di Mattia Marasti
Quando gli impiegati comunali avevano affisso le decorazioni natalizie, che pendevano da un lampione all’altro sulla strada che divideva in due il paese, ogni cosa era fuori posto. La decadenza si evinceva dai banchi di nebbia, mossi dai venti autunnali provenienti dal fiume, dallo squallore delle strade, perennemente deserte, anche la domenica pomeriggio, dal pavimento sporco dell’unico locale del paese, da Luke.
L’articolo di Jack era appena uscito sul quotidiano nazionale, in terza pagina. Quasi tutti, nel paese, lo avevano letto di nascosto, magari scaricandolo da internet, oppure la notte, mentre i figli dormivano.
Alcuni di loro potevano recitare a memoria quelle poche parole che formavano l’introduzione.
«La calma dei paesi di montagna, che ormai regna sovrana nell’immaginario collettivo, è diventata la noia asfissiante da cui la gioventù vuole scappare. E l’unico modo per scappare, per questi giovani, è camminare fino ad un parco, di notte, al buio, e comprarsi la dose».
Nessuno ne parlava apertamente. Solo alcune signore, sedute al bar, dicevano che questa gioventù, non ci sono più i giovani di una volta.
Quando in consiglio comunale il sindaco della città era stato interpellato, alzandosi dal seggio, aveva detto: «mi sembra davvero esagerato alzare un tale scandalo per qualche caso che la nostra polizia ha prontamente scoperto e stanato».
Presto i genitori avevano preso da parte i figli. Avevano fatto uno di quei discorsetti con morale, di quelli che ti spiegano come va la vita, come l’adolescenza sia un periodo difficile e stronzate così.
George e la moglie si erano seduti a tavolino, bevendo una tisana di thè. Avevano detto che per loro figlio sarebbe stato tutto molto difficile. Le cose non andavano più come un tempo, aveva detto George, andiamo in contro a tempi bui. Non dobbiamo lasciarlo andare, aveva detto lei.
Molti ragazzi – di 15, 16, 17 anni – non uscivano più la sera, chi per imposizioni dall’alto, chi per paura. Restavano chiusi in camera, a fissare i fiocchi di neve precipitare sulla strada. Questi formavano una patina ghiacciata e scivolosa sull’asfalto. Si chiamavano tra loro, stavano al telefono per ore, lasciando appena un filo di luce, nella stanza, per rendere l’atmosfera soffusa.
La fragile omeostasi del paesino non solo era stata minacciata, ma ora le pressioni esterne l’avevano sconvolta.
Jack stava tornando a casa, dalla capitale. Aveva salutato i suoi colleghi in redazione alla mattina, poi era andato a bere qualcosa nel bar della piazza. Era salito in macchina verso le 11:45 e si era fermato a mangiare in uno squallido autogrill. Mentre guidava, spesso doveva staccare le mani dal volante per tirare su le maniche della sua giacca di tweed. La macchina era immersa nel fumo. Dallo stereo usciva Here Comes The Night Time degli Arcade Fire. Con le due dita – indice e medio – della mano sinistra si portava i capelli dietro l’orecchio. Per giorni, dopo quell’articolo, si era immaginato la situazione nel paesino.
«Qui sono tutti usciti di testa» aveva detto sua madre, ridendo, al telefono.
Anche lui aveva riso.
«Ci sono pericoli?» aveva chiesto.
«Non capisco di cosa tu stia parlando, figliolo», aveva detto lei, «che razza di pericoli potrebbero esserci in questo paese di mentecatti?»
«Non si sa mai, mamma».
«Parlando di cose serie, spero tu possa unirti a noi il 24 a cena, ho già ordinato il pesce, in città».
Lui aveva tirato un sospiro di sollievo.
«Credo di essere libero».
Prima di partire, si era segnato le tappe obbligatorie su un taccuino. In pochissimo tempo, avrebbe dovuto andare a casa del suo professore del liceo per un caffè, poi dal parrucchiere, in un negozio di articoli sportivi e in una cartolibreria. A tutto ciò andavano aggiunti gli imprevisti: un aperitivo in centro con la compagnia di quando era diciottenne, le feste di natale organizzate all’ultimo minuto.
«Sei sempre così impegnato» gli aveva detto sua madre.
Aveva attraversato quello strato di nebbia che divideva il paese dal resto del mondo in uno stato di agitazione e malinconia. Ticchettava sul volante della sua Cinquecento nera lucida.
Aveva fissato le case sulla via, la farmacia, il forno, lo stabile della banca. Si era fermato nella piazza dei bus. Era sceso dalla macchina e si era acceso una sigaretta.
