Lost in Macondo cerca lo stesso scarto nella vita reale dei posti che visita, ispirandosi a fatti accaduti, leggende locali e memoria degli abitanti, come se ogni comune potesse essere una piccola, nuova Macondo.

Quello che succede in una settimana di residenza, in fondo, non è solo la creazione di uno spettacolo. È soprattutto lo scambio tra due comunità che di norma non si incrociano. Chi un luogo lo abita da sempre, e chi ci arriva da fuori per un tempo breve e intenso. Gli attori raccolgono pezzi delle case che li ospitano e li restituiscono quando se ne vanno. Gli abitanti, dal canto loro, entrano in un dietro le quinte che di solito resta chiuso, e vedono le proprie strade trasformarsi in qualcosa che assomiglia a un racconto. Non stupisce che nel romanzo sia proprio una carovana di zingari, guidata da Melquíades, ad aprire la storia di Macondo portando in paese ghiaccio, magneti, invenzioni mai viste prima: il forestiero che arriva e mostra al paese qualcosa che il paese non sapeva di avere. A Gratosoglio quella carovana avrà un nome preciso, La carovana di Melquiades, e sfilerà per le vie del quartiere la mattina dello spettacolo finale, tra musica dal vivo e costumi, come un assaggio di quello che arriverà.

Perché Milano, e perché proprio Gratosoglio, non sono domande a cui il progetto risponde per caso. A renderlo possibile è il bando “Milano è viva nei quartieri“, promosso dal Comune di Milano e finanziato nel 2026 dal Ministero della Cultura attraverso il Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo, quasi un milione di euro complessivi destinati a portare spettacolo dal vivo nei quartieri oltre la circonvallazione esterna, quelli che restano fuori dai circuiti culturali abituali. A guidare l’operazione sul territorio, insieme al Collettivo L’Amalgama, è Industria Scenica, impresa sociale milanese che dal 2012 lavora con la drammaturgia di comunità e che per questa edizione fa da capofila del progetto; insieme hanno scelto, tra i municipi milanesi che il bando metteva a disposizione per poi assegnarne uno d’ufficio, di non portare il format in Duomo o ai Navigli, ma in uno dei quartieri più periferici della città, quello delle Torri Bianche e delle case popolari costruite tra gli anni Sessanta e Settanta, all’estremo margine sud di Milano. A sostenere il progetto c’è anche la storica compagnia Atir, di casa nel Municipio 5, che ha da poco festeggiato trent’anni di appassionato e duro lavoro nel quartiere, oltre che sui palcoscenici. È la stessa logica, insomma, seguita per quattro anni dal Collettivo L’Amalgama nei piccoli comuni friulani, dove il progetto era già sostenuto da enti come la Regione Friuli-Venezia Giulia e la Fondazione Friuli: scegliere posti decentrati, non i centri, perché, come la Macondo del romanzo, remota e isolata eppure teatro di ogni meraviglia, è proprio ai margini che una storia può ancora sorprendere chi la vive tutti i giorni.

La fase preliminare, quella dei caffè in via Pescara e in via Baroni, è servita a raccogliere le prime storie, su famiglia, amore, tempo, i grandi temi del romanzo, che ora diventano materiale di scrittura. Dal 10 al 12 settembre la compagnia si stabilisce nel quartiere per costruire lo spettacolo attraverso le prove all’aperto, mentre in parallelo si tengono la Carovana di Melquiades e una serata di cineforum, Cento modi per Cent’anni di solitudine, tra letture, fotografie e i documentari raccolti nelle tappe precedenti. Il 13 settembre, infine, da un punto di ritrovo nel quartiere, lo spettacolo: novanta minuti, itinerante, gratuito, attraverso le strade e le piazzette di Gratosoglio; a chiudere la giornata, in un luogo dell’associazionismo locale, ci sarà La balera di Macondo, una serata di balli aperta a tutti. Orari e punto di ritrovo esatti sono sulle pagine del Collettivo L’Amalgama dedicate al progetto.

Nel romanzo, Macondo è fondata ai margini di tutto: lontana dal mare, isolata, raggiungibile solo attraversando una palude. Proprio per questo può diventare il luogo dove succede qualsiasi cosa. È forse la stessa logica a portare Lost in Macondo, al suo primo ingresso in una grande città dopo quattro anni passati tra i piccoli comuni del Friuli, a scegliere non il centro ma uno degli angoli troppo spesso dimenticati di Milano.

Il 13 settembre, per qualche ora, le Torri Bianche di via dei Missaglia, a Gratosoglio, diventeranno il centro della scena, con le storie e i volti che il quartiere porta con sé da sempre. Poi gli attori restituiranno vestiti e oggetti presi in prestito e ripartiranno. Quello che resta, come è già successo nei trenta e più comuni del Friuli rimasti in rete con il Collettivo dopo il suo passaggio, va oltre la serata: relazioni, occasioni di incontro, un modo diverso di guardare le proprie strade. Ed è forse questo il punto, nelle periferie, dove il tessuto di comunità si costruisce anche attraverso momenti come questo, progetti come Lost in Macondo non sono un lusso. Sono quasi una necessità, e ce ne vorrebbero di più. Quello che fanno, in fondo, non è portare qualcosa che prima non c’era, ma far vedere a chi ci vive ogni giorno, e a chi vien da fuori, quanto ci fosse già.

Matteo Gatto

Nato nel 1990 in Salento, cresciuto in Franciacorta, diviso tra Brescia e Milano. Storico per formazione, comunicatore per mestiere, assessore al bilancio per imprevisti della vita. L'unica costante? La giornata comincia sempre con una rassegna stampa.

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