Prima che arrivasse Hollywood
Il 1° ottobre arriva nelle sale italiane “Digger“, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, con Tom Cruise nei panni di un magnate del petrolio convinto di dover salvare il mondo dal disastro ambientale che lui stesso ha causato.
Prodotto dalla Warner Bros, segna il ritorno del regista messicano a una produzione hollywoodiana in grande stile, dieci anni dopo Revenant. Ed è il momento giusto per tornare al suo esordio: perché è lì, in un film a basso budget girato per le strade polverose di Città del Messico, con attori semi-esordienti che è nato tutto quello che oggi Hollywood identifica con lo stile di Iñárritu. Chi lo ha scoperto solo con Birdman o Revenant, probabilmente non immagina quanto quel debutto fosse rischioso, sporco, imperfetto e proprio questo lo rende uno dei film più importanti degli ultimi trent’anni:

La violenza, la strada, i cani: il ritratto di una città
“Amores Perros“, uscito nel 2000 e scritto insieme a Guillermo Arriaga, (con cui Iñárritu costruirà anche i film successivi), racconta tre storie che si intrecciano attorno a un incidente d’auto in una Città del Messico caotica, nervosa, perennemente sul punto di esplodere. Quella di Octavio, che fa combattere il suo cane Cofi nei ring clandestini per racimolare i soldi che gli servono a scappare con la moglie del fratello. Quella di Daniel e Valeria, una modella che perde quasi tutto, a partire dal proprio corpo, dopo lo schianto. Quella del Chivo, ex guerrigliero diventato sicario, che vive per strada tra i cani randagi e i propri fantasmi politici. Iñárritu racconta tre classi sociali diverse, tre modi opposti di abitare la stessa città, che diventa a sua volta un personaggio a tutti gli effetti tra il traffico, il rumore e la violenza quotidiana trattati quasi con normalità, l’energia contraddittoria di una metropoli che non si ferma mai, nemmeno di notte.
Il titolo stesso gioca su questa ambiguità: “amori cani”, nel senso di amori feroci, sporchi, capaci di far male quanto quelli tra le persone e i cani, in tutte e tre le storie, non sono mai un semplice dettaglio, ma il modo più diretto che il film trova per parlare di fedeltà, aggressività e sopravvivenza.
Il film non ha paura di far male allo spettatore le scene con i cani, la violenza fisica, la crudezza dei rapporti tra i personaggi non sono mai gratuite, ma servono a farti sentire davvero dentro quelle vite.

La colonna sonora stessa, tra rock messicano e cumbia elettronica, sembra correre più veloce delle immagini, come se il montaggio servisse a inseguire il caos della città piuttosto che dominarlo.
Prima ancora delle storie, colpiva il modo in cui Iñárritu le racconta, con una macchina da presa nervosa, sempre addosso ai personaggi, una scelta che all’epoca, nel cinema latinoamericano più patinato, poteva sembrare quasi “rozza” e che invece è diventata uno dei marchi di fabbrica più riconoscibili e più imitati del cinema di Iñárritu.
Questa energia, insieme al coraggio di raccontare senza filtri la working class e la criminalità di una grande città latinoamericana, senza il filtro esotico con cui l’estero era abituato a guardare il Messico, lo rese un caso più unico che raro nel cinema messicano del nuovo millennio, aprendo la strada a quello che sarebbe poi passato alla storia come il Nuovo Cinema Messicano, la stessa stagione in cui si muovono anche Alfonso Cuarón e Guillermo del Toro.
Il salto da Città del Messico a Hollywood
“Amores Perros” arrivò al Festival di Cannes nel 2000, dove vinse il Grand Prix della Semaine de la Critique, e l’anno dopo ottenne la nomination all’Oscar come miglior film straniero, un traguardo quasi impensabile per un’opera prima messicana con un budget ridottissimo. Ma il vero salto arrivò dopo: Hollywood si accorse di un autore capace di raccontare storie corali, spezzate nel tempo, unite da un destino comune più grande dei singoli personaggi, e gli affidò quasi subito “21 Grammi” con Sean Penn e Naomi Watts, poi “Babel” con Brad Pitt, con cui Iñárritu completò quella che critica e pubblico hanno finito per chiamare la trilogia della morte.
Da lì in avanti la sua carriera è un crescendo che pochi registi non americani sono riusciti a replicare: due Oscar consecutivi alla regia con Birdman e Revenant, un posto fisso tra gli autori più rispettati al mondo.

Vent’anni dopo aver fatto ringhiare Cofi per le strade di Città del Messico, Iñárritu torna a raccontare un uomo convinto di essere più grande di quello che è, capace di risolvere da solo un disastro di cui è responsabile.
Cambiano il budget, la lingua, il protagonista, il paese di produzione ma la domanda di fondo resta sorprendentemente la stessa di allora: quanto siamo disposti a pagare per le conseguenze di ciò che abbiamo scatenato? Prima di andare al cinema a scoprirlo con “Digger“, forse vale la pena recuperare Cofi, Octavio e il Chivo per capire da dove viene davvero tutto il resto.
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