Avevano passato tutta l’estate a correre in strada fino alle due di notte, o a fregare biciclette, avevano visto tutte le partite del torneo della montagna, avevano comprato patatine e birra, si erano baciati nel buio del bosco. Quei ragazzini fissavano i più grandi di loro con disprezzo. Erano vestiti con tinte militari, o in pelle. Alcuni di loro erano trasandati, emanavano un forte odore di sudore.
Solo Liam si era sottratto da un’estate come questa.
Aveva fatto richiesta di lavoro al ristorante da Luke. Avevano firmato un contratto privato. Sarebbe stato pagato in nero, avrebbe servito ai tavoli in determinati giorni e sarebbe restato a pulire, a fine servizio.
Una volta finita l’estate, quando sarebbe dovuto tornare all’istituto commerciale dove studiava, il proprietario, Luke, era andato a casa sua. Appartatosi con i suoi genitori, aveva chiesto loro di poter assumere il figlio.
«Si è dimostrato così diligente e ordinato, per noi sarebbe una marcia in più».
La madre aveva ascoltato con le lacrime agli occhi.
La sera, a cena, aveva versato a Liam un bicchiere di vino.
«Oggi è venuto il signor Luke», aveva cominciato, «ha detto che hai svolto un ottimo lavoro durante questi due mesi».
Lui aveva accennato ad un sorriso, poi si era infilato in bocca un pezzo di carne.
«Ci ha anche chiesto di poterti assumere a tempo indeterminato e in regola».
Aveva appoggiato coltello e forchetta sul piatto.
«Non ho assolutamente voglia di lasciare la scuola per un posto squallido come quello».
La madre aveva provato a ribattere in modo civile.
«Ma ti rendi conto, brutto ragazzino viziato», aveva sbottato la madre, con le vene sulla fronte che sembravano trapassare lo strato di pelle, «che avere un posto fisso a quest’età e di questi tempi è un privilegio? Hai visto Zio Sam? 56 anni e ancora cerca da lavoro. Quando lo sbattono fuori, vorrei che tu fossi lì quando lo sbattono fuori, capiresti che stai facendo la femminuccia viziata».
«Sono tutte stronzate, le tue, mamma» aveva detto lui, quasi sussurrandolo.
«Cosa hai detto?»
Lui era rimasto in silenzio.
«Ripeti quello che hai detto, ingrato che non sei altro» poi si era alzata, e lui aveva fatto cadere la sedia sul pavimento, ed era scappato in camera, mentre lei veniva braccata dal marito.
«Vattene, scappa» aveva urlato.
Il suo turno cominciava alle 6 del pomeriggio. Indossava un completo bianco, per tutto il tempo portava piatti, lavava bicchieri, serviva birre.
Luke a volte gli dava pacche sulla spalla. Continua così, gli aveva detto.
In quello stesso periodo, Liam e Jack avevano cominciato a vedersi. In quei pochi ritagli di tempo libero, Jack lo riportava a casa a piedi, nella notte. Camminando a volte alzava gli occhi al cielo.
All’inizio di ottobre, in una delle ultime serate miti dell’anno, si erano baciati sulla porta di casa di Liam.
Liam non aveva mai baciato un uomo. Aveva sentito un brivido alla schiena misto ad un colpo allo stomaco mentre le labbra di Jack si stampavano sulle sue.
Un sabato – Luke gli aveva concesso alcuni giorni di ferie – erano andati a mangiare in un ristorante di lusso, giù in città.
Quella stessa sera avevano fatto sesso per la prima volta, nella stanza di Jack. Jack lo aveva stretto da dietro. Gli aveva baciato il collo. Liam adorava il peso di Jack sulla sua schiena. E adorava il suo odore. Dopo qualche ora, Jack gli aveva fatto un pompino. Liam aveva chiuso gli occhi e aveva lasciato che fosse Jack a condurre.
Nei ritagli di tempo, quando Jack non era in nella capitale e Liam staccava dal lavoro, si vedevano e si baciavano e andavano a vedere film. Quando era nella Capitale, il pomeriggio di Jack si divideva in una telefonata a Liam, poi una a Terry, quel vecchio coglione, ex capo della polizia, che aveva fornito a Jack i documenti necessari e le testimonianze per l’articolo.
«E voglio quei cazzo di nomi», aveva detto Terry al telefono. «Voglio che tu metta quei cazzo di nomi nell’articolo, tutti quei figli di puttana, dovranno tutti pagare quei merdosi».
«Calmati», gli aveva detto Jack, ridendo, «o avrai un infarto».
«Ho la pelle dura io, non sono un senza palle, io» aveva detto.
Una volta conclusa la telefonata, si sedeva nel suo studio, accendeva delle candele e cominciava a scrivere.
Per distogliere la tensione, certe volte, doveva andare in bagno e farsi una sega pensando alle spalle di Liam e ai suoi capelli e ai suoi occhi.
Quando l’articolo era uscito, lo aveva chiamato. Gli aveva detto che lo amava. Poi erano rimasti in silenzio e avevano discusso di sport. Jack aveva parlato di una partita vista qualche tempo fa. Avevano passato la notte così.
«Ho detto che non dovete preoccuparvi. Passerà qualche giorno e tutto sarà tornato alla normalità. L’atmosfera natalizia aiuterà».
Aveva detto questo Walter ai suoi coetanei, nello spogliatoio della palestra.
La sua famiglia l’aveva presa in affitto per la sera del 24 e aveva cominciato a montare luci di Natale, a distendere tavoli, a stampare volantini.
Quando lui e suo padre avevano letto di bustine di cocaina ficcate nel culo del bestiame, di ragazzini che andavano a comprare la droga nei salotti migliori della città, erano restati in silenzio per ore. Il padre aveva camminato per tutto il giardino con le mani dietro la schiena e lo sguardo rivolto a terra. Qualche ora dopo, la madre era entrata in casa e aveva proposto:
«Potremmo affittare la palestra e offrire una cena alla cittadinanza».
Avevano discusso per una decina di minuti.
«Servirà a far passare questi brutti tempi, in effetti», aveva concluso Walter.
Nessuno si capacitava di come i genitori di Walter avessero potuto mantenere in vigore l’azienda, nonostante la crisi e la decadenza di agricoltura e allevamento.
Non si guadagnava più molto con il bestiame. Quelli che ci guadagnavano erano i venditori di mangime, e basta. Tutte le altre aziende o avevano chiuso, per diventare fabbriche o tagli, o avevano svenduto a multinazionali.
«Ci faranno mangiare merda, vedrete» disquisivano gli anziani al bar, quando leggevano le notizie di un ennesimo fallimento o di una vendita.
Con tutti quei pensieri per la testa, Walter aveva preso una siringa e si era fatto di eroina nel bagno di casa.
Le cose si sarebbero aggiustate, pensava. Nel cortile, una raffica di vento aveva spezzato dei rami, facendoli precipitare sulle aiuole della madre di Walter.
A quattro giorni dal Natale, il dottor Gunter aveva prenotato l’intero ristorante da Luke e aveva fatto preparare tavolate di buffet per i suoi invitati. Per l’occasione, Luke aveva dato il permesso a Liam.
«Posso cavarmela da solo, con il buffet», aveva detto Luke.
Jack e Liam se ne stavano da una parte, mangiando gnocchino fritto. Indossavano due completi quasi identici, se non fosse che, sopra alla camicia bianca, Liam indossava anche un gilet nero doppiopetto in lana, che nascondeva la parte conclusiva di una cravatta in satin. Anche Walter e i suoi coetanei erano stati invitati.
«Dobbiamo proprio?» aveva chiesto al momento delle partecipazioni il dottor Gunter, «ho sempre avuto il presentimento sulla loro condotta. Dalle voci che si sentono…».
«Caro, lo sai di chi è il figlio» aveva dichiarato la moglie, «e poi sono stati così carini ad invitarci alla cena».
«Come state?» aveva fatto Walter con un sorriso fino alle orecchie.
Il dottor Gunter si era aggiustato la postura degli occhiali e poi aveva abbracciato Walter.
«Giovanotto, siamo in forma».
Con il volto pallido, la pelle ridotta ad un ammucchiamento di cellule informi, le occhiaie sotto gli occhi, Walter aveva detto:
«Non c’è male».
«Come sta suo padre? Non l’ho visto in giro. Pensavo sarebbe venuto. Spero di vederlo, almeno alla cena».
Walter aveva inspirato profondamente.
«Sa, è molto preso dal commercio, siamo in un periodo di grande fervore. E anche l’organizzazione della festa gli causa molti problemi. Non riesce mai a ritagliare un minuto per sé».
«Mai staccarsi dagli affari» aveva dichiarato il signor Gunter, ridendo «mi raccomando».
«Mi mette un sacco di tristezza il Natale», aveva detto Jack dall’altra parte della stanza, «sai, tutte le luci e le decorazioni e gli alberi e le palline. Quando ero adolescente mi facevo tutto schifo. Volevo solo fumare e bere fino a sfondarmi per quella sensazione di oblio che non riuscivo ad ottenere».
Liam si era messo a ridere.
«Sei così malinconico», gli aveva detto e poi si erano baciati. In quella moltitudine, Jack e Liam sembravano elettroni spaiati.
Con passo lento, Walter si era avvicinato. Aveva sorriso e aveva teso loro la mano.
«Come stai, Jack? È da così tanto che non ci si vede».
«Già», aveva risposto lui, con freddezza.
«Eri il mio educatore al centro estivo», aveva detto, «te lo ricordi?».
Entrambi si erano messi a ridere, poi Walter aveva detto:
«Ma voi siete a secco?»
Con uno scatto, si era avvicinato al tavolo e aveva preso tre bicchieri di Prosecco.
«Ecco», aveva detto.
«Non si può non brindare».
Una volta a casa, Liam, mentre si spogliava, avrebbe rivelato a Jack quel Walter aveva l’aria di essere un coglione psicopatico.
«Non parliamone, ora», aveva detto Jack levandosi gli occhiali.
Quella mattina, il padre di Walter era uscito di casa appena dopo l’alba. Il sole risplendeva oltrepassando i banchi di nebbia. Con la sua Mercedes aveva percorso ogni centimetro del paese. Dall’abitacolo aveva ammirato i campi, che scintillavano, ancora umidi, aveva fissato le palazzine in costruzione, le case di una volta.
Si era acceso un sigaro e poi era entrato dal barbiere.
Una volta accomodatosi sulla sedia, gli aveva detto:
«Voglio darmi una sistemata».
Il barbiere aveva spruzzato dell’acqua sui capelli e aveva cominciato a sfoltirli. Ormai tendevano al bianco, nonostante lui stesso non volesse ammetterlo.
A lavoro finito, dopo che il barbiere aveva pulito il rasoio su un pezzo di giornale, aveva chiesto:
«Come mi trova?».
«Questo taglio le dà un’aria molto giovanile, signore».
Il padre di Walter si era messo a ridere. Anche il barbiere lo aveva seguito.
Aveva lasciato una mancia abbondante, dicendo:
«La tenga, ne avrà sicuramente bisogno. E poi: è Natale».
Il barbiere lo aveva ringraziato, salutandolo e augurandogli un buon natale.
Aveva guidato la Mercedes fino alla palestra. Una volta arrivato aveva aperto il cofano e aveva preso con sé il contenuto. Dentro i tavoli erano apparecchiati, delle tovaglie di plastica li avevano coperti e sopra erano stati posti dei bicchieri, piatti, le posate. Gli scatoloni di vino se ne restavano al fresco, la carne era stata impilata nel frigorifero della cucina. Era stato lui a chiamare uno dei migliori cuochi della provincia, promettendogli un lauto compenso.
Le cose andranno bene, lo aveva rassicurato la moglie, nel letto, la sera prima.
Anche la loro attività sessuale aveva preso una brusca frenata dopo l’articolo. Il padre era spesso assente, camminava con la testa per aria.
Si chiedeva se suo padre avesse ragione. Si sentiva un imbroglione, uno di quei borghesi arricchiti immoralmente. Ma questa idea era presto rigettata a favore di quella scusante, del fatto che in fondo lui era un filantropo, una figura di primaria importanza per la cittadina, il primo ad avere avuto la rete Wi Fi in casa e il primo ad aver comprato una Smart Tv. Alla gente non doveva fregare un cazzo di come facesse i soldi, in fondo erano affari suoi. Nella legge di mercato non esistono leggi, esiste solo il principio del guadagno, questo pensava, se il mercato ti impone determinati atteggiamenti tu devi seguirli, ci sei in mezzo, ecco tutto.
Con ancora questi pensieri per la testa aveva alzato lo sguardo al cielo, aveva legato la corda alle sbarre del muletto, posto sul bordo della discesa. Aveva inserito la testa nel cappio e con un balzo si era lasciato andare.
Quando era più giovane, Walter aveva ascoltato suo padre raccontare di una statistica. Secondo cui il 90% dei morti impiccati viene trovato con il collo e le mani ferite nel tentativo di divincolarsi dal cappio. Un ultimo sussulto di vita, lo aveva definito.
Sotto questo punto di vista, il padre di Walter aveva rappresentato un’eccezione. Il suo collo era lindo, se non fosse per un segno viola causato dal cappio. Il suo corpo senza vita era stato trovato dalla moglie, nello splendore di una metà mattina, il giorno prima della vigilia.
«Quel frocio deve morire».
Queste parole erano risuonate nell’atrio della casa come fossero un imperativo, un fine ultimo a cui tendere per tutta la vita.
Il corpo del padre di Walter era stato portato a casa. Avevano chiamato un’impresa di pompe funebri.
Il disprezzo di Walter serviva a bloccare il suo pianto. Solo qualche goccia gli aveva solcato il viso, poi il dolore era stato sconfitto.
Aveva camminato a passi decisi fino al bagno. Lì si era fatto una pista di cocaina. Una volta tirata su la testa, continuando a tirare con il naso, si era pecchiato.
Quella sera, dopo aver appreso la notizia, Jack aveva chiesto alla madre di aprire una bottiglia di vino, voleva bere e poi stendersi sul divano a fissare il soffitto senza pensare a nulla. Non voleva pensare al corpo del padre di Walter appeso, senza vita, e nemmeno al buffet offerto dal dottor Gunter, e neanche a quel suo articolo.
«Non è colpa tua» aveva detto la madre.
«Tutti sapevano che c’era qualcosa di losco dietro i suoi affari» aveva detto il padre.
Lui non gli ascoltava. Fissava la neve che cadeva al suolo.
Aveva mangiato pochissimo, appena qualche pezzo di carne e delle patate. Poi si era alzato, con quattro bicchieri di vino in circolo, e si era disteso sul divano, guardando un orrendo programma alla televisione.
Il colore dei loro vestiti era soltanto una delle migliaia di sfumature di nero percepibili durante quella notte. Walter fumava, e gli altri gli stavano dietro. Camminava a gambe larghe.
«Che ore sono?» aveva chiesto.
Qualcuno da dietro aveva detto «Mezzanotte e dieci».
Non c’erano macchine nella strada principale.
Per cena, né Walter né la madre né la sorella erano riusciti a toccare un fornello, così avevano ordinato della pizza da asporto e Walter si era scolato diverse lattine di birra.
Aveva aspettato che suo padre dicesse qualcosa. C’era una sorta di sfasamento, la sua coscienza era ancora indietro di qualche giorno, a quando l’articolo era comparso in terza pagina ed era rimbalzato su ogni social network.
Nella nebbia, solo i lampioni e lo scintillio delle luci di natale animavano il paese. Le case, ai lati della strada, apparivano mastodontiche.
Walter aveva estratto dalla tasca il suo telefono cellulare, uno smartphone di ultima generazione, e aveva ripreso il numero di Jack. Aveva digitato velocemente. Poi se lo era infilato in tasca nuovamente, con le mani doloranti per il freddo.
«Andiamo» aveva detto.
Avevano salito le scale ed erano arrivati fino alla porta.
Dentro Luke stava salutando Liam. Stava finendo di pulire il pavimento con l’aspirapolvere, con ancora addosso gli indumenti da lavoro. Era stata una serata piuttosto tranquilla. C’erano stati alcuni tavoli, già prenotati, altre due coppie, ma nulla di più. Luke aveva dato la colpa all’accaduto.
«Cosa ci fate qui?» aveva chiesto Luke, mentre chiudeva la porta.
«Amico, tranquillo, prendiamo due birre e poi ce ne torniamo a casa».
Luke aveva guardato il volto di Walter.
«Mi dispiace per quello che è successo» aveva detto.
A quel punto Walter lo aveva abbracciato e gli aveva dato due pacche sulla schiena.
«Passerà, è successo, passerà».
Luke ormai si era allontanato. Aveva disceso le scale. Loro erano entrati, mentre Liam stava facendo su le ultime cose.
«Hey» aveva fatto lui, mimando un sorriso.
Sul volto di Walter era comparso un ghigno.
In quel momento Jack, a casa, era sul dormiveglia, con ancora la televisione accesa.
Si era alzato per controllare il telefono, appoggiando solo la punta del piede per non svegliare i suoi.
Aveva letto quel messaggio di Walter.
«Stiamo andando ad uccidere il tuo amichetto, frocio del cazzo».
Per qualche secondo non aveva fatto nulla. Si era limitato a chiudere gli occhi e respirare. Poi si era infilato il cappotto, si era stretto la sciarpa ed era uscito fuori di casa con la Clarks con il rischio di scivolare sulla lastra di ghiaccio del marciapiede.
Quando era arrivato, aveva appoggiato le mani sulla porta vetrata, chiusa a chiave. Dentro Walter stava picchiando a sangue Liam. Affondava i colpi. Lui aveva battuto i pugni sulla porta. Urlava e cercava aiuto. Walter aveva alzato lo sguardo e aveva incrociato il suo.
Quella sera non aveva risposto nessuno.
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